Sardegna in Tour: o del sentimento di noi migranti. Leonardo Arca is the way

Leonardo Arca, chi sarebbe? Voi leggete questo nome e non vi dice niente, ma, in realtà, è un eroe.

Questa estate sono andata da mia sorella a Tulle –che cos’è, dov’è? Tutte le risposte QUI-. Per raggiungere questo punto dimenticato dalla Francia –dal mondo– il viaggio farebbe venire le coliche anche ad Ulisse. Si parte in nave.

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Londra: che cosa vuoi di più dalla vita?

Londra la conosciamo un po’ tutti con i suoi Peter Pan e Tower bridge.

Londra con 007 e la regina Elisabetta.

Londra
Oh Darling

Quella Londra con gli annunci da lavapiatti che ti saltano addosso appena scendi dall’aereo. Londra, quella città che la mia insegnante delle medie mi ha ficcato in testa fosse un melting pot e da lì non ne sono più uscita dall’associazione di idee con un minestrone.

Londra è quella cosa che tutti dicono “fa freddo, ma si vive bene”

Effettivamente, io credevo di avere un paio di pregiudizi in questione. Li ho sfatati tutti. Tranne per il freddo. C’è un freddo da pisciarsi addosso e su questo non ci piove (cioè, ci piove, pure molto a Londra).

Fa freddo e si vive bene? Penso di sì. Così, di passaggio, direi che mi sono fatta un’idea abbastanza buona del posto.

Londra: che cosa c’è di buono.

Di buono c’è la gente. Non so quanti british ci siano in città –very pochy, I guess– ma chi ho incontrato è sempre stato gentile (fosse londinese doc, spagnolo, italiano o chi vi pare).

Sono simpatici: quell’umorismo alla Monty Python che sempre sia lodato.

Il receptionist del nostro albergo si chiama Sebastian. Quando gli ho detto che era proprio un bel nome, lui in scioltezza ha risposto:

Yes. My mum gave it to me. 

Non vi fa ridere? Non avete visto la faccia di Sebastian. 

E poi ti danno sempre una mano: per dire, una roba pazzesca che ci è successa è stata quella di perderci alla ricerca del museo di Sherlock Holmesoh, c’è gente a cui piace pure questo-.

In Italia e, mi sento di dirlo, anche in Francia, difficilmente avremo trovato un’anima pia che ci avrebbe aiutato volontariamente.

A Londra si è avverato l’improbabile: una signora che voleva rubare la santità a Maria Teresa di Calcutta, senza che la importunassimo, si è avvicinata e ci ha chiesto se volevamo una mano.

E fu così che arrivarono al museo- chiuso– con una rinnovata speranza nel genere umano.

Londra: c’ha i quartieri con i palazzi da cui escono le scarpe da tennis.

Di che sto parlando? Ma di Camden ovviamente, il luogo dove puoi uscire in pigiama coi capelli sporchi e… essere perfettamente inserito nel contesto.

Parlo di questo posto qui:

Cioè di una figata. Cioè dove ho lasciato una collana con un ciondolo di plastica a forma di stop. Ah sì, poi pure il cuore.

Insomma, io ci ho passato solo 5 giorni a Londra e da vedere mi sono rimaste tipo un miliardo di cose –tra cui NON la National Gallery, per una sorta di ribellione a mio nonno

Però, da assoluta turista profana che dice cagate.

Londra, io ti amo, tornatene in Europa.

Non mi importa se ci hai lasciati, sono pronta a perdonarti e ad installarmi in uno starbucks qualsiasi a servire mocaccini.

Viaggiare: o come affrontare le ore di attesa

Viaggiare è l’attività più stimolante che ci siamo inventati.

Viaggiare è lo zaino in spalla, poche robe appresso, tempo per rilassarsi sulle sedie in aeroporto. È un caffettino, un biglietto in tasca infilato nella plastica della carta d’identità.

OK.

Ora parliamone seriamente: viaggiare è la cosa più vicina ad un incubo da svegli. Viaggiare è tipo una di quelle maledizioni antiche sumere, che appena vengono lette a voce alta da tettute ninfomani nel retro di una macchina sfasciata – a che mi riferisco? eccovelo qui. Enjoy- ti perseguitano per millemila stagioni da scaricare e sono un casino da trovare i torrent.

Cioè, io sono qua, sepolta da strati di vestiti che non sono stati dentro il bagaglio da imbarcare, no? Sono qua che controllo compulsivamente il mio orologio digitale de brastiga.

E non è mai l’ora giusta. 

Viaggiare: una distorsione spazio-temporale che inizia col check-in del giorno prima.

Eh già. 

Perché, quando prendi l’insana decisione di viaggiare, succede che tutto assume tempistiche alla Donnie Darko, che non sai più bene se sei nel presente o nel passato –eventualmente se sei vivo, se sarai vivo, se sei vivo ma in compagnia di un uomo/coniglio che ha un occhio monco

viaggiare
una robetta così insomma

Perché, quello stronzo d’amicoe sì, ce l’abbiamo tutti– che ti ha detto “ma in fondo è solo un’ora di aereo-

EEEEEEEEEEEEEEnno. 

Che in aeroporto ci devi andare come dal medico di base un minimo di due ore prima –NON PENSARE MAI, di esser il solo a migrare con 30 bagagli e bagaglini

MAI

Che poi, per arrivare in aeroporto ci impieghi ottimisticamente un’oretta di mezzi. Poi, non li vuoi contare quei tre giorni che ci impieghi quando arrivi ad arrivare sul serio a casa, tra bus, trenini, navette spaziali?

Insomma. All’amico stronzo di turno:

l’aereo ci metterà pure un’or, ma io ne calcolo almeno 4 in totale. E non considero manco i ritardi.

Viaggiare: cazzo che falso mito che abbiamo tirato su per indorarci la pillola.

Quando mia madre mi ha detto, salutandomi: ” a me gli aeroporti piacciono: significa che sto andando da qualche parte” Io sono stata fulminata da ictus e infarto tutti assieme.

Cioè, per me viaggiare non è farsi i selphie con la fontana di Trevi sfocata sullo sfondo.

Io intendo tanti piccoli e traumatici traslochi, con mutande arrotolate sotto al pc, caricati sulla schiena.

TUTTO CIÓ NON È BELLO.

Propongo dunque l’istituzione di gruppi per la riabilitazione per sublimare tale pratica.

Postit scritto in diretta da Cagliari, aeroporto