Londra: che cosa vuoi di più dalla vita?

Londra la conosciamo un po’ tutti con i suoi Peter Pan e Tower bridge.

Londra con 007 e la regina Elisabetta.

Londra
Oh Darling

Quella Londra con gli annunci da lavapiatti che ti saltano addosso appena scendi dall’aereo. Londra, quella città che la mia insegnante delle medie mi ha ficcato in testa fosse un melting pot e da lì non ne sono più uscita dall’associazione di idee con un minestrone.

Londra è quella cosa che tutti dicono “fa freddo, ma si vive bene”

Effettivamente, io credevo di avere un paio di pregiudizi in questione. Li ho sfatati tutti. Tranne per il freddo. C’è un freddo da pisciarsi addosso e su questo non ci piove (cioè, ci piove, pure molto a Londra).

Fa freddo e si vive bene? Penso di sì. Così, di passaggio, direi che mi sono fatta un’idea abbastanza buona del posto.

Londra: che cosa c’è di buono.

Di buono c’è la gente. Non so quanti british ci siano in città –very pochy, I guess– ma chi ho incontrato è sempre stato gentile (fosse londinese doc, spagnolo, italiano o chi vi pare).

Sono simpatici: quell’umorismo alla Monty Python che sempre sia lodato.

Il receptionist del nostro albergo si chiama Sebastian. Quando gli ho detto che era proprio un bel nome, lui in scioltezza ha risposto:

Yes. My mum gave it to me. 

Non vi fa ridere? Non avete visto la faccia di Sebastian. 

E poi ti danno sempre una mano: per dire, una roba pazzesca che ci è successa è stata quella di perderci alla ricerca del museo di Sherlock Holmesoh, c’è gente a cui piace pure questo-.

In Italia e, mi sento di dirlo, anche in Francia, difficilmente avremo trovato un’anima pia che ci avrebbe aiutato volontariamente.

A Londra si è avverato l’improbabile: una signora che voleva rubare la santità a Maria Teresa di Calcutta, senza che la importunassimo, si è avvicinata e ci ha chiesto se volevamo una mano.

E fu così che arrivarono al museo- chiuso– con una rinnovata speranza nel genere umano.

Londra: c’ha i quartieri con i palazzi da cui escono le scarpe da tennis.

Di che sto parlando? Ma di Camden ovviamente, il luogo dove puoi uscire in pigiama coi capelli sporchi e… essere perfettamente inserito nel contesto.

Parlo di questo posto qui:

Cioè di una figata. Cioè dove ho lasciato una collana con un ciondolo di plastica a forma di stop. Ah sì, poi pure il cuore.

Insomma, io ci ho passato solo 5 giorni a Londra e da vedere mi sono rimaste tipo un miliardo di cose –tra cui NON la National Gallery, per una sorta di ribellione a mio nonno

Però, da assoluta turista profana che dice cagate.

Londra, io ti amo, tornatene in Europa.

Non mi importa se ci hai lasciati, sono pronta a perdonarti e ad installarmi in uno starbucks qualsiasi a servire mocaccini.

Le abbuffate notturne sono un universale aristotelico

Le abbuffate notturne, cugine prossime della fame chimica.

Le abbuffate notturne, sì, non fate finta di non capire di cosa sto parlando. Di solito nascono da due tipi di problemi:

1- L’insonnia.

Anche se il mio fidanzato mi ha diagnosticato una patologia più sottile –per citarlo “tu non soffri di insonnia. Dormi otto ore…solo che lo fai ad orari anormali” [E. Sini; 2017]– io la banalizzerò con l’etichetta insonnia. Ultimamente, fantasticate voi sulle cause, non riesco a prender sonno se non dopo estenuanti sessioni di sesso serie tv che si protraggono anche fino alle quattro del mattino -lo so, sono una dilettante-

Le abbuffate notturne: migliori compagne di occhi aperti.

Insieme alle palpebre, personalmente mi si apre pure lo stomaco che, se nel resto del giorno si è comportato egregiamente, dalla mezzanotte in poi fa effetto gremlins: comincia a crescere e farsi cattivo. Il solo modo per farlo tacere è aprire il frigo e farsi  inghiottire dai menu disparati.

Mia nonna ha fatto l’errore madornale di comprare cose che non consumerà mai, perché diabetica. L’altra notte ad esempio, presa da uno dei raptus da “qualcosina di dolce ci sta”, mi sono imbattuta nei sosia dei ringo.

Cioè, ditemi voi, cosa potevo fare?

le abbuffate notturne

E poi si sa, dopo il dolce, viene il salato. Un paninetto col formaggio ci sta da dio di fronte ad una serie danese ambientata nelle scuole.

Le abbuffate notturne e il sentimento di libertà assoluta.

E già, perché, la cosa più attraente delle abbuffate notturne è che si svolgono quando tutti in casa stanno russando e quindi è come se tutto il cibo ingerito non esistesse.

Non sta accadendo. Sì, le fitte allo stomaco dicono il contrario ma!

Com’era quella storia dell’albero che se cade nella foresta e nessuno sente il rumore…allora non è mai caduto?

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Insomma, ci siamo capiti o no? Se nascondo le bucce nella pattumiera e non mi fermo a leggere le calorie che contiene una scatola di barrette vitasnella, allora, il gioco è fatto. Poi vabè, evitiamo minigonne e spiaggiate… siamo a posto.

Le abbuffate notturne, c’entrerà forse lo stress?

Come ho detto mille mila righe fa, le abbuffate notturne sono legate all’insonnia ma anche allo stress. Almeno così ipotizzo. Fatto sta che io quando mi scofano quanto c’è mi sento felice. Dura un attimo, prima di pentirmi amaramente, ma tutti i miei problemi se ne vanno via.

Prossimamente su real time, nel programma sui ciccioni che mangiano per superare traumi: LA STORIA DI SIMONETTA.

SPOILER: Simonetta decide di mandare a fanculo tutti e morire mangiando seadas.

Detto questo: considerate che questo post è stato scritto durante una di quelle notti in cui di perdere conoscenza non se ne parla proprio.

E sono alla seconda spianata col formaggio.

Buonanotte

L’essere stacanovista -sì, non si scrive così-

L’essere stacanovista, stacanovismo come modo di essere e di morire.

L’essere stacanovista è un modo come un altro per farsi del male. C’è chi fuma, chi si nutre solo di Coca Cola –chi? Non io di certo, no signore– c’è chi si guarda al pomeriggio Uomini e donne e chi si ammazza di canne.

Embè?

Sono tutti modi più simpatici e affascinanti di esser masochisti. L’esser stacanovisti invece

oh. lo so che sbaglio ogni volta e non si scrive così, rilassatevi

è una cosa che in un primo momento ti fa sentire persino una persona nobile, una di quelle votate al sacrificio, very jesus christ super star.

Esser stacanovista. supernews. FA CAGARE.

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Lo stacanovismo non è una bella cosa. Non ti dà punti in più, anzi, forse contribuisce a farti diventare sempre più piccino…ino…ino

In Francia, per dirvi, quando ho detto di esser stacanovista, mi hanno guardato dicendomi: non utilizziamo questo termine.

Al che, ho preso il mio cellulare e sono andata QUI, per illuminare loro la via –e gettarli nello sconforto

Ma facciamo un esempio.

Me. Simonetta.

A lavoro ci andrei dopo che un ladro mi è entrato in casa, mi ha distrutto il pc con l’unica copia del mio romanzo dentro, mi ha violentata, rubato la mia scorta di pane con le noci settimanale e fottuto i soldi nascosti in valigia di mia nonna.

E dopo questo, con i graffi sulla pelle, se inciampassi per le scale rompendomi l’osso del collo…

Sarei comunque andata a lavoro.

Esagerazioni? Mica tanto.

L’essere stacanovista è una patologia di cui nessuno si sente di parlare.

Perché? Perché gli stacanovisti li odiano tutti, ma infine sono anche abbastanza utili quando hai bisogno di uno schiavo. E quando mai ti capita di non averne bisogno?

La cosa più stronza dell’esser stacanovisti è il senso di colpa. Non è mai abbastanza il dolore e la fatica che provi, per rimanertene un giorno a letto. Non sarà mai abbastanza imprescindibile la tua salute rispetto a quello che devi fare in ufficio.

L’essere stacanovista è uno dei peggiori modi di sentirsi protagonisti.

Perché, se non mi presento oggi, il mondo sicuramente si cagherà in mano. 

Perché, se faccio questa assenza, tutti a lavoro sapranno che sono l’esser più pigro di questa terra, un parassita che succhia i soldi allo stato.

Perché, se resto a letto, di certo una maledizione antichissima ricadrà su me e la mia generazione futura.

Pensavo tutto questo stamattina, in fila dal medico nel mio unico giorno libero. Mentre mi diceva che dovevo andare d’urgenza a farmi dare un’occhiata da uno bravo, riuscivo solo a pensare “sì, bravo, tu dì quello che hai da dire e io poi vado a casa a lavorare e lunedì amici come prima“.

L’essere stacanovisti ha una fine? Sì.

L’essere stacanovisti –per fortuna, per sfortuna, non lo so– si scontra con un suo limite naturale. Peggio della malattia, ad impedirti di presentarti a lavoro, c’è una cosa: la morte.

Così, quando mi sono vista un bozzo spuntarmi di fronte, in gola, che paio un serpente, un minuto dopo –un minuto dopo lo giuro cazzo– esser uscita dall’ambulatorio con l’aria del “farò finta di niente anche stavolta, fuck the doctor

Ho scritto una lettera di licenziamento. 

Lo stacanovismo ha una cura. Si chiama fifa power.

Viaggiare: o come affrontare le ore di attesa

Viaggiare è l’attività più stimolante che ci siamo inventati.

Viaggiare è lo zaino in spalla, poche robe appresso, tempo per rilassarsi sulle sedie in aeroporto. È un caffettino, un biglietto in tasca infilato nella plastica della carta d’identità.

OK.

Ora parliamone seriamente: viaggiare è la cosa più vicina ad un incubo da svegli. Viaggiare è tipo una di quelle maledizioni antiche sumere, che appena vengono lette a voce alta da tettute ninfomani nel retro di una macchina sfasciata – a che mi riferisco? eccovelo qui. Enjoy- ti perseguitano per millemila stagioni da scaricare e sono un casino da trovare i torrent.

Cioè, io sono qua, sepolta da strati di vestiti che non sono stati dentro il bagaglio da imbarcare, no? Sono qua che controllo compulsivamente il mio orologio digitale de brastiga.

E non è mai l’ora giusta. 

Viaggiare: una distorsione spazio-temporale che inizia col check-in del giorno prima.

Eh già. 

Perché, quando prendi l’insana decisione di viaggiare, succede che tutto assume tempistiche alla Donnie Darko, che non sai più bene se sei nel presente o nel passato –eventualmente se sei vivo, se sarai vivo, se sei vivo ma in compagnia di un uomo/coniglio che ha un occhio monco

viaggiare
una robetta così insomma

Perché, quello stronzo d’amicoe sì, ce l’abbiamo tutti– che ti ha detto “ma in fondo è solo un’ora di aereo-

EEEEEEEEEEEEEEnno. 

Che in aeroporto ci devi andare come dal medico di base un minimo di due ore prima –NON PENSARE MAI, di esser il solo a migrare con 30 bagagli e bagaglini

MAI

Che poi, per arrivare in aeroporto ci impieghi ottimisticamente un’oretta di mezzi. Poi, non li vuoi contare quei tre giorni che ci impieghi quando arrivi ad arrivare sul serio a casa, tra bus, trenini, navette spaziali?

Insomma. All’amico stronzo di turno:

l’aereo ci metterà pure un’or, ma io ne calcolo almeno 4 in totale. E non considero manco i ritardi.

Viaggiare: cazzo che falso mito che abbiamo tirato su per indorarci la pillola.

Quando mia madre mi ha detto, salutandomi: ” a me gli aeroporti piacciono: significa che sto andando da qualche parte” Io sono stata fulminata da ictus e infarto tutti assieme.

Cioè, per me viaggiare non è farsi i selphie con la fontana di Trevi sfocata sullo sfondo.

Io intendo tanti piccoli e traumatici traslochi, con mutande arrotolate sotto al pc, caricati sulla schiena.

TUTTO CIÓ NON È BELLO.

Propongo dunque l’istituzione di gruppi per la riabilitazione per sublimare tale pratica.

Postit scritto in diretta da Cagliari, aeroporto

 

Natale a casa, la famiglia, l’amore (ohiaiahi)

Natale, il post definitivo.

Natale e le sue bellezze. Soprattutto se sei un amante del trash. Non siete amanti del trash?

Siete perduti.

natale
Film come questi ti salvano. -uccidendoti-

Lo so. Siamo tutti già assillati dall’incubo di come rendere più spiacevole il Capodannoche giorno stramegabellissimo domani

MA!

Io ci ho messo un po’ a digerire il natale.

Evacuo solo oggi.

C’ho l’intestino emotivo lento c’ho.

Cominciamo con le dovute premesse: sono una purista del natale.

Cioè, non è mica semplice mettersi ad odiare il natale, così, per partito preso.

Partendo un po’ alla lontana il natale per me è un po’ come la Coca cola.

parallelismo che NESSUNO AVEVA MAI FATTO MAI

Quando ero un’infante -sui 18 anni- ho passato un periodo luminosissimo a base di zuccheri e gas. Anni in cui la Coca cola era il mio Dio, sublime surrogato di colazioni, pranzi, cene, merende e acqua.

La Coca cola era tutto per me. E quando c’è l’amore non c’è nient’altro.

E quando c’è l’amore, lo vuoi al 100%.

Cioè solo in bottiglia di vetro, dopo ore di frigo, appena stappata.

E le bollicine ti arrivano al cervello pompandoti tutta.

La Coca cola finiva che non la finivo mai, perché dopo il primo bicchiere per me era già sgasata. Mai in bottiglioni di plastica. Mai e poi mai se aveva superato un giorno di apertura.

E, mi chiedete, la Pepsi? Per favore, NON. DICIAMO. STRONZATE

Questo è esser puristi, belli miei. E, se ci pensate, pure voi avrete sicuramente qualche fissazione del tipo “il cioccolato lo mangio, ma solo quello della Venchi e solo quello con la percentuale all’80% di cacao nero”.

Pensateci.

Eccovi… ci siamo.

Natale, oh Natale…perché sei tu Natale?

Ti chiamassi con un altro nome, avresti lo stesso profumo di…

Shakespear non me ne voler male

Io il Natale l’ho sempre amato, così tanto, col suo presepe fatto di action figures di una serie tv che ancora nessuno ha fatto -e non mi spiego il perché- che, io lancio la proposta, dovrebbe intitolarsi “The Young Jesus” e avere come protagonista un sempre nudissimo Keanu Reaves.

Io, il natale, l’ho sempre adorato, con tutte quelle palline e campane di cristallo fragilissimo, che mia madre si metteva a bestemmiare nel suo cuore ogni volta che ne frantumavo una -a mia discolpa, tu sei pazza a metterci le robe swaroskij su un albero finto a portata bimbi-

Il natale, io l’ho sempre atteso con tutti gli addobboni che diventavano magicamente sciarpe da trans vistosi attorno alle mie spalle e com’ero diva con i serpentoni di paiettes avvolti sul collo.

Natale che, come ogni bel sogno, finisce che poi ti svegli.

E che, quando ti svegli, come minimo, i tuoi si sono mollati e hanno diviso in due il cane lasciando tutti gli organi sparpagliati sulle tue cose, che manco il visconte dimezzato in versione splatter.

Che, quanto apri gli occhi, il meglio è che ti sono morti tragicamente in ordine: chi amavi di più, chi amavi tanto, chi amavi di meno, chi ti stava per lo meno simpatico, chi avevi trovato interessante una sera, quello che avevi pensato fosse interessante…

Insomma. Più o meno tutti attorno a te.

Chi è sopravvissuto, sarà di sicuro finito su un letto di ospedale.

Natale che, quando riprendi conoscenza, significa che devi far attenzione a quello che mangi perché ormai non digerisci più la cipolla e i grassi complessi.

E, guarda un po’, il pandoro è IL Grasso Complesso.

Natale: nessuno lo dice, ma pare pure peggio del Capodanno.

è che dire che stare in famiglia fa spesso cagare, non sta bene. Pare brutto, no? E allora tutti bellini a mangiare in allegria, quando non ti chiedono come procede la tua vita e tu non sai neppure di averla una vita, finché non te lo ricorda la tua zia di secondo grado.

Ti riempi il bicchiere di vino -se non sei sotto antiinfiammatori-

Io, il natale lo amo. E sono troppo, troppo innamorata, per non odiarlo a morte.

Perché, non è più come quando ci siamo incontrati i primi tempi.

E, mentre tutti sono distratti dalla mia faccia da “sonotroppograndeperilnatale” conosciuta anche come “oramichiudoincameraecciao

Coltivo, dentro di me, immagini di un Babbo natale che allestisce in segreto la macchina generatrice automatica di scarpe discutibilmente belle -tipo queste, per la quale ho sbavato tutto l’anno e che ho ordinato nelle letterina spedita per tempo alle poste italiane con raccomandata e ricevuta di ritorno.

Caro il mio Babbo, capisco la glicemia alta e tutto -da qualche anno ti lascio da parte bietole bollite e non biscotti danesi-

Impegnati, pure tu. Per cosa le paghiamo le tasse?

 

Roberto Recchioni: una mezza-ossessione (togliamo il mezza)

Roberto Recchioni, o rrobe, –tutte le doppie che desidera, gli siano date

Caro Roberto Recchioni, qua voglio spiegare perché io, da grande, –che son quasi un infante, c’ho solo 27 anni, sono una creaturinavoglio essere te.

Questa è la confessione di una stalker fan.

Perché ho rotto la verga a tutti i miei amici con sta storia del

“da grande vorrei esser Roberto Recchioni”

Con cambio di sesso e tutto il pacchetto. Sì, LO VOGLIO.

nessun Recchioni è stato pedinato durante la scrittura di questo POSTIT

Sai, è un po’ come avere un amico immaginario. E se siamo amici immaginari, posso pure scriverti delle lettere immaginarie, pensa un po’ che culo.

E poi, su indeed non esiste la categoria lavorativa Roberto Recchioni, ma ci staranno sicuramente lavorando su.

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Caro Recchioni,

Tu non lo sai, ma leggo i tuoi fumetti da anni e discutiamo  quando ti perdi un po’ all’ultimo nelle sceneggiature.

Finisce che non sei mai d’accordo, perché ti ami proprio un sacco.

Finisce che mi ricordi che tu fai il curatore per la Bonelli –e altre mille mila cose tutte con estremo successo

e che io sono un misero niente, con le gambe incrociate sul divano e Orfani tra le mani.

Inizia e finisce così la nostra relazione immaginaria:

roberto recchioni
severo ma giusto

Roberto Recchioni, c’hai sicuramente ragione tu.

Io non diventerò mai un cazzo. E tu mangi, paghi l’affitto, ti vesti, fai la spesa, saldi bollette, ti sveni in sigarette… semplicemente SCRIVENDO.

C’hai per forza ragione tu.

-epperò, insisto, qualcuno te lo deve dire: a volte ti perdi pure tu

-pure. tu-

Ti vedo che ti fai i viaggioni a vederti la Scarlett in Giappone.

Ti si rompe la moto e io lo so.

Fai flashmob milanesi con gli zombie? E io lo so.

Io sono un po’ come i police: every step you take…

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Ma pure tu Robè, se non ti fai il super selfie la mattina ti senti un po’ costipato. 

Maledizione a instagram, a facebook, a twitter.

Maledizione a me. E a te, che sei sempre “””social””” anche quando sei al cesso cristoddio. 

Una poveretta come me, cosa deve fare?

Sono solo una che vorrebbe averci la faccia come il culo tipo la tua.

Una faccia di culo che non puoi odiare davvero anche se, a vederla, piedi e mani ti prudono perché “Questo sta in piena crisi di mezza età

Eppure. Vorrei andare a letto di sera con la sua consapevolezza di esser riuscita a fare quello che amo nella vita.

Cioè, ci campa pure a scrivere personaggi. 

Come si può pretendere che io non voglia diventare come lui? Me lo spiegate melo?

Sono Recchioniaddicted.

Caro Roberto Recchioni,

tutto ha avuto inizio con il tuo matermorbi. Che, se non lo conoscete siete brutte persone, è un numero di Dylan Dog che mi ha fatto l’effetto “prima sigaretta”:

prima mi ha aperto tutte le vie respiratorie e poi me le ha bruciate nello stesso punto.

Che è bello, maccazzo.

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Poi il mio percorso di iniziazione è continuato con l’approdo su Asso. Il blog più scassaminchia di sempre.

E quindi sono “caduta innamorata“.

nessun Recchioni è stato pedinato durante la scrittura di questo POSTIT

Roberto Recchioni poi, sarebbe pure il sosia del mio ragazzo.

Del quale però non possiamo avere foto, perché è un attimino contro tendenza e, come Dio e lo Spirito Santo, non vuole esser rappresentato in alcuna forma iconografica.

o, come ho coniato io, è un SOCIALpatico

Resta il fatto che dovete credermi sulla parola: Recchioni e il mio ragazzo si somigliano parecchio.

E quindi, tendenzialmente, mi viene da amare questa sua faccia qui:

roberto recchioni
e le sue braccine che si spezzano

nessun Recchioni è stato pedinato durante la scrittura di questo POSTIT

Poi è uno scrittore, poi è un disegnatore.

Roberto Recchioni, è umano? No, perché, è possibile che tutto questo ben di Dio sia concentrato in un uomo solo?

Pare di sì.

E in più.

Roberto Recchioni c’ha quella cosa lì, sì, quella roba che ci piace a noi donne un po’ “sono un’artista ricercata”: è dichiaratamente egocentrico e onestamente stronzo.

Cioè, a me uno che si dà della puttana, mi ha conquistato per sempre.

A me, uno che si fa i selfie con le motociclette e le camice da boscaiolo, mi fa partire le ovaie.

Credo perché il fastidio che provo per il suo esibizionismo spinto, coincide perversamente con l’invidia di fronte a così tanta sicurezza.

O, più che altro, menefreghismo.

Roberto Recchioni, ricapitolando:

1-Ha l’aspetto del mio ragazzocomprese le ossicine fragili fragili, il naso contorto, i capelli che non se ne capisce un cazzo e le sopracciglia tristi

2-Si crede dio sceso in terra -come il mio ragazzo, che ora però non sarà più il mio ragazzo perché, si sa, Dio è un tipo vendicativo, che non perdona

3-è un artista tormentatocome il mio ragazzo, che colleziona Dylan Dog, Orfani e John Doe, ma non ne è il curatore

Roberto Recchioni.

Sei single?

Io no.

S’era capito che c’ho il fidanzato.

Però sappi che il tuo Doppleganger più giovane, ovunque tu sia, io lo custodisco con amore mentre ti seguo con troppa attenzione su Instagram.

Così siamo sicuri che non vi incrociate, che sennò poi è un casino e vi dovete ammazzare e robe così.

e RRobe così

Per sempre non tua,

Simonetta.

 

Iniziare a lavorare. Iniziare. Lavorare. CHE? COME SCUSA?

Iniziare a lavorare: questa cosa sconosciuta.

Iniziare a lavorare- sì, lo ripeto per cercare di esorcizzare l’espressione-Probabile che ne abbiate sentito parlare: un lavoro nuovo.

Innanzitutto un lavoro. Poi uno nuovo.

cioè, sì, ho lavorato prima

sto scrivendo in pratica un libro di fantascienza

iniziare a lavorare cheppalle oh. Non è meglio lamentarsi di non fare niente per colpa di Renzi?-

Emozioni di quando ti svegli e sai di dover entrare in un ambiente sconosciuto:

iniziare a lavorare
ohia, eccomi paparazzata!

Primo problema: iniziare a lavorare=che cazzo mi metto?

Eh già. Ogni posto ha il suo dresscode e tu, va da sè, non solo lo ignori, ma lo sbaglierai clamorosamente. Nel dubbio qualcuno mi aveva detto: mettiti in tiro che vai sul sicuro. Fagliela vedere subito la tua pellaccia.

Ecco. Sì. Anteprima di me che accetto i consigli PRATICI.iniziare a lavorare

Poi ovviamente finisce che tutti sono in scarpe da tennis e tu sei la figa di legno-
-bello eh. Ma non bellissimo

Secondo problema: iniziare a lavorare=cosa diavolo dovrò fare?

Sì perché effettivamente un’idea vaga ce l’hai, ma è così vaga che sarebbe più facile guidare da neo patentata fino ad Osilo di inverno, la pioggia, la nebbia, l’auto in panne.

-Provare per credere- 

Iniziare a lavorare è più o meno l’incubo di svegliarsi nudi di fronte ad un pubblico di sconosciuti. Solo che è vero. Solo che non sei Bridjet Jones. Non fa ridere cazzo.

Mi sento sperduta come gli agnellini che piangono al macello de “Il silenzio degli innocenti“, ma mica posso darlo a vedere. La regola d’oro è che il tuo terrore viene fiutato dal prossimo, o meglio, cumenti si dizzi a casa mea, si FIAGGA (più grezzo ed efficace, as usual).

Per cui sorrisissimo sotto il rossetto e con nonchalance ci si poggia al muro in attesa delle direttive, qualsiasi, anche solo portami il caffè andrà benone. Ho sempre sognato portare caffè. N’est pas?

Poi pian piano lo capisci che cavolo devi fare con esattezza, ma, di solito, arriva più o meno dopo una valanga di figure di m***a

scusate mi è scappato l’asterisco selvaggio. volevo scrivere MERDA

e di cazziatoni che ti pigliano alle spalle come lo stereotipo del molesto in impermeabile al parco.

Ma tant’è. Il cursus honorum lo fanno tutti. Chi sono io? Figlia della gallina bianca?

Terzo problema: gestire le pause.

Esistono? Quando sono? Sono solo una trappola perversa per cui i nuovi arrivati, cioè te, non possono TASSATIVAMENTE alzare il culo dalla sedia neppure in caso di incendio?

Voglio dire.

Quando gli altri si mettono a fumarsi la sigarettina ballando la zumba, è lecito o no andare a pisciare?

Grandi quesiti per grandi cervelli. Epperò non ci credo che non vi siete trovati in questa situazione kafkiana -che è il modo intellettuale per non dire fantozziano

c’ho la laurea in lettere c’ho

Iniziare a lavorare=tornare a casa con una serie di tic all’occhio

La voglia che poi mi contraddistingue personalmente di cercare con accuratezza i metodi di suicidio preferiti dalle donne su Google appena varcata la soglia di casa,

riprendete fiato

FORSE, e sottolineo il forse, non è la prima cosa che fate pure voi.

Ma mi aspetto che, come minimo, qualcosa del genere la facciate. Non lasciatemi sola in questo intenso lavoro di ricerca per allontanarmi da una realtà in cui ancora non ho capito bene dove stia il cesso.

-Ve prego.-

Sull’argomento ci potrei scrivere un libro. Più d’uno. Sapeste gli scivoloni di stile. Ma non sarebbe… come si dice… SEO friendly.

Immaginatemi solo, gettata in una classe di Heidi francesi che mi chiedono di soffiar loro il naso.

almeno credo. Chi lo parla il francese?

-Io no-

E con questa chicca.

Au revoir.

Fine dell’estate. Fine delle vacanze. La morte, insomma.

Fine dell’estate, assieme ai The giornalisti.

Fine dell’estate, espressione che suona più o meno così. Fatevi un favore e ascoltatevela un po’

Via,via questo settembre!! (cantava a squarcia gola fissando fuori dalla finestra nel cesso). E la fine delle vacanze, anche quella colpa di qualche film anni ’80?

Nah

Colpa dei soldi, quelli servono sempre se vuoi mangiare -a quanto pare- quindi, anche quando sei terrona o similare, devi tornare a sgobbare -a quanto pare- Le giornate non sono più lunghe e calde, i giovani d’oggi non fanno sedere le vecchiette sui tram…

che disastro. un di-sa-stro

Come sopravvivere al RIENTRO DALLE VACANZE –o fine dell’estate o come diavolo vi pare, sempre brutta roba è-

La terribile piaga del mondo adulto che fa lo stesso numero di vittime dell’AIDS, e se non lo sapevate un pochino ve lo aspettavate.

Oh, i sintomi sono più o meno quelli eh: il COLON IRRITABILE, l’insonnia, il frigo vuoto e lo stomaco pure… quello sguardo perso nel nulla cosmico che spesso non è altro che il preludio a pianti isterici con gelato annesso.

-Tipo-

Ho scritto come sopravvivere dalle vacanze MA, è una domanda assolutamente nosense perché la depressione post-summer (inglese più latino oh yeah) non la si può evitare.

Se siete come me in piena botta da fine dell’estate

Beh. A parte entrare in loop con i The giornalisti e vi consiglio di lasciar perdere se non volete poi cominciare a tornare indietro nel tempo con tanto di spalline cucite sotto la giacca… cleenex ne avete?

NO?!

Eh ma allora siete i soliti sprovveduti! Perché la vera soluzione alla tristezza letale da rientro ce la dà il nostro amico luminoso qua

fine estate
sono una MASTER di PAINT e dell’a capo oooh yeah

Per quelli che poi, come la sottoscritta, abbandonano la terra natia per spostarsi in luoghi demmerda AMENI, dove splende il sole (mai) e il cielo è sgombro (mai), il passaggio si fa vagamente più traumatico.

ma vagamente. Qualcuno dovrà pagarci una terapia seria a riguardo, altro che continuità territoriale

Lo so. Voi siete ancora fermi alle parole “fine dell’estate”

State sfogliando la galleria dei vostri culi abbronzati in spiaggia e dei paninazzi ai calamari fritti pigliati in viaggio.

-Bravi. Bella mossa-
occhi lucidi modeon
Ragazzi, i cleenex o non se ne fa niente

E ora devo pure lasciarvi che ho una vita sociale (NO)

-cioè ho un’urgenza letale di andare ad ammazzarmi di cioccolata e Real time-
– se avete problemi con Real time…beh…avete problemi.-

Aprire un blog da zero? Si. Può. FARE!

Aprire un blog,

-aprire un blog… mmm… sì. Pronti prontissimi...-

Di solito, è una scelta compiuta perché pensi di avere qualcosa da dire.
Occhio, che pensi è la parola chiave del giorno.Sì perché in te -in me- si agita una media adolescente che si masturbava con i cultissimi myspace e blogger, magici contenitori dei suoi pensieri magici. Insomma, quell’essere di puro egocentrismo e brufoli che buttava giù manoscritti interi di considerazioni ormonali che venivano puntualmente –esclusivamente– letti dai suoi quattro amici sfigati e nerd.
Ecco, nella sezione attualità, spoiler:

quella ragazzina non è morta

Anzi. Direi che è impossibile da uccidere e che ritornerà come le peggiori e le migliori cose della vita – vedi le saghe infinite di horror tipo venerdì 13 e Halloween.

Quando ho deciso di APRIRE UN BLOG

è stato con la candida presunzione di avere una quantità industriale di robe interessantISSIME.

Però.
Così come si dice che “la mamma degli idioti è sempre incinta“, sai com’è, quella dei pensieri brillanti pare un po’ stitica. Per cui,

quando ho deciso di creare un blog

alla veneranda FLORIDA età di ventisette anni, mi sono ritrovata all’incirca in questa situazione qua:

aprire un blog
SE MI CLICKI MI INGRANDISCO PURE

Se poi sei pure animata da intenti suicidi tipo “perché non farlo diventare un buon biglietto da visita?”, allora sono cazzi affari tuoi.
Non è vero che la terza guerra mondiale non scoppierà mai. Sappiate che è iniziata qua, di fronte a un pc lenovo qualsiasi, con me che tiro bombe all’idrogeno ad un indifferentissimo WordPress, con a fianco una bibbia fordummiesWordPress la guida completa. Creare blog e siti professionali di Bonaventura di Bello

Utile?

Beh, se sono riuscita a dare un aspetto a questo luogo virtuale non è solo perché so leggereed è tutto da dimostrare– ma anche perché sono testi abbastanza utili per chi si cimenta nell’incredibile pianeta digitale.
Dentro il quale mi muovo impacciata come un’ immigrata clandestina. Mi auguro che il Salvini dei blog non mi dia la caccia: giuro che non rubo il vostro lavoro, non stupro i vostri uomini e non indosso burkini. Giuro. Detto questo.

Ho fatto amicizia con termini quali “Piano editoriale” – e per questo devo ringraziare che gli ignoranti come me possano imparare da degli specie di guru tipo il Dio onnipotente che ha creato Penna blu, ma anche incantevoli donzelle che ne sanno molto più di me come Serena Bianca de Matteis

Loro non lo sanno, ma li spio con devozione e così dovreste fare voi. Se ho risposto alla domanda che Daniele Imperi fa nel suo post?

Cioè: che cosa volete sapere da uno scrittore?

No. Non ho risposto. Io gli scrittori li intervisto. Per il resto, ditemi vobis: io intanto vado in autonomia coi POSTIT.

Ho capito poi che aprire un blog ha anche a che vedere con una brutta bestia chiamata SEO

Che è una specie di ingegneria spaziale fatta di ingranaggi simpatici e insondabili che io, ovviamente, non so utilizzare. Qualcosa di cui tutti parlano con estrema competenza mischiando l’italiano con l’informatichese. Oh, ci si prova eh. Se ci ho provato io c’è speranza che pure una scimmia… -altra bibbia fordummies consigliata -. Se poi vi siete messi con WordPress -bravi voi, brava me- c’è un plugin, sì ho detto plugin, micidiale: Yoast SEO, che è fatto come i semafori. Amate i semafori? Amate anche Yoast SEO.

E quindi ho aperto un sito. Dentro il sito c’è un blog. E dentro il blog…

(potrei andare avanti così all’infinito come con questo motivetto qua, l’evergreen Ci vuole un fiore)

(ma non andrò avanti all’infinito, tranquilli. Andate in pace)