Funne, una lezione di vita che giunge dalla Val Daone

Funne: un libro-film-documentario di Katia Bernardi.

Funne: le ragazze che sognavano il mare, è il titolo di un libro con una copertina fantastica.
cioè questa roba fantastica qua

La nonna addobbata per andare al mare è solo una delle tante che compaiono in questo libro bizzarro –bizzarro nel senso del wow– Questa bella storia, l’ho comprata perché ambientata in un piccolo villaggio inculato nelle montagne trentine. Perché amo le nonne -l’avrete notato già da QUA– e perché l’autrice è una giovanissima con due palle quadrate e… una cuffietta gialla. 

Funne, che vuole dire ragazze

che vuol dire avventura e forza di volontà. Io il libro l’ho divorato e poi ho deciso di fare una cosa: intervistare Katia Bernardi e la sua cuffietta gialla. Katia è lei:

funne

Una persona fantastica, iper attiva, una donna che non solo ha avuto una trovata geniale, ma l’ha pure concretizzata. E ora…
Ma facciamocelo raccontare da lei.

Katia, ci parli un po’ di com’è nata questa storia bellissima delle Funne? 

Ho incontrato le Funne e il circolo Rododendro circa tre anni fa, ma conoscevo già la Val di Daone per averci realizzato diversi lavori, in particolare un documentario del 2011 intitolato “Gli uomini della luce” dedicato alla storia dei grandi impianti idroelettrici costruiti nel dopoguerra. Gli uomini della luce altri non erano che i mariti, ormai quasi tutti scomparsi, delle mie Funne. L’idea era quella di raccontare questa valle al femminile e il destino ha voluto che le incontrassi proprio in occasione del ventennale del circolo. Volevano organizzare una gita speciale, diversa dalle solite… E poi intervistandole ho scoperto che molte di loro non avevano mai visto il mare.
Cosa che per me, sardaccia, è strabiliante. –non aver visto il mare– Già così hai ottenuto tutta la mia attenzione.
Allora, potresti dirci come si è concretizzato il progetto? Tra interviste, libri, film…

Qual è stato il processo che ti ha portato alla realizzazione delle “Funne“?

Dal punto di vista produttivo, il progetto è nato piccolo piccolo e non avevo idea che avrebbe preso le dimensioni attuali. Sono partita io, da sola, con un soggetto scritto in un momento in cui anche per me era importante sognare di inseguire una nuova felicità.
E’ cresciuto poco a poco, fino a ché, grazie al crowdfunding con il quale le Funne sono sbarcate nel mondo dell’Internèt, la storia delle mie nonne è diventata inaspettatamente virale. A quel punto a Daone è arrivato chiunque, dalla Rai a Mediaset, da Radio Vaticana alla BBC. E proprio dopo aver sentito un servizio alla radio in Inghilterra, un editor di Mondadori mi ha chiesto di scrivere il libro delle Funne.

Funne: cavoli. Sembra una bella favola, ma, soprattutto, una crescita pazzesca.

E non solo una cosa esponenziale, ma una cosa trasversale: essendo qualcosa che ha finito per coinvolgere più mezzi (da internet appunto, al cartaceo, alla televisione col film), quale dei lavori ottenuti dall’idea originaria, ti ha soddisfatto maggiormente come “prodotto finale”?
Difficile rispondere: ciascuna delle declinazioni del progetto – film, libro, pagina facebook – è una forma di racconto autonoma e interdipendente al tempo stesso. Dal momento che di lavoro faccio la regista, il film è ovviamente il mio mezzo, anche se si tratta della prima volta che mi dedico al genere commedia. Il libro invece è la mia favola personale: nato per caso, senza che nemmeno sapessi di avere questo desiderio, è stato un luogo di serenità e sperimentazione dove ho potuto giocare con le parole in totale libertà, senza aspettative. Nel libro ho potuto divertirmi a scrivere tutte quelle scene che per motivi produttivi non sono potute finire nel film. E questo per un regista è un regalo davvero prezioso.
Benissimo. Diciamo che per un libro che è stato scritto “senza aspettative”, ti è uscito un ottimo lavoro.

Funne: un film, un libro, una storia DA VEDERE, DA LEGGERE.

Un libro perfettamente allineato con la qualità dell’intero progetto.
Siccome sei stata troppo brava e io, come sempre, sono la scema del villaggio, arriva la domanda del blog: e la pasta col tonno? Ti piace?
Pasta al tonno abbastanza. Diciamo che sono piu da carbonara. O da tortelli con zucca. O canederli.
Beh… effettivamente la pasta col tonno la vedo più come una roba da terroni e isolani. I canederli sono una valida alternativa, per te la faccio passare.
Non mi resta che farti un ringraziamento supersonico, perché sei la prima donna ad esser stata intervistata dalla sottoscritta. Perché sei la prima donna che, nonostante i suoi mille impegni che manco Gesù se ne sarebbe capacitato triplicandosi, mi ha concesso un’intervista bella.
E poi, grazie perché il libro, la sua storia, è innanzitutto una fonte di ispirazione.
Stop alle lacrime su “Leggici perché“, abbiamo letto Katia Bernardi. Seguitela, perché viaggia col suo film.
Che tutti noi possiamo diventare delle funne come lei.

Roberto Gerilli direttamente dall’inferno (dov’è vietato leggere)

Roberto Gerilli, intervistato di gennaio, col suo libro preferito solo su Mezza-penna!

roberto gerilli
Roberto Gerilli acquerello style

Roberto Gerilli, scrittore e ingegnere elettronicouna cosa alla Gadda, tanto per intenderci– che potete tranquillamente trovare QUI nel suo favoloso blog in cui si vede che è uno che ci sa fare con il web design.

E con tanto altro a quanto pare.

Roberto Gerilli, ad esempio,

nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Città Senza Eroi  con UteLibri; poi, nel 2015 Questo non è un romanzo fantasy assieme alla Plesio, e nel 2016 Apocalypse Nerd ( sempre Plesio) e Vietato leggere all’inferno, curato e pubblicato da Speechless Books.

Insomma, uno che scrive con lo stesso ritmo di Stephen King.

Roberto Gerilli: è bravo pure come Stephen King?

Ma lasciamolo parlare, che famo prima.

Ad esempio, ci sapresti dire chi è Roberto Gerilli?

Roberto Gerilli è un anconetano che vive in un fortino di libri e spara a vista a tutti gli invasori che cercano di tirarlo fuori e farlo crescere. Nel fortino c’è il wi-fi, ovviamente.

Sì, ovviamente c’è il wifi, non scherziamo. Il miglior amico per noi so ciop litari.

Continuiamo con le domande.

Ti chiedessero di fare una top list dei libri di Roberto Gerilli, come la faresti?
Domanda difficile, essendo tutti romanzi eccezionali. L’unico modo che ho a disposizione, quindi, è l’ordine cronologico: non di pubblicazione ma di scrittura. Prima c’è Città senza eroi (che ho scritto insieme a Giacomo Bernini), poi Vietato leggere all’inferno, e infine Questo non è un romanzo fantasy e Apocalypse Nerd. Se proprio insisti, però, ammetto che un preferito c’è: Vietato leggere all’inferno.
 
Perfetto, era proprio qui che speravo andassi a parare. Vietato leggere all’inferno è un prodotto bizzarro, perché, hai spazzato via tutti i miei pregiudizi in merito –ne parlerò meglio quando ci scriverò sopra una mezza-recensione-. Bizzarro nel senso che è pure il mio/tuo libro preferito.

Roberto Gerilli preferisce”Vietato leggere all’inferno”,

Roberto, allora, ci vuoi dire la tua versione del libro, prima che io ci dica due parole liberamente?

Secondo me “Vietato leggere all’infernoè un capolavoro, può bastare? Okay, va bene, ritrovo la modestia e rispondo con un pizzico di serietà (ma solo un pizzico). “Vietato leggere all’inferno” è la mia risposta sarcastica diretta agli editori che pubblicano senza mai voler rischiare, la mia pernacchia verso gli autori che si prendono troppo sul serio, e il mio dito medio rivolto a coloro che ritengono Stephen King inadatto a un corso di letteratura.

E perché ti piace così tanto? Cos’ha in più degli altri tuoi lavori?

Mi piace perché rappresenta perfettamente il tipo di romanzo che adoro leggere: scorrevole, coinvolgente e con più livelli di interpretazione. Sono caratteristiche che possiede anche “Questo non è un romanzo fantasy”, che però ha un target di lettori più specifico. “Vietato leggere all’inferno”, invece, è molto più trasversale: qualsiasi lettore può riconoscersi, almeno un po’, nel mondo che ho raccontato. È un thriller distopico, ma prima di questa categorizzazione di comodo è un “semplice” libro sui libri.

Qualsiasi lettore può riconoscersi: è proprio così. Quindi comincio a chiedermi se mi debba preoccupare: il mio personaggio preferito è indubbiamente l’amazzone/bodyguard/prostituta/lesbica, sulla quale non dirò altro per evitare di tradirmi in spoiler.

Il tuo qual è? Così siamo in due a preoccuparci. Ce lo descrivi?

Il mio personaggio preferito è la dissacrante trinità formata da Amleto, Eleonora e Caterina. Non riesco a dividerli perché mi sono divertito troppo a scrivere le loro scene, soprattutto i dialoghi. Amleto è il mio prototipo di protagonista: un antieroe per caso, divertente, sarcastico, che cerca di sopravvivere atteggiandosi da duro. Poi c’è Eleonora, la ragazza che tutti vorrebbero conoscere, perché cita Die Hard, perché spara con due pistole, perché è determinata a realizzare il suo sogno, ma soprattutto perché riesce sempre a ottenere il meglio dalla gente. E infine c’è Caterina, la tua preferita, che però non è una prostituta ma soltanto una camgirl (tutto il resto è esatto). Cate è Cate, c’è poco da descrivere: bisogna conoscerla.

Roberto Gerilli come Dio, o come Ray Bradbury?

Mi tiri fuori la trinità –forse perché ti piace paragonarti a Dio, ma qui tutto è lecito-. Io invece faccio un altro parallelismo, più terra terra.
Sicuramente te l’hanno chiesto in tre milioni o giù di lì: quanto hai pensato a Farheneit 451, quando hai cominciato a scrivere “Vietato leggere all’inferno“? 

In realtà sei la prima a chiedermelo per cui: complimenti, sei un’intervistatrice bravissima!

Fahrenheit 451, comunque, non è stata la mia fonte d’ispirazione iniziale, come nel caso di Breaking Bad, e quando ho capito che il parallelo sarebbe stato inevitabile ho cercato di distanziarmene il più possibile.

Il mio obiettivo era creare un mondo nel quale i romanzi non fossero stati vietati da un governo totalitario, ma al contrario su richiesta della popolazione stessa. Mi sembrava molto più attuale. Mentre scrivevo, però, ho sentito l’esigenza di rileggere Fahrenheit e ho trovato un modo ironico per inserirlo nel mio lavoro: il romanzo di Bradbury, infatti, è una delle principali cause che hanno spinto l’Anti-literature movement a pubblicare e diffondere il loro manifesto programmatico. Nel mio libro Fahrenheit non ha protetto la letteratura, ma ne ha indirettamente causato la messa al bando. Spero che il fantasma di Bradbury non mi perseguiti per questa scelta 😉

E siccome siamo passati alle faccine, possiamo, ufficialmente, allentarci la cravatta e procedere con la super domanda di rito:

Roberto Gerilli: ti piace la pasta col tonno?

Questa domanda mi costringe a confessarti una verità imbarazzante che potrebbe addirittura spingerti a bruciare il mio romanzo e a cancellare questa intervista prima della pubblicazione.

Ho deciso di rivelartela ugualmente perché mi sono divertito tantissimo e ti sei quindi guadagnata il diritto di conoscere questo scoop (potresti venderlo anche a Signorini e farci un po’ di soldi).

Inizio con una premessa: sono nato ad Ancora e ho sempre abitato a non più di cento metri dal mare, ma basta l’odore di pesce per darmi il voltastomaco. Colpa di un trauma infantile.

L’unica eccezione è il tonno in scatola. E ora ecco lo scoop. Ti consiglio di sederti perché sarà sconvolgente. Pronta? Ci siamo. Anzi, aspetta un secondo, forse è il caso di salutarti prima perché non so se vorrai parlarmi ancora. Grazie mille per l’intervista, è stato un vero piacere.

A questo punto okay, è il momento: mi piace la pasta col tonno, ma ci metto il parmigiano per ridurre il sapore di pesce.

Boom!

Addio.

Ma quale addio e addio… Roberto è andato a nascondersi senza motivo. La pasta col tonno ci piace in ogni modo -non siamo dei gourmet, la mangiamo col tonno riomare

Se ancora sei da qualche parte al sicuro dal linciaggio, grazie a te, al tuo libro, alla tua simpatia

e agli amici da casa che hanno votato per noi

Et après. Il libro del mese di ottobre. Per cominciare alla grande (?)

 Et après: questo ottobre per voi, SOLO IL MEGLIO -di cosa non si sa- MA leggete.

Et après, con accenti e tutto: questo è il titolo di apertura del nostro CALENDARIO DEI LIBRI.
Metà ottobre, io in Francia, le foglie che cadono…insomma, pensavo che GUILLAME MUSSO potesse starci bene. Chi è Guillame Musso: innanzitutto è questo tizio qui:

Et aprés di Guillaime Musso
Ouè Ouè, Je suis Cathrine de Guillame Musso

Figlio degli anni ’70 francesi, poi diciannovenne scappato dietro l’angoloNew York– attualmente professore di una materia  fuffa dal nome controverso quale Scienze economiche e sociali.
Ah già… poi si dà il caso che sia pure, tipo, uno SCRITTORE DI BEST SELLER. Così, en passantLeggi tutto “Et après. Il libro del mese di ottobre. Per cominciare alla grande (?)”

La valle delle meraviglie: che sogno vivere in montagna – ma, quando mi sveglio!?-

La valle delle meraviglie:

così la chiamano questa serie di villaggetti disseminati lungo il confine col Piemonte.

Avete mai sentito parlare di Tenda? E non valgono i riferimenti alle tende. Parlo di un luogo fisico, microscopico, che esiste per davvero con i suoi ben 2000 abitanti.

Cifre spaziali, cifre importanti

Qua ci sono finita per insegnare italianorisate dai manicomi e dall’inferno– a bambini che sono così bassi da aver una lavagna piccina picciò ad altezza hobbit.

La valle delle meraviglie, perché?

BOH, dicono su Wikipedia che sia molto bella. Lo confermerebbe anche una mia amica di Cuneo, che se l’è un po’ girata. Eh…la vita è bella quando hai un’auto. SE non ne hai una –sono io presente!– è più o meno come andare a vivere in questo posto qua.

la valle delle meraviglie
Nella quale io sono chiaramente il cane in coma al lato.

Epperò io sono tipo Heidi al contrario: mentre lei si fa pigliare dalle crisi isteriche perché non vuole stare in città, ma a masticare paglia col nonno, io -che sono sana di mente- mi lascio travolgere dalla nostalgia della città.
Non solo non sono tipa da montagna, lo ammetto, è che sono proprio una dandy del cazzo. Alla Ameliè Poulin. Simonetta ama:

  • il cemento.
  • girare per i negozi.
  • il giapponese.
  • le lunghe passeggiate sotto i portici.

Cosa si può fare a Tenda?
Non ne ho idea.

La valle delle meraviglie offre incredibili passatempi come:

  • alzarsi all’alba per trovare qualsiasi coincidenza possa connetterti con la civiltà.
  • Ci sono due parrucchieri. Mi divertirò prima o poi a metterli uno contro l’altro -non appena decido se farmi platino o rose gold-
  • A volte fanno un mercatino in cui vendono cose assolutamente accessorie tipo pigiami -E LE SCARPE DIO MIO LE SCARPE DOVE SONO, IO C’HO UNA SERIA DIPENDENZA DA SCARPE-
  • Diventare alcolisti.
  • Scrivere il romanzo della vita.
  • Aprire un blog con cui ammorbare il mondo esterno per simulare goffamente un grido d’aiuto –done

Quando ho cercato su Google “valle delle meraviglie”

ho digitato Tenda ed è uscito come suggerimento “valle delle meraviglie” e allora mi sono tutta gasata. Anche perché il Miur inizialmente mi aveva raccontato -come a tanti altri coraggiosi assistenti di italiano- la favola di esser stata spedita a Nizza. Poi c’è stato l’attentato. Poi mi hanno detto la verità: che sarei stata a Tenda e amici di campagna.

Quindi, vedendo “valle delle meraviglie” ho pensato: ottimo.

E poi?

Ma lo scopriremo nelle prossime puntate.

Per il momento, poco tempo che sono qui e già posso fare un rapido pronostico -vi regalo un’immagine celebre quanto eloquente-

la valle delle meraviglie
CIIIIIAAAO bambiniBBelli!

Iniziare a lavorare. Iniziare. Lavorare. CHE? COME SCUSA?

Iniziare a lavorare: questa cosa sconosciuta.

Iniziare a lavorare- sì, lo ripeto per cercare di esorcizzare l’espressione-Probabile che ne abbiate sentito parlare: un lavoro nuovo.

Innanzitutto un lavoro. Poi uno nuovo.

cioè, sì, ho lavorato prima

sto scrivendo in pratica un libro di fantascienza

iniziare a lavorare cheppalle oh. Non è meglio lamentarsi di non fare niente per colpa di Renzi?-

Emozioni di quando ti svegli e sai di dover entrare in un ambiente sconosciuto:

iniziare a lavorare
ohia, eccomi paparazzata!

Primo problema: iniziare a lavorare=che cazzo mi metto?

Eh già. Ogni posto ha il suo dresscode e tu, va da sè, non solo lo ignori, ma lo sbaglierai clamorosamente. Nel dubbio qualcuno mi aveva detto: mettiti in tiro che vai sul sicuro. Fagliela vedere subito la tua pellaccia.

Ecco. Sì. Anteprima di me che accetto i consigli PRATICI.iniziare a lavorare

Poi ovviamente finisce che tutti sono in scarpe da tennis e tu sei la figa di legno-
-bello eh. Ma non bellissimo

Secondo problema: iniziare a lavorare=cosa diavolo dovrò fare?

Sì perché effettivamente un’idea vaga ce l’hai, ma è così vaga che sarebbe più facile guidare da neo patentata fino ad Osilo di inverno, la pioggia, la nebbia, l’auto in panne.

-Provare per credere- 

Iniziare a lavorare è più o meno l’incubo di svegliarsi nudi di fronte ad un pubblico di sconosciuti. Solo che è vero. Solo che non sei Bridjet Jones. Non fa ridere cazzo.

Mi sento sperduta come gli agnellini che piangono al macello de “Il silenzio degli innocenti“, ma mica posso darlo a vedere. La regola d’oro è che il tuo terrore viene fiutato dal prossimo, o meglio, cumenti si dizzi a casa mea, si FIAGGA (più grezzo ed efficace, as usual).

Per cui sorrisissimo sotto il rossetto e con nonchalance ci si poggia al muro in attesa delle direttive, qualsiasi, anche solo portami il caffè andrà benone. Ho sempre sognato portare caffè. N’est pas?

Poi pian piano lo capisci che cavolo devi fare con esattezza, ma, di solito, arriva più o meno dopo una valanga di figure di m***a

scusate mi è scappato l’asterisco selvaggio. volevo scrivere MERDA

e di cazziatoni che ti pigliano alle spalle come lo stereotipo del molesto in impermeabile al parco.

Ma tant’è. Il cursus honorum lo fanno tutti. Chi sono io? Figlia della gallina bianca?

Terzo problema: gestire le pause.

Esistono? Quando sono? Sono solo una trappola perversa per cui i nuovi arrivati, cioè te, non possono TASSATIVAMENTE alzare il culo dalla sedia neppure in caso di incendio?

Voglio dire.

Quando gli altri si mettono a fumarsi la sigarettina ballando la zumba, è lecito o no andare a pisciare?

Grandi quesiti per grandi cervelli. Epperò non ci credo che non vi siete trovati in questa situazione kafkiana -che è il modo intellettuale per non dire fantozziano

c’ho la laurea in lettere c’ho

Iniziare a lavorare=tornare a casa con una serie di tic all’occhio

La voglia che poi mi contraddistingue personalmente di cercare con accuratezza i metodi di suicidio preferiti dalle donne su Google appena varcata la soglia di casa,

riprendete fiato

FORSE, e sottolineo il forse, non è la prima cosa che fate pure voi.

Ma mi aspetto che, come minimo, qualcosa del genere la facciate. Non lasciatemi sola in questo intenso lavoro di ricerca per allontanarmi da una realtà in cui ancora non ho capito bene dove stia il cesso.

-Ve prego.-

Sull’argomento ci potrei scrivere un libro. Più d’uno. Sapeste gli scivoloni di stile. Ma non sarebbe… come si dice… SEO friendly.

Immaginatemi solo, gettata in una classe di Heidi francesi che mi chiedono di soffiar loro il naso.

almeno credo. Chi lo parla il francese?

-Io no-

E con questa chicca.

Au revoir.