Paolo Zardi, Zardi Paolo, intervistiamolo appassionatamente

Paolo Zardi è un altro autore che inspiegabilmente ha accettato di essere importunato da me.

Paolo Zardi. Lui, che, se non sapete che faccia abbia, eccovela qua:

paolo zardi

Come potrete notare si tratta di una persona distinta che, personalmente, mi ha un po’ messa in paranoia sul contattarla. Cioè, io sono l’equivalente di una barbona telematica, mentre lui è un adulto tutto d’un pezzo.

Paolo Zardi, poi, ho capito, è sicuramente un gentleman e non solo.

è anche una persona molto alla mano che mi ha messo subito a mio agio. Spero di aver ricambiato il favore, un minino, con questa mARAvigliosa intervista.

E allora… Paolo Zardi, su Leggici perché!!! Il miglior modo di sapere cose interessanti su di lui è… continuare a leggere.

P.s. C’è da dire che io mi appassiono solo a scrittori candidati al Premio strega (chi è l’altro? cliccate qui).

Paolo Zardi, ebbene sì, c’era quasi a vincere con quel suo bellissimo libro che è “XXI secolo” nel 2015.

Ma, quale sarà mai il suo libro preferito?? Facciamo a lui questa domanda:

La retorica mi imporrebbe di dire che “ogni scarrafone è bello a mamma soja“, ma i libri non sono figli, anche se la metafora piace molto un po’ a tutti. Provo ad affrontare la domanda da un punto di vista più ampio: perché si scrive un libro? E siccome le generalizzazioni non mi interessano, specifico meglio: perché scrivo un libro? Cosa mi spinge a farlo, quali obiettivi voglio raggiungere?

Paolo Zardi che ci dice perché scrive un libro? WOW.

Ma, prima di procedere con la risposta, vorrei chiederti se scrivere un libro è qualcosa che ha che fare più con una spinta emotiva o con una logica “di lavoro” (cioè, quello che il mercato editoriale esige)?
Poiché non sono un autore professionista – non vivo di libri – posso permettermi il lusso di non pensare a chi leggerà le mie cose: se saranno tanti, se saranno contenti, se innescheranno il meccanismo del passa parola.
Ho almeno due romanzi inediti, nel cassetto, che non vedranno mai la luce, e non è un problema. La mia attività di “scrittore” – una parola che va messa necessariamente tra virgolette – si esaurisce nel momento in cui sento di aver realizzato quello che avevo immaginato; tutto quello che viene dopo, se e quando viene, la pubblicazione, le presentazioni, le recensioni, i feedback, riguardano un’altra persona, un altro me, che non ha alcun potere sul me che scrive.
C’è una sorta di separazione delle carriere, o una forma lieve di schizofrenia, che mi permette di continuare a divertirmi mentre scrivo: nonostante tutto, sono ancora io il dittatore che comanda sui miei libri.

Paolo Zardi il dittatore schizofrenico. Ti ricorderemo così!

E da dittatore sarai parecchio esigente rispetto ai tuoi lavori. Dev’essere possibile trovare il tuo preferito.
Sì, ma per rispondere è necessario capire, per me,  da cosa nasce  un libro? Per quanto mi riguarda, da una sfida. Scrivere qualcosa che non so scrivere, spingere un po’ più in là il mio sguardo, alzare un po’ l’asticella. Correggere gli errori fatti nel libro precedente, esplorare temi, generi, stili, voci diverse. Retrospettivamente, dunque, i miei libri preferiti sono quelli in cui mi rendo conto di aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posto; e applicando questo criterio, sono soddisfatto soprattutto de “Il signor Bovary“, uscito con Intermezzi nel 2014, e di un romanzo che dovrebbe uscire nel maggio del 2018.

Benissimo, abbiamo due vincitori. Non è uno, ma ci accontentiamo. Ci puoi spiegare un po’ i motivi di questa preferenza?

Il signor Bovaryè arrivato alla fine di un periodo tormentato, pieno di grandi dubbi. Avevo iniziato a scrivere un romanzo che avevo abbandonato, gettato, bruciato, dopo aver superato la metà. Non assomigliava neanche lontanamente alle cose che piacevano a me. Ho smesso di scrivere per mesi.
Non è stato bello, quel periodo, ma sicuramente utile, con il senno di poi: è stato allora che ho capito che stavo semplicemente cambiando pelle, crescendo.
“Il signor Bovary” è stata la risposta – un libricino piccolo, meno di cinquanta pagine, uscito in digitale. E’ stata la prima volta che ho sentito di avere il pieno controllo su quello che facevo; finalmente sono riuscito a liberarmi da certi vizi che mi avevano tormentato fino a quel momento – una certa tendenza a un’introspezione un po’ solipsistica, la macchinosità dei passaggi da una scena all’altra, la lingua troppo controllata.

Paolo Zardi, ti tocca. Cosa ci dici dell’altro tuo figlio?

L’altro mio libro preferito (mi fa sorridere, questa cosa!) è un romanzo non molto lungo che uscirà l’anno prossimo.
Ho voluto scrivere una commedia che non parlasse di niente- che fosse trama, coincidenze, personaggi che interagiscono, sullo sfondo di una grande città.

Dopo “XXI secolo”, dopo il piccolo clamore che l’ha accompagnato – lo Strega, il centinaio di recensioni ricevute, libro del mese di Fahrenheit, la visibilità a livello nazionale -, non era semplice ripartire

Rinunciare anche alla presenza di un tema pieno di suggestioni, bello “cicciotto” come era stata la distopia di quel romanzo, la decadenza dell’occidente, le domande sul nostro futuro…
Cercavo qualcosa che fosse più lieve, e allo stesso tempo più brutale. Che facesse ridere, ma con cattiveria. E che avesse qualcosa dei libri di Dickens – quell’attenzione all’intreccio che era mancata in tutte le mie cose precedenti. Non sono in grado di valutarne la qualità in senso assoluto, ammesso che sia possibile farlo: confronto intenzioni e risultato, e tiro le somme. In questo caso, ho scritto un libro che non sapevo scrivere. Il risultato era ciò che volevo ottenere.E questo mi soddisfa.
E noi che dobbiamo aspettare fino al 2018… moriremo di curiosità nel frattempo. -Intanto consiglierei di fare un aperitivo con l’ultimo libro uscito di recente sempre per la Neo Edizioni- ed è

Paolo Zardi che ci racconta “La passione secondo Matteo

Paolo però non se ne può andare senza aver risposto alla domanda di rito per tutti gli autori che passano di qui: ti piace la pasta col tonno?
Oggi ho pranzato a casa. Non solo: ho cucinato io. Non succede molto spesso – anzi, praticamente mai – ma avevo entrambi i figli a casa, uno con la tosse e la febbre, e l’altro con un mal di pancia strategico, e mia moglie fuori per una visita.
Mi è sempre piaciuto cucinare (mia madre non è mai stata una grande cuoca: non scarsa, ma del tutto disinteressata al problema del mangiare; per cui, raggiunta l’età in cui non avrei preso fuoco davanti ai fornelli, mi sono lanciato);
dopo essermi sposato, però, piano piano mi sono tirato indietro – è il dramma di chi sposa una donna formidable in cucina. Ma oggi toccava a me…. e ho cucinato pasta con il tonno!

Coincidenze? Io non credo, direbbe Giacobbo.

Ne ho fatto una variante di mia invenzione: ho lasciato imbiondire (!) la cipolla, ho aggiunto una ricottina (!) biologica, e quindi del tonno (ogni volta non possono non pensare a quel racconto di Woody Allen in cui diceva che era andato con Hemingway a pescare del tonno, e lui aveva preso due scatolette).
Alla fine, giusto per fare un po’ il figo, ho aggiunto del limone. I miei figli sembravano felici, mentre la mangiavano: io, lo ammetto, mi sono fatto un ovetto all’occhio di bue.
Questo pranzo arriva in un periodo un po’ particolare della mia vita: per la prima volta, infatti, ho visto una serie di MasterChef e ne sono rimasto conquistato.
So che questa ammissione mi fa perdere un sacco di punti, ma in questo momento sono molto più preoccupato dell’idea che Cracco avrebbe avuto vedendomi cucinare la pasta con il tonno in scatola. Come vedi, l’uomo non rinuncia mai a infliggersi inutile sofferenza con le proprie mani.

Paolo Zardi: l’uomo che non ci aveva fatto capire se gli piaceva o meno la pasta col tonno. Oh Pà, ti piace sì o no?

Ops, la risposta è sì, mi piace la pasta con la tonno! 🙂

Paola Soriga: una donna sarda con tante isole dentro di sé

Paola Soriga ci concede una sarda-intervista.

Paola Soriga Cioè Lei (by me):

paola soriga
tipo Monnalisa (son triste, o sto sorridendo?)

Ho letto i suoi libri, diciamolo. Mi sono piaciuti, diciamo anche questo. Poi mi sono piantata al suo tavolo armata di un bicchiere di vino che non ho retto e le ho detto: cazzo, sei Paola Soriga.

Paola Soriga: che per me significa sedermi vicino a Virginia Woolf.

Lei non ha voluto capire la portata dell’evento. Ragione per cui, come tutte le divinità fanno, ha semplicemente accettato di farsi importunare dalle mie domande.

Cominciamo allora con questo magico incontro con questa autrice che nasce in Sardegna ma poi viene adottata da diverse zone del globo.

Paola Soriga: ti leggiamo perché (?) pronti via.

Allora! Siamo qui per sapere quale dei tuoi libri preferisci, ma, prima, che dici di presentarceli in breve? Hai pubblicato due romanzi, un libro illustrato e dei racconti, giusto?                      

Giusto. In ordine cronologico: per anni ho scritto solo poesie, riuscendo a pubblicarne qualcuna in riviste ma mai in volume (alcune si posso leggere QUI ).

Poi è successo che un giorno un poeta che conoscevo, un grande poeta, Mario Benedetti, mi scrisse per dirmi che stava curando un’antologia di giovani scrittrici. Mi chiese se avevo un racconto da mandargli.

Io dissi di sì.

In realtà non avevo nessun racconto. Mi chiusi in casa per due giorni e ne scrissi uno, glielo mandai e quello è stato il mio esordio in prosa: un racconto per un’antologia Mondadori chiamata Blogirls.

Così un po’ mi convinsi che potevo provare a scrivere in prosa e di lì a poco iniziai il romanzo Dove finisce Roma. Una storia ambientata nel passato, nelle periferie romane che si andavano formando. Una storia di resistenza, di libertà, di emancipazione anche, e una storia d’amore non corrisposto.

Il secondo romanzo, La stagione che verrà, è invece ambientato ai nostri giorni, è la storia di tre amici che hanno passato i 30 anni, delle loro vite ingarbugliate, frammentarie. Anche questa, una storia di resistenza, di libertà, e una storia d’amore non corrisposto.

Ho scritto poi degli altri racconti, una storia per ragazzi (La guerra di Martina, Laterza, con le illustrazioni di Lorenzo Terranera), sempre a tema resistenziale, e alcuni articoli e reportage per internazionale.it

L’aggettivo che mi viene subito in mente è “Prolifica“. Pro-cediamo.

Da sarda che ha lasciato l’isola, condivido il senso di nostalgia che ritrovo molto nei tuoi lavori: pensi di esser riuscita in un libro più di un altro, a rendere questo sentimento contorto?

Ci ho provato in entrambi i romanzi.  Non so se ci sono riuscita.
Spero che ai lettori sia arrivato perlomeno il tentativo perché è, in effetti, un tema centrale. Accomuna noi sardi che viviamo fuori dall’isola e siamo moltissimi, ma non soltanto.

Forse è lo stesso che provano anche i giovani marocchini, bangladesi, etiopi, che lasciano la loro terra per cercarne una dove possano vivere in un modo che sembra migliore.

Forse chi ha fatto questa scelta, spinto più o meno dalla necessità, si porta addosso questo sentimento per sempre, io ho il sospetto che il senso di lacerazione che deriva dall’amare più luoghi non mi abbandorà mai, nemmeno se decidessi di tornare a vivere in Sardegna. 

Ma lo “spazio” che muta, non è la sola cosa su cui insisti.

C’è anche il tempo.

In “Dove finisce Roma” e ne “La stagione che verrà hai descritto due epoche molto distanti e diverse tra loro, cioè la resistenza e gli anni più contemporanei:

come mai questa scelta? Nasce da due esigenze diverse?

L’esigenza è in qualche modo la stessa. Io vedo un filo abbastanza spesso che li tiene uniti e che si può riassumere con l’esergo che ho messo a “La stagione che verrà”, ovvero i versi di Wislawa Szymborska:

Come vivere? – mi ha detto qualcuno, / a cui io intendevo fare la stessa domanda. / Da capo e allo stesso modo di sempre, / come si è visto sopra, / non ci sono domande più pressanti / delle domande ingenue. 

Paola Soriga è eclettica:

ha poi lavorato ad un’opera illustrataLa guerra di Martinapaola soriga

Come ti sei trovata a dover misurarti con questa nuova modalità narrativa? 

È stata un’esperienza del tutto nuova e molto stimolante, mi ha obbligato a concentrarmi su alcuni aspetti della narrazione

(la trama, i colpi di scena, l’avventura)

che non avevo mai affrontato con particolare attenzione e anche a smettere, almeno qui, le sperimentazioni sulla lingua per trovarne una più limpida e lineare, adatta ai ragazzi.

Un’esperienza che mi ha fatto venir voglia di leggere molta letteratura per i ragazzi e le ragazze e anche di provare di nuovo a scrivere una storia pensata per loro.

E che ha portato alla meraviglia degli incontri con questi piccoli lettori e piccole lettrici. 

E ora che ti abbiamo un po’ “inquadrata”, potresti dirci per quale dei tuoi libri, attualmente, vorresti esser ricordata? 

Questa è una domanda che non può avere una risposta, sarebbe come (perdona il paragone azzardato) chiedere a un genitore quale dei tre o quattro figli ama di più.

Amo tutto quello che ho scritto, perché so da dove sono nate quelle scritture, e allo stesso tempo non sono soddisfatta di niente, perché vedo i punti deboli di quelle scritture.

Amo le poesie perché sono il mio primo e più profondo sguardo alla parola, Dove finisce Roma perché è stata la mia prima narrazione lunga, che mi ha permesso di essere letta, di ricevere commenti commoventi;

La stagione che verrà perché rappresenta i miei anni della giovinezza, è un romanzo a cui mi sembra di aver lavorato, dentro di me, da sempre.

Non so scegliere, forse in generale non sono una persona che ama scegliere, tipo: tra Abel e Artur, come si fa a scegliere? Voglio entrambi, voglio tutto, vorrei essere ricordata per tutto (spero si capisca che scherzo, esagero, non mi prendo sul serio). 

Paola Soriga che mi ispira un sacco di domande intelligenti:

Essere una giovane donna, che ha scelto di esprimersi attraverso protagoniste donne, ti ha fatto sentire un po’ “svantaggiata” nel mondo dell’editoria italiana?
Credo che da questo punto di vista per le donne che scrivano la situazione sia migliore rispetto, per esempio, a quella di musiciste e registe.
Ma: sì, scrivere storie con protagoniste donne limita il pubblico.
Un mio amico scrittore, quasi coetaneo, all’uscita di Dove finisce Roma mi disse “è evidentemente un libro per donne”, mentre evidentemente per me era un libro per tutti.
Una volta, all’università, mio cugino, che era un grande lettore, mi disse di non aver mai letto un romanzo scritto da una donna.
Noi siamo cresciute trovando naturale immedesimarci in protagonisti maschili, il contrario è ancora una cosa rara.
Come risarcimento, però, una volta sono stata in un Istituto Tecnico a Palermo. C’erano cinque classi di ragazzi, tutti ragazzi, che avevano letto il libro e sembravano così entusiasti, erano entrati così tanto nei panni di Ida, da farmi sentire con certezza che anche questa cosa cambia e cambierà.
 E siccome non voglio sciupare Paola, ci diamo alle cose leggere: non posso trattenermi dal chiederti, come a tutti gli altri autori di mezza-penna: ti piace la pasta col tonno?
Certo, alla carlofortina. Se intendi svuotare una scatoletta nella pasta scolata ovviamente no, ma non l’ho fatto nemmeno nei peggiori anni della mia vita da studentessa.
Perché Paola Soriga resta una persona di classe, anche sotto esami o consegne da rispettare.
Un grazie di cuore portato dal maestrale.

Funne, una lezione di vita che giunge dalla Val Daone

Funne: un libro-film-documentario di Katia Bernardi.

Funne: le ragazze che sognavano il mare, è il titolo di un libro con una copertina fantastica.
cioè questa roba fantastica qua

La nonna addobbata per andare al mare è solo una delle tante che compaiono in questo libro bizzarro –bizzarro nel senso del wow– Questa bella storia, l’ho comprata perché ambientata in un piccolo villaggio inculato nelle montagne trentine. Perché amo le nonne -l’avrete notato già da QUA– e perché l’autrice è una giovanissima con due palle quadrate e… una cuffietta gialla. 

Funne, che vuole dire ragazze

che vuol dire avventura e forza di volontà. Io il libro l’ho divorato e poi ho deciso di fare una cosa: intervistare Katia Bernardi e la sua cuffietta gialla. Katia è lei:

funne

Una persona fantastica, iper attiva, una donna che non solo ha avuto una trovata geniale, ma l’ha pure concretizzata. E ora…
Ma facciamocelo raccontare da lei.

Katia, ci parli un po’ di com’è nata questa storia bellissima delle Funne? 

Ho incontrato le Funne e il circolo Rododendro circa tre anni fa, ma conoscevo già la Val di Daone per averci realizzato diversi lavori, in particolare un documentario del 2011 intitolato “Gli uomini della luce” dedicato alla storia dei grandi impianti idroelettrici costruiti nel dopoguerra. Gli uomini della luce altri non erano che i mariti, ormai quasi tutti scomparsi, delle mie Funne. L’idea era quella di raccontare questa valle al femminile e il destino ha voluto che le incontrassi proprio in occasione del ventennale del circolo. Volevano organizzare una gita speciale, diversa dalle solite… E poi intervistandole ho scoperto che molte di loro non avevano mai visto il mare.
Cosa che per me, sardaccia, è strabiliante. –non aver visto il mare– Già così hai ottenuto tutta la mia attenzione.
Allora, potresti dirci come si è concretizzato il progetto? Tra interviste, libri, film…

Qual è stato il processo che ti ha portato alla realizzazione delle “Funne“?

Dal punto di vista produttivo, il progetto è nato piccolo piccolo e non avevo idea che avrebbe preso le dimensioni attuali. Sono partita io, da sola, con un soggetto scritto in un momento in cui anche per me era importante sognare di inseguire una nuova felicità.
E’ cresciuto poco a poco, fino a ché, grazie al crowdfunding con il quale le Funne sono sbarcate nel mondo dell’Internèt, la storia delle mie nonne è diventata inaspettatamente virale. A quel punto a Daone è arrivato chiunque, dalla Rai a Mediaset, da Radio Vaticana alla BBC. E proprio dopo aver sentito un servizio alla radio in Inghilterra, un editor di Mondadori mi ha chiesto di scrivere il libro delle Funne.

Funne: cavoli. Sembra una bella favola, ma, soprattutto, una crescita pazzesca.

E non solo una cosa esponenziale, ma una cosa trasversale: essendo qualcosa che ha finito per coinvolgere più mezzi (da internet appunto, al cartaceo, alla televisione col film), quale dei lavori ottenuti dall’idea originaria, ti ha soddisfatto maggiormente come “prodotto finale”?
Difficile rispondere: ciascuna delle declinazioni del progetto – film, libro, pagina facebook – è una forma di racconto autonoma e interdipendente al tempo stesso. Dal momento che di lavoro faccio la regista, il film è ovviamente il mio mezzo, anche se si tratta della prima volta che mi dedico al genere commedia. Il libro invece è la mia favola personale: nato per caso, senza che nemmeno sapessi di avere questo desiderio, è stato un luogo di serenità e sperimentazione dove ho potuto giocare con le parole in totale libertà, senza aspettative. Nel libro ho potuto divertirmi a scrivere tutte quelle scene che per motivi produttivi non sono potute finire nel film. E questo per un regista è un regalo davvero prezioso.
Benissimo. Diciamo che per un libro che è stato scritto “senza aspettative”, ti è uscito un ottimo lavoro.

Funne: un film, un libro, una storia DA VEDERE, DA LEGGERE.

Un libro perfettamente allineato con la qualità dell’intero progetto.
Siccome sei stata troppo brava e io, come sempre, sono la scema del villaggio, arriva la domanda del blog: e la pasta col tonno? Ti piace?
Pasta al tonno abbastanza. Diciamo che sono piu da carbonara. O da tortelli con zucca. O canederli.
Beh… effettivamente la pasta col tonno la vedo più come una roba da terroni e isolani. I canederli sono una valida alternativa, per te la faccio passare.
Non mi resta che farti un ringraziamento supersonico, perché sei la prima donna ad esser stata intervistata dalla sottoscritta. Perché sei la prima donna che, nonostante i suoi mille impegni che manco Gesù se ne sarebbe capacitato triplicandosi, mi ha concesso un’intervista bella.
E poi, grazie perché il libro, la sua storia, è innanzitutto una fonte di ispirazione.
Stop alle lacrime su “Leggici perché“, abbiamo letto Katia Bernardi. Seguitela, perché viaggia col suo film.
Che tutti noi possiamo diventare delle funne come lei.