Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella

Torniamo a darci un tono. A parte le mezze-minchiate che sono solita propinare ogni venerdì che Dio comanda… Ecco che riprende la rubrica del cuore “Leggici perché“. Come meglio iniziare, se non con l’intervista ad Alessandra Minervini?

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Eleonora Caruso, i cavalieri dello zodiaco, rap e letteratura

Questo mese la nostra intervistata è una ragazza che potrebbe essere tranquillamente me. Cioè, io potrei esser tranquillamente lei. Solo che lei è dannatamente più brava e ha già pubblicato un libro. Poi è autrice per quelle di Freeda (non fate finta di non conoscerle) e sono abbastanza certa che sia a lavoro su millemila altre cose. Per dire, una prossima uscita con la Mondadori –ma noi ancora non ne sappiamo niente ufficialmente-. Chi è? Ma è Eleonora Caruso.

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Andrea Malabaila: leggici perché è bravo e bello

Andrea Malabaila è un supereroe. Torinese, di quelli veri, nati lì. Già questo ha dell’incredibile. Di straordinario ha anche il fatto di aver pubblicato il suo primo libro a 23 anni (praticamente ancora in fasce). Poi, siccome non gli piaceva fare il banale, si è aperto pure la casa editrice che ci piace sempre molto moltissimo: Las Vegas edizioni.

Andrea Malabaila, come ogni supereroe, c’ha pure qualcosa di umano

Andrea Malabaila, siccome è magnanimo, non solo si fa intervistare. Ma si fa pure ritrarre. A me ha colpito tantissimo, ad esempio, trovare delle sue foto in cui è felice. Uno scrittore felice, mi son detta, dev’essere sicuramente qualcosa che sfiora la divinità.

andrea malabalia

 

Si parte con Andrea Malabaila

Ho una sana fissazione per gli scrittori bravi. Poi ne ho una malata per gli scrittori bravi che aprono pure case editrici fighe.

Tu, hai la (s)fortuna di rientrare in quest’ultima categoria. Quindi: come diavolo hai fatto, fai, farai?

La passione per i libri è un virus, peccato solo che molti ne siano immuni e ci guardino con distacco se non con pena. Tutto molto bello e anche divertente. Il problema però è sopravvivere perché le soddisfazioni non fanno ingrassare. Non vorrei che questa passione mi trasformasse, un giorno, nel “Poeta povero” del quadro di Spitzweg.

Il mio ragazzo dice che i ciccioni sono immorali. Quindi, tu che sei soddisfatto e con i morsi della fame, sei un esempio egregio di virtù (esticaz)

Distraiamoci.

Andrea Malabaila è composto di: editoria e scrittura

Due creature molto diverse. Non è un po’ conflittuale? Di solito gli autori emergenti se la pigliano con l’editoria. Ti prendi a schiaffi la mattina oppure sei giunto ad un compromesso intelligente?

Passare dall’altra parte della barricata ti rende più comprensivo nei confronti degli editori. Molti autori o aspiranti tali dovrebbero conoscere meglio il lavoro degli editori, prima di lamentarsi. Non è vero che gli editori si arricchiscono alle spalle degli autori (a meno che non siano editori a pagamento).Non è vero che mortificano il loro lavoro ma anzi cercano di renderlo migliore, non è vero che pubblicano solo gli amichetti. Però ci deve essere un rapporto di fiducia, quello è fondamentale. Insieme si può affrontare meglio il mondo là fuori, quello sì abbastanza feroce.

Quindi sei uno scrittore non solo felice, ma pure uno scrittore che simpatizza per gli editori. La mitologia deve aggiornare le sue figure più topiche e infilarci in mezzo il tuo profilo.

Proseguendo col Malabaila.

Su “leggici perchè” cerchiamo di rispondere alla domanda difficilissima “qual è il tuo libro preferito tra quelli che hai scritto”. Tu, da editore oltre che da autore, hai una marcia in più. Oppure è ancora più difficile scegliere?

È molto difficile giudicare i propri scritti, ed è uno dei motivi per cui non pubblico con la mia casa editrice, Las Vegas. Sono affezionato per motivi diversi a tutti i miei libri, ma credo che il migliore che ho scritto sia “L’amore ci farà a pezzi“, che è anche quello in cui ho messo una parte maggiore di me.

Faccio un po’ l’egoista: il mio libro preferito di Andrea Malabaila è “Green Park Serenade“. Un libro di cui parlerò prossimamente.

A te lascio comunque la possibilità di dirmi chi sei dei protagonisti. Il più figo immagino. Ce ne parli un po’?

Green Park Serenade” è un romanzo sulla nostalgia, un tema che ricorre spesso in quello che scrivo.

Nostalgia che ti fa apparire sotto una luce migliore anche i periodi peggiori della vita, così come accade ai protagonisti. Che si ritrovano alla fatidica cena di classe con gli ex compagni, quindici anni dopo la fine del liceo, e capiscono che è arrivato il momento di chiudere i conti con il grande dramma della loro adolescenza: il loro compagno che si era suicidato a Londra dopo essersi accusato dell’omicidio di una ragazzina del posto era veramente colpevole o no?

Di qui il ritorno a Londra e una serie di incontri abbastanza surreali che li condurrà alla verità. Una ricerca che, parallelamente, è anche ricerca dentro se stessi.
Quanto a chi sarei dei protagonisti, beh, quello che mi somiglia di più è il protagonista senza nome, quantomeno per certe sue idiosincrasie… come quella per il tè. Ma non so se sia il più figo. Il più figo in assoluto rimane l’odioso, odiosissimo Cobetti.

Io e Andrea Malabaila apriamo il comitato: Scendine dal trono Cobetti.

Invitati tutti a leggere il libro per capire bene come appoggiare la causa.

A parte questa importante iniziativa contro il Cobetti e chiunque ci somigli. Domandissima.

Chi valuta i tuoi manoscritti per primo?

Di solito mia moglie Carlotta, anche se pure per lei è difficile essere obiettiva. La vicinanza, in queste cose, confonde un po’.

Mi candido. Conosco Carlotta e lei sa che sono pronta a piazzarmi a casa vostra e farvi pure le pulizie di casa. Non sporco. Leggo solamente.

Poi.

Hai anche un blog molto, molto, molto, bello. Parli alla gente come me: gli wannabe scrittori. Qual è il tuo post più riuscito per un aspirante autore? Quello che secondo te dà tutte le risposte.

Ti ringrazio! Mi riaggancio a quello che dicevamo prima sul conflitto tra autori e editori e scelgo “Le motivazioni sbagliate per cui si scrive” (lo trovate qui). Mi sono basato sulle troppe lamentele che leggo ogni giorno su Facebook riguardo al fatto che gli editori sono cattivi, i critici distratti, i lettori assenti. Ma sempre riferendosi ai propri scritti. E ho inventato quella che definirei “la parabola dei giardinetti”.

E per scoprire di che si tratta, il link ve l’ho già segnalato. Non ve la perdetevela.

Andrea Malabaila. Il sacro rito di Bello Figo esige l’ardua questione: ti piace la pasta col tonno?

No. Ma adesso ho paura che ritirerai tutte le cose buone che hai detto su di me…

Non abbiamo letto queste ultime parole, per un’interferenza spazio-temporale avvenuta dentro una galleria in una zona in cui il cellulare non prende e i pc si autodistruggono tipo gli occhiali da sole di Mission Impossibile.

Ma, da questa zona alla triangolo di Bermuda, dove la domanda sulla pasta col tonno non ha trovato risposta. – riprendo fiato-

Ringrazio Andrea, che spero ora con tutto il cuore si trovi FELICE al mare con consorte e libri da leggere. A breve ce lo rileggiamo assieme con una super recensione.

Intanto. Leggetelo perchè.

Roberto Gerilli direttamente dall’inferno (dov’è vietato leggere)

Roberto Gerilli, intervistato di gennaio, col suo libro preferito solo su Mezza-penna!

roberto gerilli
Roberto Gerilli acquerello style

Roberto Gerilli, scrittore e ingegnere elettronicouna cosa alla Gadda, tanto per intenderci– che potete tranquillamente trovare QUI nel suo favoloso blog in cui si vede che è uno che ci sa fare con il web design.

E con tanto altro a quanto pare.

Roberto Gerilli, ad esempio,

nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Città Senza Eroi  con UteLibri; poi, nel 2015 Questo non è un romanzo fantasy assieme alla Plesio, e nel 2016 Apocalypse Nerd ( sempre Plesio) e Vietato leggere all’inferno, curato e pubblicato da Speechless Books.

Insomma, uno che scrive con lo stesso ritmo di Stephen King.

Roberto Gerilli: è bravo pure come Stephen King?

Ma lasciamolo parlare, che famo prima.

Ad esempio, ci sapresti dire chi è Roberto Gerilli?

Roberto Gerilli è un anconetano che vive in un fortino di libri e spara a vista a tutti gli invasori che cercano di tirarlo fuori e farlo crescere. Nel fortino c’è il wi-fi, ovviamente.

Sì, ovviamente c’è il wifi, non scherziamo. Il miglior amico per noi so ciop litari.

Continuiamo con le domande.

Ti chiedessero di fare una top list dei libri di Roberto Gerilli, come la faresti?
Domanda difficile, essendo tutti romanzi eccezionali. L’unico modo che ho a disposizione, quindi, è l’ordine cronologico: non di pubblicazione ma di scrittura. Prima c’è Città senza eroi (che ho scritto insieme a Giacomo Bernini), poi Vietato leggere all’inferno, e infine Questo non è un romanzo fantasy e Apocalypse Nerd. Se proprio insisti, però, ammetto che un preferito c’è: Vietato leggere all’inferno.
 
Perfetto, era proprio qui che speravo andassi a parare. Vietato leggere all’inferno è un prodotto bizzarro, perché, hai spazzato via tutti i miei pregiudizi in merito –ne parlerò meglio quando ci scriverò sopra una mezza-recensione-. Bizzarro nel senso che è pure il mio/tuo libro preferito.

Roberto Gerilli preferisce”Vietato leggere all’inferno”,

Roberto, allora, ci vuoi dire la tua versione del libro, prima che io ci dica due parole liberamente?

Secondo me “Vietato leggere all’infernoè un capolavoro, può bastare? Okay, va bene, ritrovo la modestia e rispondo con un pizzico di serietà (ma solo un pizzico). “Vietato leggere all’inferno” è la mia risposta sarcastica diretta agli editori che pubblicano senza mai voler rischiare, la mia pernacchia verso gli autori che si prendono troppo sul serio, e il mio dito medio rivolto a coloro che ritengono Stephen King inadatto a un corso di letteratura.

E perché ti piace così tanto? Cos’ha in più degli altri tuoi lavori?

Mi piace perché rappresenta perfettamente il tipo di romanzo che adoro leggere: scorrevole, coinvolgente e con più livelli di interpretazione. Sono caratteristiche che possiede anche “Questo non è un romanzo fantasy”, che però ha un target di lettori più specifico. “Vietato leggere all’inferno”, invece, è molto più trasversale: qualsiasi lettore può riconoscersi, almeno un po’, nel mondo che ho raccontato. È un thriller distopico, ma prima di questa categorizzazione di comodo è un “semplice” libro sui libri.

Qualsiasi lettore può riconoscersi: è proprio così. Quindi comincio a chiedermi se mi debba preoccupare: il mio personaggio preferito è indubbiamente l’amazzone/bodyguard/prostituta/lesbica, sulla quale non dirò altro per evitare di tradirmi in spoiler.

Il tuo qual è? Così siamo in due a preoccuparci. Ce lo descrivi?

Il mio personaggio preferito è la dissacrante trinità formata da Amleto, Eleonora e Caterina. Non riesco a dividerli perché mi sono divertito troppo a scrivere le loro scene, soprattutto i dialoghi. Amleto è il mio prototipo di protagonista: un antieroe per caso, divertente, sarcastico, che cerca di sopravvivere atteggiandosi da duro. Poi c’è Eleonora, la ragazza che tutti vorrebbero conoscere, perché cita Die Hard, perché spara con due pistole, perché è determinata a realizzare il suo sogno, ma soprattutto perché riesce sempre a ottenere il meglio dalla gente. E infine c’è Caterina, la tua preferita, che però non è una prostituta ma soltanto una camgirl (tutto il resto è esatto). Cate è Cate, c’è poco da descrivere: bisogna conoscerla.

Roberto Gerilli come Dio, o come Ray Bradbury?

Mi tiri fuori la trinità –forse perché ti piace paragonarti a Dio, ma qui tutto è lecito-. Io invece faccio un altro parallelismo, più terra terra.
Sicuramente te l’hanno chiesto in tre milioni o giù di lì: quanto hai pensato a Farheneit 451, quando hai cominciato a scrivere “Vietato leggere all’inferno“? 

In realtà sei la prima a chiedermelo per cui: complimenti, sei un’intervistatrice bravissima!

Fahrenheit 451, comunque, non è stata la mia fonte d’ispirazione iniziale, come nel caso di Breaking Bad, e quando ho capito che il parallelo sarebbe stato inevitabile ho cercato di distanziarmene il più possibile.

Il mio obiettivo era creare un mondo nel quale i romanzi non fossero stati vietati da un governo totalitario, ma al contrario su richiesta della popolazione stessa. Mi sembrava molto più attuale. Mentre scrivevo, però, ho sentito l’esigenza di rileggere Fahrenheit e ho trovato un modo ironico per inserirlo nel mio lavoro: il romanzo di Bradbury, infatti, è una delle principali cause che hanno spinto l’Anti-literature movement a pubblicare e diffondere il loro manifesto programmatico. Nel mio libro Fahrenheit non ha protetto la letteratura, ma ne ha indirettamente causato la messa al bando. Spero che il fantasma di Bradbury non mi perseguiti per questa scelta 😉

E siccome siamo passati alle faccine, possiamo, ufficialmente, allentarci la cravatta e procedere con la super domanda di rito:

Roberto Gerilli: ti piace la pasta col tonno?

Questa domanda mi costringe a confessarti una verità imbarazzante che potrebbe addirittura spingerti a bruciare il mio romanzo e a cancellare questa intervista prima della pubblicazione.

Ho deciso di rivelartela ugualmente perché mi sono divertito tantissimo e ti sei quindi guadagnata il diritto di conoscere questo scoop (potresti venderlo anche a Signorini e farci un po’ di soldi).

Inizio con una premessa: sono nato ad Ancora e ho sempre abitato a non più di cento metri dal mare, ma basta l’odore di pesce per darmi il voltastomaco. Colpa di un trauma infantile.

L’unica eccezione è il tonno in scatola. E ora ecco lo scoop. Ti consiglio di sederti perché sarà sconvolgente. Pronta? Ci siamo. Anzi, aspetta un secondo, forse è il caso di salutarti prima perché non so se vorrai parlarmi ancora. Grazie mille per l’intervista, è stato un vero piacere.

A questo punto okay, è il momento: mi piace la pasta col tonno, ma ci metto il parmigiano per ridurre il sapore di pesce.

Boom!

Addio.

Ma quale addio e addio… Roberto è andato a nascondersi senza motivo. La pasta col tonno ci piace in ogni modo -non siamo dei gourmet, la mangiamo col tonno riomare

Se ancora sei da qualche parte al sicuro dal linciaggio, grazie a te, al tuo libro, alla tua simpatia

e agli amici da casa che hanno votato per noi

A Gianni Tetti piace la pasta col tonno

Gianni Tetti from Tattari city

Gianni Tetti che è mio concittadino (parole importantissime) e mio intervistato d’onore -nel senso che per me lo è-. Un autore che è stato paragonato ad Aldo nove e Cormac McCarthy –ci siamo spiegati?– e che a me invece piace approssimare a Scerbanenco: non scrive gialli, non scrive di Milano, ma personalmente mi ricorda quello stile là –saranno i cadaveri

Ma, di chi stiamo parlando?

gianni tetti
Innanzitutto di questo bel ragazzo qua.
-Foto fantastica di Giampiero Bazzu-

Gianni Tetti, nato a Sassari, una grande metropoli –si fa per dire– per grandi personaggi e grandi storie. Di entrambi, lui ce ne parla con onestà, di quella bella cruda, la stessa che uno ci metterebbe nel descrivere qualcosa di parecchio personale e vissuto – e non sai se bene o male, ma solo che ti ha lasciato il segno-.

Scrittore di professione, laureato e addottorato, insomma, le carte ce le ha tutte. Tra la stesura di romanzi, racconti e sceneggiature, stiamo parlando con e di un narratore completo.

Fine dell’introduzione: questa è la breve ma intensa intervista a Gianni Tetti, un autore che io ho amato molto per mille motivi e, sapete no, quello che tutti ricordano del Giovane Holden, ovvero la fissa di voler conoscere e di voler parlare con lo scrittore del vostro cuore o giù di lì- bene, io ho avuto il piacere di farmi una chiacchierata per davvero con Gianni.

-Si chiama pure come mio nonno. Coincidenze? Io non credo-

Partiamo alla scoperta di Gianni Tetti!

1) Facciamo subito la domanda che forse in pochi ti hanno fatto: dei tuoi due -e DA POCHISSIMO 3- libri, quale ti piace di più, ti rappresenta meglio e perché? (E non valgono le risposte da genitore “amo i miei figli tutti allo stesso modo“).

Visto che l’hai citato, non posso fare a meno dal dirti che il libro che meglio mi rappresenta in questo momento è il mio ultimo,

Grande Nudo, in uscita questo dicembre.

E credo che questo sia abbastanza naturale. Non ne faccio un discorso di qualità o di livello letterario, semplicemente i miei libri precedenti (I cani là fuori 2010 e Mette Pioggia 2014), hanno rappresentato altre fasi della mia vita di uomo e di scrittore e, anche se li sento ancora attuali, mi bruciano dentro meno di Grande nudo.

2) Sì, effettivamente è come dici tu: può esser naturale ritrovarsi maggiormente negli ultimi lavori. Cresci tu, cresce la tua scrittura.

Dunque, fai finta di esser un lettore qualsiasi che ha preso in mano il libro migliore di Gianni Tetti

in questo caso Grande nudo-.

A questo lettore qualsiasi, possibilmente di fronte a una birretta, chiedono: figo! E di che parla? Sì, la domandona più inquietante di tutte: di cosa parla questo tuo ultimo romanzo che troveremo in libreria da dicembre?

Tutti i miei romanzi parlano di uomini e donne alla ricerca di qualcosa, sia questo

il riscatto,

la rinascita,

la vendetta,

l’amore,

l’avventura,

la fuga,

lo sballo,

la normalità,

un figlio o la morte.

È così per I cani là fuori e Mette pioggia, è così anche per Grande nudo.

Nel caso di Grande Nudo, questa ricerca è narrata attraverso un romanzo di avventura, l’avventura di poveri diavoli, poveri dentro e diavoli fuori, capaci di soffrire, ma anche di far soffrire indicibilmente. Un romanzo di amori, dimenticati, impossibili, sporchi e ciechi come la fame. E anche un romanzo di rivolta.

Una rivolta che vediamo crescere, con ritmo inesorabile e cadenzato. La rivolta dei nostri sensi di colpa, la rivolta dei nostri fantasmi. Più o meno è questo.

3) E tu, GIANNI TETTI, prima di consegnarlo alle fauci di noi lettori egocentrici -che pigliamo i testi altrui e ce li sagomiamo addosso, ignorando spesso la voce dell’autore- che cosa volevi dire? (se lo sai, se non lo sai magari è l’occasione di illuminarci tutti insieme. Puoi barare eh. Non lo sapremo mai).

In Grande nudo volevo parlare di quello che succede al mondo di questi tempi,

tra terrorismi, guerre di religione, guerre di soldi, i bambini persi in queste guerre, le mamme perse in questo caos, l’immigrazione disperata, profughi, razzisti, attentati, altre guerre più sottili, la politica, gli opportunismi, la crisi, crisi economica, crisi di fede, solitudini obbligate, incapacità d’amare, pornografia, violenza, l’esercito che occupa intere parti della Sardegna per fare esercitazioni militari, e poi ci sono quelli che abitano lì vicino e si ammalano di tumore.

Insomma, volevo raccontare una parte del mondo che vivo. E volevo raccontare una storia che mi appassionasse, mi facesse commuovere, che mi tenesse col batticuore.

Qualcosa che a ogni pagina facesse venire la voglia di proseguire, di capire, di vedere come va a finire.

Volevo raccontare un’avventura e, attraverso questa avventura, intendevo parlare del mio tempo, affezionarmi ai personaggi, descrivere situazioni quotidiane, alternate a scene spettacolari e a sviluppi estremi e spiazzanti. Poi, va detto, che una volta che consegni il libro, quello che vuole dire l’autore è davvero secondario.

L’importante è che la tua storia abbia qualcosa da trasmettere. E che catturi chi la legge. A me ha tolto e dato tanto, ora vedremo cosa toglierà e darà a voi.

4) Lo vedremo eccome, dicembre è già qui e pure il natale e i regali tipo il nuovo libro di Gianni Tetti.

A me poi è venuta una gran voglia di avere tra le mani questo libro che, da come ce l’hai raccontato, è un lavoro piuttosto stratificato e, soprattutto, che ti smuove (batticuori annessi).

E, a proposito di reazioni, sicuramente ti sarà capitato di esser sepolto dalle opinioni/recensioni/interpretazioni sul tuo lavoro. Altrettanto certamente alcune di queste ti avranno fatto storcere il naso e altre ti avranno fatto sentire un genio.

5) Qual è stato il commento sull’opera in cui più ti sei ritrovato (e perché no, lusingato) e quale quello in cui sei saltato sulla sedia perché “non c’è scritto affatto questo nel mio libro!”.

Ricordo di una considerazione che mi aveva lasciato soddisfatto: “riesce a farci ridere anche quando racconta situazioni drammatiche” più o meno era questa.

L’avevano scritta riguardo a I cani là fuori (purtroppo non ricordo chi e su che giornale), ed era esattamente una delle cose che cercavo di fare in quel libro, in pieno umorismo nero, e che ora faccio con regolarità: trovare il lato ironico se non comico, delle nostre miserie o tragedie.

Non ricordo un commento particolare che mi abbia fatto incazzare. Forse è perché non sono così legato a un’idea originaria.

Mi spiego: ho consegnato, il libro passa attraverso gli occhi di altri lettori, ognuno la vede a suo modo, tutto è lecito, non posso farci nulla, e mi piace così. Più che essere infastidito, mi incuriosisco, mi chiedo come si sia arrivati a questa o quella interpretazione.

5) Lo so, non vogliamo fare pubblicità, ma so anche che il tuo ultimo lavoro è fresco fresco di stampa e ci chiama dagli scaffali.

Si dà il caso che poi coincida con il “tuo libro preferito di Gianni Tetti” e allora non posso non insistere un pochettino.

Posto che io lo comprerò perché sìe chi ti ama ti segueci fai qualche anticipazione? Solo a noi, amici di mezza-penna. 

Basta anche solo dirci se la copertina è fighissima come quella di “Mette pioggia”. Scegli tu quale curiosità donarci per stuzzicarci l’appetito.

La copertina del mio prossimo libro l’ha fatta Toni Alfano, lo stesso che ha realizzato quella di Mette pioggia.

A me piace molto,

credo sia ancora meglio rispetto a quella di Mette pioggia, ma è un parere personale. Rispecchia a suo modo il titolo del libro.

Riguardo il libro, a quanto ho detto prima potrei aggiungere che sarà un romanzo piuttosto corposo, che ho iniziato a scriverlo prima di finire Mette pioggia, che ci sono alcuni elementi di continuità con i miei primi due libri, ma anche molti elementi di rottura. E poi potrei dire che sono contento di averlo scritto. Felice proprio.

6) E se sei felice tu, allora lo saremo anche noi lettori

Non ti chiedo che cosa consiglieresti ad un giovane autore (un po’ perché te l’hanno già chiesto, un po’ perché io sono una che vorrebbe essere giovane autrice e ho troppa paura della risposta).

Faccio invece una domanda un po’ strana: pensi di aver scritto già il tuo libro migliore, tipo Moravia con gli Indifferenti o la Rowling con Harry Potter, o hai ancora un sacco di paturnie da tradurre in manoscritti? (personalmente spero che tu abbia ancora traumi su traumi che io possa leggere).

Domanda difficilissima, non riesco a giudicarmi a tal punto.

Inoltre, mi spaventa molto l’idea di aver già scritto il meglio, perché se fosse così, dopo soli tre libri, avrei l’angoscia.

Spero sempre di scrivere qualcosa di meglio rispetto a quanto ho già scritto. Ci spero e mi impegno per farlo, cercando di imparare e di maturare. Ed è con questa speranza che arriva Grande nudo.

E poi, cose da scrivere ne ho tante altre, questo è sicuro. Domanda difficile, questa…

7) Per farmi perdonare la domanda difficile, concludo con la nostra domanda di rito, perfettamente stupida: ti piace la pasta col tonno?

Sì. La salvezza di ogni studente universitario,

la salvezza di ogni persona affamata e con poco tempo,

la colonna portante di ogni spaghetto di mezza notte (quelli delle sbronze a birra, non a champagne).

Meglio se mezze penne. Meglio se con un soffritto, qualche cappero e qualche oliva. Poi ho anche un sacco di varianti ma, visto che non siamo su Giallo Zafferano, mi fermo qui.

Era quello che volevamo sapere, perché qui si ama la pasta col tonno – non so se si era capito-.

Gianni Tetti è uno di noi.

Per continuare l’esplorazione in quel mondo intrigante che è la testa di Gianni Tetti, potete trovare alcune interviste che mi sono piaciute e parlano degli altri suoi libri, qui e qui. Sono interviste serie fatte da persone serie ad una persona seria, che vi permettono di placare la vostra dipendenza da Gianni Tetti.

Per saperne di più su quanto scrive bene, vi rimando ai link della Neo.Edizioni, che ha pubblicato gli altri due lavori Mette pioggia e I cani là fuori . Se date retta a me, vi accomodate in poltrona e ve li divorate

-consiglio poi di accompagnarli con delle giornate di pioggia-

Se poi non vi basta ancora, e avete tutta la mia solidarietà, date un’occhiata al documentario che ha scritto e diretto, Un passo dopo l’altro e passate anche a sbirciare la promo del lungometraggio SaGràscia per cui ha scritto la sceneggiatura (stavolta la regia è di Bonifacio Angius).

Di racconti ne trovate sparsi qua e là su Frigidaire, Il Male, Atti Impuri, Prospektiva e in un’antologia del 2008 sempre per la Neo Edizioni E morirono tutti felici e contenti.

Dulcis in fundo due progetti a cui Gianni tiene in particolare, per cui ci mettiamo un occhio di riguardo: Uno sputo di cielo per la Watson edizioni e, direttamente dal Festival letterario più figo che esistanon lo dico perché sono sarda, no– cioè “Sulla terra leggeri“, i Racconti da palco editi da Regina Zabo Edizioni.

Insomma, di materiale ve ne ho dato: dosatelo con cura.

Mi resta solo da ringraziare Gianni, innanzitutto perché ha scritto dei libri che mi piacciono, secondo perché non è solo un bravo scrittore ma è anche un tipo a posto –anche se forse lui non sarà d’accordo con me– cioè uno di quegli scrittori che rispondono ai propri lettori. Anche quelli stalker come me.

AH, ricordatevi una cosa: la vera soluzione per liberarvi dalla dipendenza da Gianni Tetti è solo una. 

Nutrire questa dipendenza. Filate in libreria che Grande nudo va via come il pane –e il cioccolato-.

Amici di ballocci sassaresi,

potete addirittura fargli un occhiolino e ottenere un suo autografo presentandovi alla sua presentazione del primo dicembre nella vostra città preferita, tattari manna.

Le messaggerie le conoscete sì? Certo che sì.

SALA GRANDE ORE 19.00, con il sempre amato Emiliano Longobardi e la bravissima Lalla Careddu à presenter.

Per tutti gli altri sardacci e pure i continentals:dal 7 all’11 dicembre lo trovate a “Più libri più liberi a Roma, il 3/12a Cagliari alla libreria Ubik con Ciro Auriemma, 14/12 ad Alghero, e il 16/12 a Porto Torres con Eugenio Cossu ad intervistare.

Mi raccomandoVi eh.

Mauro Tetti: il solo scrittore che scrive di pietre senza esser pesante.

Mauro Tetti, Mauro Tetti!!! L’avete capito? MAURO TETTI -ok boh, basta-

Mauro Tetti è nato nel 1986 e vive a Cagliari (fatevi voi i faticosissimi calcoli e scoprite la sua vera età) in una bellissima stanzetta in cui può scegliere persino se dormire su un materasso o su un altro.

Chi è Mauro Tetti?

Ve lo presento subito -si presenta da solo con le sue pubblicazioni- Mauro sta su “Flanerí”, “Inchiostro” e, se spulciate bene, anche su altre riviste. Nel 2011, che pare lontano e invece è ieri mattina, ha vinto il Premio Masala con il monologo “Adynatom”. Poi abbiamo il saltone con“A pietre rovesciate”, edito Tunuè, col quale Mauro vince il Premio Gramsci per inediti. Come primo romanzo direi che non è male, o no??

Leggici perché? Mauro rispondici un po’ tu, che io non sono poi così brava.

Mauro, allora, prima domandina piccola: ovunque, a cercare, “A pietre rovesciate” risulta essere il tuo primo romanzo. Ma secondo me, correggimi se sbaglio, non può essere del tutto esatto: magari è il tuo primo romanzo pubblicato, ma non il primo che hai scritto. Per cui, quanti manoscritti tieni nel cassetto?

Non solo è il primo romanzo pubblicato ma anche il primo testo a cui ho lavorato parecchio: con questo intendo anni di revisioni, eliminazioni e riscritture, eccetera.

L’ultimo lavoro di editing è stato allo stesso tempo il più faticoso e il più soddisfacente, anche dal punto di vista formativo. Vanni Santoni, editor e curatore della collana di narrativa Tunué, ma prima di tutto scrittore, mi ha guidato nel lungo percorso di trasformazione che ha portato alla forma finale di “A pietre rovesciate“.

Ho compreso quali fossero le mancanze iniziali e i punti di forza, dopo di che ho agito come farebbe un restauratore sulla pietra, sull’impianto di fondo e sulla superficie, ma cercando di non lasciare segni. Pertanto, dopo questa indispensabile premessa, mi viene da pensare che i manoscritti nascosti nel cassetto (e intendo i miei) siano niente senza il confronto con un professionista: le discussioni, i compromessi, l’affiatamento.

Credo che questo ultimo punto segni la differenza tra un wannabe scrittore –ciao sono io ciao– e uno che invece fa i tour per presentare il proprio libro.

Mauro,

E se ci parlassi del lavoro che ti piace di più di piùissimo -non ci importa se magari è incomprensibile e impubblicabile neppure con l’aiuto del master tra gli editor-, che cosa ci diresti?

Un monologo intitolato “Adynaton”, messo in scena anni fa dalla compagnia teatrale Riverrun, e interpretato da Andrea Atzori.
Si provava per la prima volta a raccogliere un po’ di ombra del campanile, questa volta per onorare un fratello morto tragicamente. Qualcosa mi lega a quelle ombre acerbe e le riproporrei volentieri per una pubblicazione on-line, dopo una necessaria revisione.
Poi ci sono tre versi, tre che tengo nascosti, e sono stati scritti in seguito al ritrovamento di un baule di lettere scritte dal carcere (tanto sgrammaticate quanto incantevoli e sconvolgenti) in una vecchia casa in cui ho abitato nel quartiere di San Michele a Cagliari.
E quasi mi dimenticavo il romanzo del bambino con gli occhialini alla John Lennon, il tipetto geniale che frequenta la scuola di magia, si circonda di piccoli maghi e diventa presto il più abile maneggiando la bacchetta. Si chiamerà Harry, o qualcosa del genere. Probabilmente Harry Potter e il boschetto dell’imbarazzo. Ma non sono sicuro. Ora sul serio: il lavoro più bello è, banalmente, quello che ancora devo scrivere.
Ah bella l’idea sul ragazzino mago. Non l’ho mai letta, secondo me spacca.
Ora, sul serio:

Caro Mauro,

Dunque il tuo lavoro preferito, se ho capito bene, è praticamente un’opera teatrale -spero ti convincerai a metterla per lo meno on-line-. Una scelta particolare per un autore di narrativa. Potresti parlarcene meglio? Come mai è il tuo lavoro preferito?
Sì, hai capito bene. Però si tratta di un monologo, quindi è “più semplice” di quanto faccia pensare la grandezza delle parole “opera” e “teatrale”.
Lo preferisco perché è il primo lavoro importante, avevo vent’anni e ho potuto provare l’emozione di sentire un attore pronunciare le parole dei miei personaggi, ho visto tra il pubblico chi sbadigliava e chi piangeva.
E ancora: è l’inizio di un progetto che poi si è concretizzato con “A pietre rovesciate. Qui si scontrano nuovamente possibile e impossibile, per far felice la sua innamorata (azione possibile) il protagonista deve compiere delle azioni impossibili, ad esempio raccogliere l’ombra del campanile. Ma mandare qualcuno a raccogliere le ombre è anche un modo di dire scherzoso che usano dalle nostre parti.

Mauro, mi sbilancio un attimo:

l’immagine dell’ombra da raccogliere è una di quelle più belle del tuo romanzo. Il bello è, poi, che ce ne sono tante altre, Mauro ha questa capacità, che ci vogliamo fare.
Detto questo: scusami, ma è obbligatorio chiedere: dato che il migliore lavoro è quello che devi ancora scrivere -ed è sacrosanto- ci dici un po’ che cosa stai fabbricando nella tua stanzetta da scrittore?
Una cosa per la quale ci vorrà ancora un po’ di tempo. Non voglio essere sgarbato ma preferirei non parlarne, anzi facciamo che “lo scopriremo solo vivendo”. Anche per chiudere con una citazione colta.
Ti perdoniamo questo mutismo da divo solo perché gli scrittori sono animali strani. Gli sgarbati li perdoniamo quando le loro citazioni colte sono Lucio Battisti.

Passando ad altro:

Mauro, curiosità mia: qual è il personaggio che ti sembra più riuscito di “A pietre rovesciate
Penso Dora, ma forse è solo il personaggio a cui sono più legato. Perché corrisponde, almeno nel nome, alla nonna in carne e ossa da cui tutto è iniziato. Quella che mi raccontava di una stanza isolata nella campagna, e di come in quel posto non riuscisse a dormire per via del vento sulle fronde degli alberi o del canto delle anime in pena.
Dobbiamo ringraziare nonna Dora. Grazie, nonna: spero che  Mauro smezzi con te le percentuali delle vendite.

Mauro, mi dici quali sono state le domande più frequenti dei lettori alle quali hai dovuto rispondere.

Le più frequenti: quanti anni hai? Perché fai questo ai tuoi personaggi? Quanto c’hai messo a scriverlo?
Ho incontrato tanti lettori e librai meravigliosi che facevano domande molto pertinenti. Tante sulla lingua, alcuni mi hanno chiesto di parlare in sardo. La domanda più bella: perché lo fai? Le domande più strane: ma Vanni Santoni com’è fatto? Oppure: ciao, ma tu sei Luciano Funetta?

Ciao Mauro, sei Luciano Funetta?

Mauro, a parte le scemenze, parliamo di cose serie:

Parlaci del tuo rapporto con la pasta col tonno:

Io sono più un tipo da pesce spada.

Credo di non aver capito bene. Riproviamo: ti piace la pasta col tonno?

Solo se il tonno è stato arpionato da un eroe tragico che aveva deciso di perseguire il suo scopo fino all’estremo, fino a perdere la ragione e la vita per catturare quel pesce.

Ecco, così ti vogliamo. Sei riuscito a renderci epica persino la pasta col tonno! Effettivamente messa così, la tua dev’essere la pasta col tonno più soddisfacente del creato.

Bene, allora io ringrazio il nostro scrittore rovesciato per ogni singola parola che ci ha regalato. Ma voi, il libro, lo dovete assolutamente leggere, sennò non siete eroi tragici.

Marchez!

Roberto Paterlini, senza Mezze-parole o Mezzi-termini.

Roberto Paterlini e il suo personalissimo “leggici perché”

Cominciamo alla grande grandissima questo nostro luogo di ritrovo per autori fighi: sì, vi avevo accennato ad uno scrittore bruno e tenebroso che ama scrivere di morti violente. Gli imprevisti però capitano e, la cosa splendida degli imprevisti sta nel fatto che una Mezza-penna come me, conosca molti scrittori completi. Quello di oggi, bello ma biondo, lo riconoscerete come il vincitore della prima edizione del concorso letterario della Rai “La Giara” -sì, ragazzi, sì, quello che va in televisione ogni anno-.

Roberto Paterlini, già il suo nome suona proprio da scrittore.

Roberto Paterlini, è proprio lui che ci presta la sua voce per raccontarci la sua versione di quello che tutti noi possiamo tranquillamente sognarci di aver scritto -ma che possiamo concretamente trovare nelle librerie e, per chi ha il culo di pietra, su amazon-. Le sue opere hanno dei titoli che ti lasciano immaginare un sacco di cose: il primo è “Il ventiquattrenne più vecchio del mondo“, l’altro è “Cani randagi“. Ma vediamo un po’ di parlarne direttamente con lui, che sa scrivere meglio di me.

Ciao Roberto,

sono sicuramente fiera di aprire la rubrica con te che sei un autore giovane che non solo ha qualcosa da dire, ma lo SA DIRE -cosa che oggi tra gli emergenti non è così diffusa.

Partendo subito dalla prima domanda, un po’ obbligatoria visto il tema di questo spazio: tu che hai scritto e pubblicato due libri– i quali ho amato per motivi diversi, gli stessi che mi hanno portata a preferirne uno all’altro (ma non dirò quale se non sotto tortura)-, puoi svelarci da quale dei due hai preso più soddisfazioni?

Dal momento che il primo di solito non ricordo nemmeno di averlo scritto, direi senza dubbio il secondo. Ma anche al di là della mia scarsa memoria, la pubblicazione del secondo è stata imparagonabile a quella del primo.

Parliamo perciò di “Cani randagi“, il tuo libro di esordio più famoso, che ti ha fatto guadagnare la pubblicazione con la RaiEri e il Premio letterario “La Giara” –non so se mi spiego– Da come hai posto la questione, possiamo dedurre che il motivo per cui lo preferisci coincide con la maggior risonanza che ha avuto la sua pubblicazione? O è più una questione di gusto?
Diciamo che considero il mio primo libro un esperimento giovanile. Lo era. “Cani randagi” era un lavoro più compiuto. Non era certo privo di difetti e oggi lo scriverei in maniera diversa… Però, in tutta sincerità, non penso più all’uno né all’altro, ormai. Sono passati molti anni.
Ci pensano sicuramente i tuoi lettori però. Scripta manent. Spostandoci sulle tematiche invece: è innegabile che esista una costante che attraversa entrambi i libri, cioè il tema dell’omosessualità che è ben presente e ti sta molto a cuore. Lo descrivi molto bene e con estrema concretezza. Pensi che nei tuoi lavori futuri continuerà ad essere quello che Bukowski definisce “il proprio ragno“? Oppure l’esigenza di parlarne si è esaurita anche quella?

Durante le presentazioni di Cani Randagi a questa domanda rispondevo che il libro rappresentava l’inizio di un percorso. Nella prima parte i personaggi sono omosessuali e i temi profondamente legati all’omosessualità, attraverso i momenti storici del confino e dell’AIDS. Nella seconda parte, invece, i personaggi sono ancora omosessuali ma i temi altri, universali: l’amore, l’ossessione, il rimpianto

L’idea era che il processo si sarebbe concluso nei miei successivi lavori, con quello che nella letteratura americana è conosciuto come “romanzo gay post-moderno”, nel quale i personaggi sono mescolati, indifferentemente etero o omosessuali, e la sessualità non è in alcun modo un tema.

A distanza di alcuni anni, posso dire che nei lavori che sto ultimando ci sono sia personaggi eterosessuali che omosessuali. Per alcuni dei personaggi gay l’omosessualità in sé e per sé non è un tema, per altri invece sì: dipende dal contesto, dal loro vissuto

Il punto è che qualsiasi omosessuale ad un certo punto della vita si trova a fare i conti con la propria sessualità. Con se stesso prima, e poi con gli altri. Lo stesso vale per i personaggi. In entrambi i casi, è decisivo il momento in cui li si incontra.

Ci vorrà ancora qualche secolo affinché ci possano essere persone – e quindi personaggi – omosessuali per i quali la questione della sessualità non sia un punto focale durante la loro crescita, sia essa reale o letteraria. Solo allora potrà esserci il vero “romanzo gay post-moderno”. E allora, grazie a Dio, non sentiremo più il bisogno di chiamarlo in quel modo. Sarà un romanzo e basta. Nel frattempo, però, è importante non fare confusione.

Da noi basta che ci sia un personaggio gay affinché l’omosessualità diventi automaticamente il centro o comunque uno dei cardini di un libro. Ma non è così!

Trovo le tue parole sacrosante. E proprio collegandoci al fatto che sia molto facile di fronte alla questione dell’omossessualità, scadere in un eccesso piuttosto che nell’altro, ti chiedo: c’è stato mai un episodio, durante magari le presentazioni, in cui lucidamente ti sei detto “oh cavoli. questo non ha capito per niente il libro, e adesso che gli rispondo?”
 No, per fortuna, non mi è mai capitato. Non che lo ricordi, almeno…
Ah bene! Sei stato fortunato allora. E allora, che cosa speri che pensi il tuo lettore ideale dopo esser arrivato alla fine di Cani randagi?
Oh caspita! Che cosa spero che pensi? Spero che non pensi: “15 euro buttati”. Mi basta quello.
Anche questa mi sembra una risposta piuttosto sensata, che non tutti avrebbero avuto l’onestà di dare. Dato che hai parlato di un percorso verso l’autentico “romanzo gay post-moderno”, volevo chiederti, se ti va, di dirmi qualcosina di più su quello a cui stai lavorando attualmente:
Sono in dirittura d’arrivo – spero! – con due progetti. Il primo è un romanzo, e tratta del rapporto tra un figlio e un padre molto problematico – un criminale. Il secondo invece è una raccolta di racconti concatenati, po’ sulla falsa riga del Ventiquattrenne più vecchio del mondo: letti tutti dovrebbero formare anch’essi un quasi romanzo. Credo che il filo conduttore tra i due sia l’idea del racconto, inteso come narrazione, confessione, psicoterapia o vera e propria narrativa in quanto strumento per aiutarci a sopravvivere.
Benissimo, direi che promettono entrambi molto bene! Aspettiamo la prossima uscita nelle migliori librerie mondiali! Ed eccoti servita l’ultima domanda, la più pregna di accademismo e che sarà in comune a tutti gli autori che ti seguiranno… Ti piace la pasta col tonno??
La pasta col tonno mi piace molto!Ma che cosa vuol dire “pasta col tonno”? Non lo so se la facciamo tutti uguale. A me ad esempio piace con pochissimo pomodoro, una giusta dose di cipolla, peperoncino e tanto prezzemolo! Tu come la fai?

Roberto,

io la faccio col tonno e il burro, ma solo perché sono un po’ pigra. La tua ricetta mi sta facendo salivare. Roberto Paterlini è sempre garanzia di risposte intelligenti: non ci aspettavamo niente di diverso: solo un amante della pasta col tonno poteva scrivere bene così. Non mi resta che ringraziarlo per averci prestato il suo punto di vista: i libri ve li ho segnalati e mi auguro che abbiate capito di doverli mettere nella vostra lista di libri LEGENDA. So che l’avete, ampliatela!