Vita da copy. Se si può chiamare vita.

In questa mia splendida avventura milanese, è stata chiara una cosa sin da subito: trovare persone con cui uscire sarebbe stato un po’ impossibile. La vita di chi fa la copy, o la content editor, o blablabla…ti trasforma in un pozzo profondissimo.

Scollegato da tutti, tranne che dal wifi.

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Copy e compagnia bella di freelance

Noi che lavoriamo da casa, solitari, con le nostre bestemmie che cadono nel silenzio di una casa. O che, nella migliore delle ipotesi ci siamo imbucati in un cooworking senza pagare –in tal caso le parolacce rimbombano solo nelle teste

Noi che siamo i lavoratori da remoto, difficilmente riusciamo a pensare di vedere qualcuno. Gli orari tutti sballati, le regole che non ci sono – ma tacitamente aleggiano sulle nostre carte prepagate-

Insomma. Per essere copy bisogna fare sacrifici

Oppure no?

Io una persona l’ho incontrata. Ha i capelli rossi, ricci. Ha gli occhi di quel colore indefinibile che va dal grano al verde a seconda della fotografia. Fa la copy.

Quando l’ho incontrata era a un colloquio di lavoro e non ci siamo dette niente di significativo, tranne scambiarci le e-mail.

Poi ce l’abbiamo fatta, dopo un mese e tre di “”””vacanza estiva”””avete notato la quantità di virgolette?– a prenderci uno stramaledetto caffè.

Un’ora di aria e qualche passo

Questo è quello che siamo riuscite a ritagliarci più o meno una volta alla settimana. Io e Sara -così il nome di questa creatura comprensiva e bellissima – abbiamo deciso che le donne in carriera possono andare a cagare.

Nel senso che noi decisamente non lo siamo. Sgobbiamo tantissimo per stare sempre al gradino più in basso della scala sociale dei mestieri.

Quindi ci siamo guardate e ci siamo dette

Ma che cazzo.  Facciamo uno sforzo e non diventiamo dei computer

Così ogni tanto ci spingiamo oltre gli schermi del pc e parliamo di letteratura –e tante altre cose-. Per superare il disagio. Ma soprattutto perché lei è più o meno la sola persona che conosca che, quando le do buca all’ultimo secondo, mi capisce.

Mi capisce per davvero.

Lo so perché, ogni tanto, mentre siamo sedute a un tavolino, lo vedo. Vedo che sta pensando agli articoli che deve scrivere. Ai minuti che sta perdendo. Alle connessioni che vorrebbe intercettare.

Mentre passeggiamo la sento sospirare di fronte a delle vetrine. Il suo lamento lo conosco bene. Quella cosa che si chiama “ma se sto sempre lavorando, perché non posso permettermi quelle scarpe?“.

Sara. Tutti i copy e come diavolo li vuoi chiamare. Il disagio non è il nostro unico amico. Possiamo condividerlo -con dovute dosi legate alle dead line, comprensibilmente-