Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella

Torniamo a darci un tono. A parte le mezze-minchiate che sono solita propinare ogni venerdì che Dio comanda… Ecco che riprende la rubrica del cuore “Leggici perché“. Come meglio iniziare, se non con l’intervista ad Alessandra Minervini?

Leggi tutto “Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella”

Paolo Zardi, Zardi Paolo, intervistiamolo appassionatamente

Paolo Zardi è un altro autore che inspiegabilmente ha accettato di essere importunato da me.

Paolo Zardi. Lui, che, se non sapete che faccia abbia, eccovela qua:

paolo zardi

Come potrete notare si tratta di una persona distinta che, personalmente, mi ha un po’ messa in paranoia sul contattarla. Cioè, io sono l’equivalente di una barbona telematica, mentre lui è un adulto tutto d’un pezzo.

Paolo Zardi, poi, ho capito, è sicuramente un gentleman e non solo.

è anche una persona molto alla mano che mi ha messo subito a mio agio. Spero di aver ricambiato il favore, un minino, con questa mARAvigliosa intervista.

E allora… Paolo Zardi, su Leggici perché!!! Il miglior modo di sapere cose interessanti su di lui è… continuare a leggere.

P.s. C’è da dire che io mi appassiono solo a scrittori candidati al Premio strega (chi è l’altro? cliccate qui).

Paolo Zardi, ebbene sì, c’era quasi a vincere con quel suo bellissimo libro che è “XXI secolo” nel 2015.

Ma, quale sarà mai il suo libro preferito?? Facciamo a lui questa domanda:

La retorica mi imporrebbe di dire che “ogni scarrafone è bello a mamma soja“, ma i libri non sono figli, anche se la metafora piace molto un po’ a tutti. Provo ad affrontare la domanda da un punto di vista più ampio: perché si scrive un libro? E siccome le generalizzazioni non mi interessano, specifico meglio: perché scrivo un libro? Cosa mi spinge a farlo, quali obiettivi voglio raggiungere?

Paolo Zardi che ci dice perché scrive un libro? WOW.

Ma, prima di procedere con la risposta, vorrei chiederti se scrivere un libro è qualcosa che ha che fare più con una spinta emotiva o con una logica “di lavoro” (cioè, quello che il mercato editoriale esige)?
Poiché non sono un autore professionista – non vivo di libri – posso permettermi il lusso di non pensare a chi leggerà le mie cose: se saranno tanti, se saranno contenti, se innescheranno il meccanismo del passa parola.
Ho almeno due romanzi inediti, nel cassetto, che non vedranno mai la luce, e non è un problema. La mia attività di “scrittore” – una parola che va messa necessariamente tra virgolette – si esaurisce nel momento in cui sento di aver realizzato quello che avevo immaginato; tutto quello che viene dopo, se e quando viene, la pubblicazione, le presentazioni, le recensioni, i feedback, riguardano un’altra persona, un altro me, che non ha alcun potere sul me che scrive.
C’è una sorta di separazione delle carriere, o una forma lieve di schizofrenia, che mi permette di continuare a divertirmi mentre scrivo: nonostante tutto, sono ancora io il dittatore che comanda sui miei libri.

Paolo Zardi il dittatore schizofrenico. Ti ricorderemo così!

E da dittatore sarai parecchio esigente rispetto ai tuoi lavori. Dev’essere possibile trovare il tuo preferito.
Sì, ma per rispondere è necessario capire, per me,  da cosa nasce  un libro? Per quanto mi riguarda, da una sfida. Scrivere qualcosa che non so scrivere, spingere un po’ più in là il mio sguardo, alzare un po’ l’asticella. Correggere gli errori fatti nel libro precedente, esplorare temi, generi, stili, voci diverse. Retrospettivamente, dunque, i miei libri preferiti sono quelli in cui mi rendo conto di aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posto; e applicando questo criterio, sono soddisfatto soprattutto de “Il signor Bovary“, uscito con Intermezzi nel 2014, e di un romanzo che dovrebbe uscire nel maggio del 2018.

Benissimo, abbiamo due vincitori. Non è uno, ma ci accontentiamo. Ci puoi spiegare un po’ i motivi di questa preferenza?

Il signor Bovaryè arrivato alla fine di un periodo tormentato, pieno di grandi dubbi. Avevo iniziato a scrivere un romanzo che avevo abbandonato, gettato, bruciato, dopo aver superato la metà. Non assomigliava neanche lontanamente alle cose che piacevano a me. Ho smesso di scrivere per mesi.
Non è stato bello, quel periodo, ma sicuramente utile, con il senno di poi: è stato allora che ho capito che stavo semplicemente cambiando pelle, crescendo.
“Il signor Bovary” è stata la risposta – un libricino piccolo, meno di cinquanta pagine, uscito in digitale. E’ stata la prima volta che ho sentito di avere il pieno controllo su quello che facevo; finalmente sono riuscito a liberarmi da certi vizi che mi avevano tormentato fino a quel momento – una certa tendenza a un’introspezione un po’ solipsistica, la macchinosità dei passaggi da una scena all’altra, la lingua troppo controllata.

Paolo Zardi, ti tocca. Cosa ci dici dell’altro tuo figlio?

L’altro mio libro preferito (mi fa sorridere, questa cosa!) è un romanzo non molto lungo che uscirà l’anno prossimo.
Ho voluto scrivere una commedia che non parlasse di niente- che fosse trama, coincidenze, personaggi che interagiscono, sullo sfondo di una grande città.

Dopo “XXI secolo”, dopo il piccolo clamore che l’ha accompagnato – lo Strega, il centinaio di recensioni ricevute, libro del mese di Fahrenheit, la visibilità a livello nazionale -, non era semplice ripartire

Rinunciare anche alla presenza di un tema pieno di suggestioni, bello “cicciotto” come era stata la distopia di quel romanzo, la decadenza dell’occidente, le domande sul nostro futuro…
Cercavo qualcosa che fosse più lieve, e allo stesso tempo più brutale. Che facesse ridere, ma con cattiveria. E che avesse qualcosa dei libri di Dickens – quell’attenzione all’intreccio che era mancata in tutte le mie cose precedenti. Non sono in grado di valutarne la qualità in senso assoluto, ammesso che sia possibile farlo: confronto intenzioni e risultato, e tiro le somme. In questo caso, ho scritto un libro che non sapevo scrivere. Il risultato era ciò che volevo ottenere.E questo mi soddisfa.
E noi che dobbiamo aspettare fino al 2018… moriremo di curiosità nel frattempo. -Intanto consiglierei di fare un aperitivo con l’ultimo libro uscito di recente sempre per la Neo Edizioni- ed è

Paolo Zardi che ci racconta “La passione secondo Matteo

Paolo però non se ne può andare senza aver risposto alla domanda di rito per tutti gli autori che passano di qui: ti piace la pasta col tonno?
Oggi ho pranzato a casa. Non solo: ho cucinato io. Non succede molto spesso – anzi, praticamente mai – ma avevo entrambi i figli a casa, uno con la tosse e la febbre, e l’altro con un mal di pancia strategico, e mia moglie fuori per una visita.
Mi è sempre piaciuto cucinare (mia madre non è mai stata una grande cuoca: non scarsa, ma del tutto disinteressata al problema del mangiare; per cui, raggiunta l’età in cui non avrei preso fuoco davanti ai fornelli, mi sono lanciato);
dopo essermi sposato, però, piano piano mi sono tirato indietro – è il dramma di chi sposa una donna formidable in cucina. Ma oggi toccava a me…. e ho cucinato pasta con il tonno!

Coincidenze? Io non credo, direbbe Giacobbo.

Ne ho fatto una variante di mia invenzione: ho lasciato imbiondire (!) la cipolla, ho aggiunto una ricottina (!) biologica, e quindi del tonno (ogni volta non possono non pensare a quel racconto di Woody Allen in cui diceva che era andato con Hemingway a pescare del tonno, e lui aveva preso due scatolette).
Alla fine, giusto per fare un po’ il figo, ho aggiunto del limone. I miei figli sembravano felici, mentre la mangiavano: io, lo ammetto, mi sono fatto un ovetto all’occhio di bue.
Questo pranzo arriva in un periodo un po’ particolare della mia vita: per la prima volta, infatti, ho visto una serie di MasterChef e ne sono rimasto conquistato.
So che questa ammissione mi fa perdere un sacco di punti, ma in questo momento sono molto più preoccupato dell’idea che Cracco avrebbe avuto vedendomi cucinare la pasta con il tonno in scatola. Come vedi, l’uomo non rinuncia mai a infliggersi inutile sofferenza con le proprie mani.

Paolo Zardi: l’uomo che non ci aveva fatto capire se gli piaceva o meno la pasta col tonno. Oh Pà, ti piace sì o no?

Ops, la risposta è sì, mi piace la pasta con la tonno! 🙂

Paola Soriga: una donna sarda con tante isole dentro di sé

Paola Soriga ci concede una sarda-intervista.

Paola Soriga Cioè Lei (by me):

paola soriga
tipo Monnalisa (son triste, o sto sorridendo?)

Ho letto i suoi libri, diciamolo. Mi sono piaciuti, diciamo anche questo. Poi mi sono piantata al suo tavolo armata di un bicchiere di vino che non ho retto e le ho detto: cazzo, sei Paola Soriga.

Paola Soriga: che per me significa sedermi vicino a Virginia Woolf.

Lei non ha voluto capire la portata dell’evento. Ragione per cui, come tutte le divinità fanno, ha semplicemente accettato di farsi importunare dalle mie domande.

Cominciamo allora con questo magico incontro con questa autrice che nasce in Sardegna ma poi viene adottata da diverse zone del globo.

Paola Soriga: ti leggiamo perché (?) pronti via.

Allora! Siamo qui per sapere quale dei tuoi libri preferisci, ma, prima, che dici di presentarceli in breve? Hai pubblicato due romanzi, un libro illustrato e dei racconti, giusto?                      

Giusto. In ordine cronologico: per anni ho scritto solo poesie, riuscendo a pubblicarne qualcuna in riviste ma mai in volume (alcune si posso leggere QUI ).

Poi è successo che un giorno un poeta che conoscevo, un grande poeta, Mario Benedetti, mi scrisse per dirmi che stava curando un’antologia di giovani scrittrici. Mi chiese se avevo un racconto da mandargli.

Io dissi di sì.

In realtà non avevo nessun racconto. Mi chiusi in casa per due giorni e ne scrissi uno, glielo mandai e quello è stato il mio esordio in prosa: un racconto per un’antologia Mondadori chiamata Blogirls.

Così un po’ mi convinsi che potevo provare a scrivere in prosa e di lì a poco iniziai il romanzo Dove finisce Roma. Una storia ambientata nel passato, nelle periferie romane che si andavano formando. Una storia di resistenza, di libertà, di emancipazione anche, e una storia d’amore non corrisposto.

Il secondo romanzo, La stagione che verrà, è invece ambientato ai nostri giorni, è la storia di tre amici che hanno passato i 30 anni, delle loro vite ingarbugliate, frammentarie. Anche questa, una storia di resistenza, di libertà, e una storia d’amore non corrisposto.

Ho scritto poi degli altri racconti, una storia per ragazzi (La guerra di Martina, Laterza, con le illustrazioni di Lorenzo Terranera), sempre a tema resistenziale, e alcuni articoli e reportage per internazionale.it

L’aggettivo che mi viene subito in mente è “Prolifica“. Pro-cediamo.

Da sarda che ha lasciato l’isola, condivido il senso di nostalgia che ritrovo molto nei tuoi lavori: pensi di esser riuscita in un libro più di un altro, a rendere questo sentimento contorto?

Ci ho provato in entrambi i romanzi.  Non so se ci sono riuscita.
Spero che ai lettori sia arrivato perlomeno il tentativo perché è, in effetti, un tema centrale. Accomuna noi sardi che viviamo fuori dall’isola e siamo moltissimi, ma non soltanto.

Forse è lo stesso che provano anche i giovani marocchini, bangladesi, etiopi, che lasciano la loro terra per cercarne una dove possano vivere in un modo che sembra migliore.

Forse chi ha fatto questa scelta, spinto più o meno dalla necessità, si porta addosso questo sentimento per sempre, io ho il sospetto che il senso di lacerazione che deriva dall’amare più luoghi non mi abbandorà mai, nemmeno se decidessi di tornare a vivere in Sardegna. 

Ma lo “spazio” che muta, non è la sola cosa su cui insisti.

C’è anche il tempo.

In “Dove finisce Roma” e ne “La stagione che verrà hai descritto due epoche molto distanti e diverse tra loro, cioè la resistenza e gli anni più contemporanei:

come mai questa scelta? Nasce da due esigenze diverse?

L’esigenza è in qualche modo la stessa. Io vedo un filo abbastanza spesso che li tiene uniti e che si può riassumere con l’esergo che ho messo a “La stagione che verrà”, ovvero i versi di Wislawa Szymborska:

Come vivere? – mi ha detto qualcuno, / a cui io intendevo fare la stessa domanda. / Da capo e allo stesso modo di sempre, / come si è visto sopra, / non ci sono domande più pressanti / delle domande ingenue. 

Paola Soriga è eclettica:

ha poi lavorato ad un’opera illustrataLa guerra di Martinapaola soriga

Come ti sei trovata a dover misurarti con questa nuova modalità narrativa? 

È stata un’esperienza del tutto nuova e molto stimolante, mi ha obbligato a concentrarmi su alcuni aspetti della narrazione

(la trama, i colpi di scena, l’avventura)

che non avevo mai affrontato con particolare attenzione e anche a smettere, almeno qui, le sperimentazioni sulla lingua per trovarne una più limpida e lineare, adatta ai ragazzi.

Un’esperienza che mi ha fatto venir voglia di leggere molta letteratura per i ragazzi e le ragazze e anche di provare di nuovo a scrivere una storia pensata per loro.

E che ha portato alla meraviglia degli incontri con questi piccoli lettori e piccole lettrici. 

E ora che ti abbiamo un po’ “inquadrata”, potresti dirci per quale dei tuoi libri, attualmente, vorresti esser ricordata? 

Questa è una domanda che non può avere una risposta, sarebbe come (perdona il paragone azzardato) chiedere a un genitore quale dei tre o quattro figli ama di più.

Amo tutto quello che ho scritto, perché so da dove sono nate quelle scritture, e allo stesso tempo non sono soddisfatta di niente, perché vedo i punti deboli di quelle scritture.

Amo le poesie perché sono il mio primo e più profondo sguardo alla parola, Dove finisce Roma perché è stata la mia prima narrazione lunga, che mi ha permesso di essere letta, di ricevere commenti commoventi;

La stagione che verrà perché rappresenta i miei anni della giovinezza, è un romanzo a cui mi sembra di aver lavorato, dentro di me, da sempre.

Non so scegliere, forse in generale non sono una persona che ama scegliere, tipo: tra Abel e Artur, come si fa a scegliere? Voglio entrambi, voglio tutto, vorrei essere ricordata per tutto (spero si capisca che scherzo, esagero, non mi prendo sul serio). 

Paola Soriga che mi ispira un sacco di domande intelligenti:

Essere una giovane donna, che ha scelto di esprimersi attraverso protagoniste donne, ti ha fatto sentire un po’ “svantaggiata” nel mondo dell’editoria italiana?
Credo che da questo punto di vista per le donne che scrivano la situazione sia migliore rispetto, per esempio, a quella di musiciste e registe.
Ma: sì, scrivere storie con protagoniste donne limita il pubblico.
Un mio amico scrittore, quasi coetaneo, all’uscita di Dove finisce Roma mi disse “è evidentemente un libro per donne”, mentre evidentemente per me era un libro per tutti.
Una volta, all’università, mio cugino, che era un grande lettore, mi disse di non aver mai letto un romanzo scritto da una donna.
Noi siamo cresciute trovando naturale immedesimarci in protagonisti maschili, il contrario è ancora una cosa rara.
Come risarcimento, però, una volta sono stata in un Istituto Tecnico a Palermo. C’erano cinque classi di ragazzi, tutti ragazzi, che avevano letto il libro e sembravano così entusiasti, erano entrati così tanto nei panni di Ida, da farmi sentire con certezza che anche questa cosa cambia e cambierà.
 E siccome non voglio sciupare Paola, ci diamo alle cose leggere: non posso trattenermi dal chiederti, come a tutti gli altri autori di mezza-penna: ti piace la pasta col tonno?
Certo, alla carlofortina. Se intendi svuotare una scatoletta nella pasta scolata ovviamente no, ma non l’ho fatto nemmeno nei peggiori anni della mia vita da studentessa.
Perché Paola Soriga resta una persona di classe, anche sotto esami o consegne da rispettare.
Un grazie di cuore portato dal maestrale.

Funne, una lezione di vita che giunge dalla Val Daone

Funne: un libro-film-documentario di Katia Bernardi.

Funne: le ragazze che sognavano il mare, è il titolo di un libro con una copertina fantastica.
cioè questa roba fantastica qua

La nonna addobbata per andare al mare è solo una delle tante che compaiono in questo libro bizzarro –bizzarro nel senso del wow– Questa bella storia, l’ho comprata perché ambientata in un piccolo villaggio inculato nelle montagne trentine. Perché amo le nonne -l’avrete notato già da QUA– e perché l’autrice è una giovanissima con due palle quadrate e… una cuffietta gialla. 

Funne, che vuole dire ragazze

che vuol dire avventura e forza di volontà. Io il libro l’ho divorato e poi ho deciso di fare una cosa: intervistare Katia Bernardi e la sua cuffietta gialla. Katia è lei:

funne

Una persona fantastica, iper attiva, una donna che non solo ha avuto una trovata geniale, ma l’ha pure concretizzata. E ora…
Ma facciamocelo raccontare da lei.

Katia, ci parli un po’ di com’è nata questa storia bellissima delle Funne? 

Ho incontrato le Funne e il circolo Rododendro circa tre anni fa, ma conoscevo già la Val di Daone per averci realizzato diversi lavori, in particolare un documentario del 2011 intitolato “Gli uomini della luce” dedicato alla storia dei grandi impianti idroelettrici costruiti nel dopoguerra. Gli uomini della luce altri non erano che i mariti, ormai quasi tutti scomparsi, delle mie Funne. L’idea era quella di raccontare questa valle al femminile e il destino ha voluto che le incontrassi proprio in occasione del ventennale del circolo. Volevano organizzare una gita speciale, diversa dalle solite… E poi intervistandole ho scoperto che molte di loro non avevano mai visto il mare.
Cosa che per me, sardaccia, è strabiliante. –non aver visto il mare– Già così hai ottenuto tutta la mia attenzione.
Allora, potresti dirci come si è concretizzato il progetto? Tra interviste, libri, film…

Qual è stato il processo che ti ha portato alla realizzazione delle “Funne“?

Dal punto di vista produttivo, il progetto è nato piccolo piccolo e non avevo idea che avrebbe preso le dimensioni attuali. Sono partita io, da sola, con un soggetto scritto in un momento in cui anche per me era importante sognare di inseguire una nuova felicità.
E’ cresciuto poco a poco, fino a ché, grazie al crowdfunding con il quale le Funne sono sbarcate nel mondo dell’Internèt, la storia delle mie nonne è diventata inaspettatamente virale. A quel punto a Daone è arrivato chiunque, dalla Rai a Mediaset, da Radio Vaticana alla BBC. E proprio dopo aver sentito un servizio alla radio in Inghilterra, un editor di Mondadori mi ha chiesto di scrivere il libro delle Funne.

Funne: cavoli. Sembra una bella favola, ma, soprattutto, una crescita pazzesca.

E non solo una cosa esponenziale, ma una cosa trasversale: essendo qualcosa che ha finito per coinvolgere più mezzi (da internet appunto, al cartaceo, alla televisione col film), quale dei lavori ottenuti dall’idea originaria, ti ha soddisfatto maggiormente come “prodotto finale”?
Difficile rispondere: ciascuna delle declinazioni del progetto – film, libro, pagina facebook – è una forma di racconto autonoma e interdipendente al tempo stesso. Dal momento che di lavoro faccio la regista, il film è ovviamente il mio mezzo, anche se si tratta della prima volta che mi dedico al genere commedia. Il libro invece è la mia favola personale: nato per caso, senza che nemmeno sapessi di avere questo desiderio, è stato un luogo di serenità e sperimentazione dove ho potuto giocare con le parole in totale libertà, senza aspettative. Nel libro ho potuto divertirmi a scrivere tutte quelle scene che per motivi produttivi non sono potute finire nel film. E questo per un regista è un regalo davvero prezioso.
Benissimo. Diciamo che per un libro che è stato scritto “senza aspettative”, ti è uscito un ottimo lavoro.

Funne: un film, un libro, una storia DA VEDERE, DA LEGGERE.

Un libro perfettamente allineato con la qualità dell’intero progetto.
Siccome sei stata troppo brava e io, come sempre, sono la scema del villaggio, arriva la domanda del blog: e la pasta col tonno? Ti piace?
Pasta al tonno abbastanza. Diciamo che sono piu da carbonara. O da tortelli con zucca. O canederli.
Beh… effettivamente la pasta col tonno la vedo più come una roba da terroni e isolani. I canederli sono una valida alternativa, per te la faccio passare.
Non mi resta che farti un ringraziamento supersonico, perché sei la prima donna ad esser stata intervistata dalla sottoscritta. Perché sei la prima donna che, nonostante i suoi mille impegni che manco Gesù se ne sarebbe capacitato triplicandosi, mi ha concesso un’intervista bella.
E poi, grazie perché il libro, la sua storia, è innanzitutto una fonte di ispirazione.
Stop alle lacrime su “Leggici perché“, abbiamo letto Katia Bernardi. Seguitela, perché viaggia col suo film.
Che tutti noi possiamo diventare delle funne come lei.

Roberto Gerilli direttamente dall’inferno (dov’è vietato leggere)

Roberto Gerilli, intervistato di gennaio, col suo libro preferito solo su Mezza-penna!

roberto gerilli
Roberto Gerilli acquerello style

Roberto Gerilli, scrittore e ingegnere elettronicouna cosa alla Gadda, tanto per intenderci– che potete tranquillamente trovare QUI nel suo favoloso blog in cui si vede che è uno che ci sa fare con il web design.

E con tanto altro a quanto pare.

Roberto Gerilli, ad esempio,

nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Città Senza Eroi  con UteLibri; poi, nel 2015 Questo non è un romanzo fantasy assieme alla Plesio, e nel 2016 Apocalypse Nerd ( sempre Plesio) e Vietato leggere all’inferno, curato e pubblicato da Speechless Books.

Insomma, uno che scrive con lo stesso ritmo di Stephen King.

Roberto Gerilli: è bravo pure come Stephen King?

Ma lasciamolo parlare, che famo prima.

Ad esempio, ci sapresti dire chi è Roberto Gerilli?

Roberto Gerilli è un anconetano che vive in un fortino di libri e spara a vista a tutti gli invasori che cercano di tirarlo fuori e farlo crescere. Nel fortino c’è il wi-fi, ovviamente.

Sì, ovviamente c’è il wifi, non scherziamo. Il miglior amico per noi so ciop litari.

Continuiamo con le domande.

Ti chiedessero di fare una top list dei libri di Roberto Gerilli, come la faresti?
Domanda difficile, essendo tutti romanzi eccezionali. L’unico modo che ho a disposizione, quindi, è l’ordine cronologico: non di pubblicazione ma di scrittura. Prima c’è Città senza eroi (che ho scritto insieme a Giacomo Bernini), poi Vietato leggere all’inferno, e infine Questo non è un romanzo fantasy e Apocalypse Nerd. Se proprio insisti, però, ammetto che un preferito c’è: Vietato leggere all’inferno.
 
Perfetto, era proprio qui che speravo andassi a parare. Vietato leggere all’inferno è un prodotto bizzarro, perché, hai spazzato via tutti i miei pregiudizi in merito –ne parlerò meglio quando ci scriverò sopra una mezza-recensione-. Bizzarro nel senso che è pure il mio/tuo libro preferito.

Roberto Gerilli preferisce”Vietato leggere all’inferno”,

Roberto, allora, ci vuoi dire la tua versione del libro, prima che io ci dica due parole liberamente?

Secondo me “Vietato leggere all’infernoè un capolavoro, può bastare? Okay, va bene, ritrovo la modestia e rispondo con un pizzico di serietà (ma solo un pizzico). “Vietato leggere all’inferno” è la mia risposta sarcastica diretta agli editori che pubblicano senza mai voler rischiare, la mia pernacchia verso gli autori che si prendono troppo sul serio, e il mio dito medio rivolto a coloro che ritengono Stephen King inadatto a un corso di letteratura.

E perché ti piace così tanto? Cos’ha in più degli altri tuoi lavori?

Mi piace perché rappresenta perfettamente il tipo di romanzo che adoro leggere: scorrevole, coinvolgente e con più livelli di interpretazione. Sono caratteristiche che possiede anche “Questo non è un romanzo fantasy”, che però ha un target di lettori più specifico. “Vietato leggere all’inferno”, invece, è molto più trasversale: qualsiasi lettore può riconoscersi, almeno un po’, nel mondo che ho raccontato. È un thriller distopico, ma prima di questa categorizzazione di comodo è un “semplice” libro sui libri.

Qualsiasi lettore può riconoscersi: è proprio così. Quindi comincio a chiedermi se mi debba preoccupare: il mio personaggio preferito è indubbiamente l’amazzone/bodyguard/prostituta/lesbica, sulla quale non dirò altro per evitare di tradirmi in spoiler.

Il tuo qual è? Così siamo in due a preoccuparci. Ce lo descrivi?

Il mio personaggio preferito è la dissacrante trinità formata da Amleto, Eleonora e Caterina. Non riesco a dividerli perché mi sono divertito troppo a scrivere le loro scene, soprattutto i dialoghi. Amleto è il mio prototipo di protagonista: un antieroe per caso, divertente, sarcastico, che cerca di sopravvivere atteggiandosi da duro. Poi c’è Eleonora, la ragazza che tutti vorrebbero conoscere, perché cita Die Hard, perché spara con due pistole, perché è determinata a realizzare il suo sogno, ma soprattutto perché riesce sempre a ottenere il meglio dalla gente. E infine c’è Caterina, la tua preferita, che però non è una prostituta ma soltanto una camgirl (tutto il resto è esatto). Cate è Cate, c’è poco da descrivere: bisogna conoscerla.

Roberto Gerilli come Dio, o come Ray Bradbury?

Mi tiri fuori la trinità –forse perché ti piace paragonarti a Dio, ma qui tutto è lecito-. Io invece faccio un altro parallelismo, più terra terra.
Sicuramente te l’hanno chiesto in tre milioni o giù di lì: quanto hai pensato a Farheneit 451, quando hai cominciato a scrivere “Vietato leggere all’inferno“? 

In realtà sei la prima a chiedermelo per cui: complimenti, sei un’intervistatrice bravissima!

Fahrenheit 451, comunque, non è stata la mia fonte d’ispirazione iniziale, come nel caso di Breaking Bad, e quando ho capito che il parallelo sarebbe stato inevitabile ho cercato di distanziarmene il più possibile.

Il mio obiettivo era creare un mondo nel quale i romanzi non fossero stati vietati da un governo totalitario, ma al contrario su richiesta della popolazione stessa. Mi sembrava molto più attuale. Mentre scrivevo, però, ho sentito l’esigenza di rileggere Fahrenheit e ho trovato un modo ironico per inserirlo nel mio lavoro: il romanzo di Bradbury, infatti, è una delle principali cause che hanno spinto l’Anti-literature movement a pubblicare e diffondere il loro manifesto programmatico. Nel mio libro Fahrenheit non ha protetto la letteratura, ma ne ha indirettamente causato la messa al bando. Spero che il fantasma di Bradbury non mi perseguiti per questa scelta 😉

E siccome siamo passati alle faccine, possiamo, ufficialmente, allentarci la cravatta e procedere con la super domanda di rito:

Roberto Gerilli: ti piace la pasta col tonno?

Questa domanda mi costringe a confessarti una verità imbarazzante che potrebbe addirittura spingerti a bruciare il mio romanzo e a cancellare questa intervista prima della pubblicazione.

Ho deciso di rivelartela ugualmente perché mi sono divertito tantissimo e ti sei quindi guadagnata il diritto di conoscere questo scoop (potresti venderlo anche a Signorini e farci un po’ di soldi).

Inizio con una premessa: sono nato ad Ancora e ho sempre abitato a non più di cento metri dal mare, ma basta l’odore di pesce per darmi il voltastomaco. Colpa di un trauma infantile.

L’unica eccezione è il tonno in scatola. E ora ecco lo scoop. Ti consiglio di sederti perché sarà sconvolgente. Pronta? Ci siamo. Anzi, aspetta un secondo, forse è il caso di salutarti prima perché non so se vorrai parlarmi ancora. Grazie mille per l’intervista, è stato un vero piacere.

A questo punto okay, è il momento: mi piace la pasta col tonno, ma ci metto il parmigiano per ridurre il sapore di pesce.

Boom!

Addio.

Ma quale addio e addio… Roberto è andato a nascondersi senza motivo. La pasta col tonno ci piace in ogni modo -non siamo dei gourmet, la mangiamo col tonno riomare

Se ancora sei da qualche parte al sicuro dal linciaggio, grazie a te, al tuo libro, alla tua simpatia

e agli amici da casa che hanno votato per noi

Mauro Tetti: il solo scrittore che scrive di pietre senza esser pesante.

Mauro Tetti, Mauro Tetti!!! L’avete capito? MAURO TETTI -ok boh, basta-

Mauro Tetti è nato nel 1986 e vive a Cagliari (fatevi voi i faticosissimi calcoli e scoprite la sua vera età) in una bellissima stanzetta in cui può scegliere persino se dormire su un materasso o su un altro.

Chi è Mauro Tetti?

Ve lo presento subito -si presenta da solo con le sue pubblicazioni- Mauro sta su “Flanerí”, “Inchiostro” e, se spulciate bene, anche su altre riviste. Nel 2011, che pare lontano e invece è ieri mattina, ha vinto il Premio Masala con il monologo “Adynatom”. Poi abbiamo il saltone con“A pietre rovesciate”, edito Tunuè, col quale Mauro vince il Premio Gramsci per inediti. Come primo romanzo direi che non è male, o no??

Leggici perché? Mauro rispondici un po’ tu, che io non sono poi così brava.

Mauro, allora, prima domandina piccola: ovunque, a cercare, “A pietre rovesciate” risulta essere il tuo primo romanzo. Ma secondo me, correggimi se sbaglio, non può essere del tutto esatto: magari è il tuo primo romanzo pubblicato, ma non il primo che hai scritto. Per cui, quanti manoscritti tieni nel cassetto?

Non solo è il primo romanzo pubblicato ma anche il primo testo a cui ho lavorato parecchio: con questo intendo anni di revisioni, eliminazioni e riscritture, eccetera.

L’ultimo lavoro di editing è stato allo stesso tempo il più faticoso e il più soddisfacente, anche dal punto di vista formativo. Vanni Santoni, editor e curatore della collana di narrativa Tunué, ma prima di tutto scrittore, mi ha guidato nel lungo percorso di trasformazione che ha portato alla forma finale di “A pietre rovesciate“.

Ho compreso quali fossero le mancanze iniziali e i punti di forza, dopo di che ho agito come farebbe un restauratore sulla pietra, sull’impianto di fondo e sulla superficie, ma cercando di non lasciare segni. Pertanto, dopo questa indispensabile premessa, mi viene da pensare che i manoscritti nascosti nel cassetto (e intendo i miei) siano niente senza il confronto con un professionista: le discussioni, i compromessi, l’affiatamento.

Credo che questo ultimo punto segni la differenza tra un wannabe scrittore –ciao sono io ciao– e uno che invece fa i tour per presentare il proprio libro.

Mauro,

E se ci parlassi del lavoro che ti piace di più di piùissimo -non ci importa se magari è incomprensibile e impubblicabile neppure con l’aiuto del master tra gli editor-, che cosa ci diresti?

Un monologo intitolato “Adynaton”, messo in scena anni fa dalla compagnia teatrale Riverrun, e interpretato da Andrea Atzori.
Si provava per la prima volta a raccogliere un po’ di ombra del campanile, questa volta per onorare un fratello morto tragicamente. Qualcosa mi lega a quelle ombre acerbe e le riproporrei volentieri per una pubblicazione on-line, dopo una necessaria revisione.
Poi ci sono tre versi, tre che tengo nascosti, e sono stati scritti in seguito al ritrovamento di un baule di lettere scritte dal carcere (tanto sgrammaticate quanto incantevoli e sconvolgenti) in una vecchia casa in cui ho abitato nel quartiere di San Michele a Cagliari.
E quasi mi dimenticavo il romanzo del bambino con gli occhialini alla John Lennon, il tipetto geniale che frequenta la scuola di magia, si circonda di piccoli maghi e diventa presto il più abile maneggiando la bacchetta. Si chiamerà Harry, o qualcosa del genere. Probabilmente Harry Potter e il boschetto dell’imbarazzo. Ma non sono sicuro. Ora sul serio: il lavoro più bello è, banalmente, quello che ancora devo scrivere.
Ah bella l’idea sul ragazzino mago. Non l’ho mai letta, secondo me spacca.
Ora, sul serio:

Caro Mauro,

Dunque il tuo lavoro preferito, se ho capito bene, è praticamente un’opera teatrale -spero ti convincerai a metterla per lo meno on-line-. Una scelta particolare per un autore di narrativa. Potresti parlarcene meglio? Come mai è il tuo lavoro preferito?
Sì, hai capito bene. Però si tratta di un monologo, quindi è “più semplice” di quanto faccia pensare la grandezza delle parole “opera” e “teatrale”.
Lo preferisco perché è il primo lavoro importante, avevo vent’anni e ho potuto provare l’emozione di sentire un attore pronunciare le parole dei miei personaggi, ho visto tra il pubblico chi sbadigliava e chi piangeva.
E ancora: è l’inizio di un progetto che poi si è concretizzato con “A pietre rovesciate. Qui si scontrano nuovamente possibile e impossibile, per far felice la sua innamorata (azione possibile) il protagonista deve compiere delle azioni impossibili, ad esempio raccogliere l’ombra del campanile. Ma mandare qualcuno a raccogliere le ombre è anche un modo di dire scherzoso che usano dalle nostre parti.

Mauro, mi sbilancio un attimo:

l’immagine dell’ombra da raccogliere è una di quelle più belle del tuo romanzo. Il bello è, poi, che ce ne sono tante altre, Mauro ha questa capacità, che ci vogliamo fare.
Detto questo: scusami, ma è obbligatorio chiedere: dato che il migliore lavoro è quello che devi ancora scrivere -ed è sacrosanto- ci dici un po’ che cosa stai fabbricando nella tua stanzetta da scrittore?
Una cosa per la quale ci vorrà ancora un po’ di tempo. Non voglio essere sgarbato ma preferirei non parlarne, anzi facciamo che “lo scopriremo solo vivendo”. Anche per chiudere con una citazione colta.
Ti perdoniamo questo mutismo da divo solo perché gli scrittori sono animali strani. Gli sgarbati li perdoniamo quando le loro citazioni colte sono Lucio Battisti.

Passando ad altro:

Mauro, curiosità mia: qual è il personaggio che ti sembra più riuscito di “A pietre rovesciate
Penso Dora, ma forse è solo il personaggio a cui sono più legato. Perché corrisponde, almeno nel nome, alla nonna in carne e ossa da cui tutto è iniziato. Quella che mi raccontava di una stanza isolata nella campagna, e di come in quel posto non riuscisse a dormire per via del vento sulle fronde degli alberi o del canto delle anime in pena.
Dobbiamo ringraziare nonna Dora. Grazie, nonna: spero che  Mauro smezzi con te le percentuali delle vendite.

Mauro, mi dici quali sono state le domande più frequenti dei lettori alle quali hai dovuto rispondere.

Le più frequenti: quanti anni hai? Perché fai questo ai tuoi personaggi? Quanto c’hai messo a scriverlo?
Ho incontrato tanti lettori e librai meravigliosi che facevano domande molto pertinenti. Tante sulla lingua, alcuni mi hanno chiesto di parlare in sardo. La domanda più bella: perché lo fai? Le domande più strane: ma Vanni Santoni com’è fatto? Oppure: ciao, ma tu sei Luciano Funetta?

Ciao Mauro, sei Luciano Funetta?

Mauro, a parte le scemenze, parliamo di cose serie:

Parlaci del tuo rapporto con la pasta col tonno:

Io sono più un tipo da pesce spada.

Credo di non aver capito bene. Riproviamo: ti piace la pasta col tonno?

Solo se il tonno è stato arpionato da un eroe tragico che aveva deciso di perseguire il suo scopo fino all’estremo, fino a perdere la ragione e la vita per catturare quel pesce.

Ecco, così ti vogliamo. Sei riuscito a renderci epica persino la pasta col tonno! Effettivamente messa così, la tua dev’essere la pasta col tonno più soddisfacente del creato.

Bene, allora io ringrazio il nostro scrittore rovesciato per ogni singola parola che ci ha regalato. Ma voi, il libro, lo dovete assolutamente leggere, sennò non siete eroi tragici.

Marchez!

Roberto Paterlini, senza Mezze-parole o Mezzi-termini.

Roberto Paterlini e il suo personalissimo “leggici perché”

Cominciamo alla grande grandissima questo nostro luogo di ritrovo per autori fighi: sì, vi avevo accennato ad uno scrittore bruno e tenebroso che ama scrivere di morti violente. Gli imprevisti però capitano e, la cosa splendida degli imprevisti sta nel fatto che una Mezza-penna come me, conosca molti scrittori completi. Quello di oggi, bello ma biondo, lo riconoscerete come il vincitore della prima edizione del concorso letterario della Rai “La Giara” -sì, ragazzi, sì, quello che va in televisione ogni anno-.

Roberto Paterlini, già il suo nome suona proprio da scrittore.

Roberto Paterlini, è proprio lui che ci presta la sua voce per raccontarci la sua versione di quello che tutti noi possiamo tranquillamente sognarci di aver scritto -ma che possiamo concretamente trovare nelle librerie e, per chi ha il culo di pietra, su amazon-. Le sue opere hanno dei titoli che ti lasciano immaginare un sacco di cose: il primo è “Il ventiquattrenne più vecchio del mondo“, l’altro è “Cani randagi“. Ma vediamo un po’ di parlarne direttamente con lui, che sa scrivere meglio di me.

Ciao Roberto,

sono sicuramente fiera di aprire la rubrica con te che sei un autore giovane che non solo ha qualcosa da dire, ma lo SA DIRE -cosa che oggi tra gli emergenti non è così diffusa.

Partendo subito dalla prima domanda, un po’ obbligatoria visto il tema di questo spazio: tu che hai scritto e pubblicato due libri– i quali ho amato per motivi diversi, gli stessi che mi hanno portata a preferirne uno all’altro (ma non dirò quale se non sotto tortura)-, puoi svelarci da quale dei due hai preso più soddisfazioni?

Dal momento che il primo di solito non ricordo nemmeno di averlo scritto, direi senza dubbio il secondo. Ma anche al di là della mia scarsa memoria, la pubblicazione del secondo è stata imparagonabile a quella del primo.

Parliamo perciò di “Cani randagi“, il tuo libro di esordio più famoso, che ti ha fatto guadagnare la pubblicazione con la RaiEri e il Premio letterario “La Giara” –non so se mi spiego– Da come hai posto la questione, possiamo dedurre che il motivo per cui lo preferisci coincide con la maggior risonanza che ha avuto la sua pubblicazione? O è più una questione di gusto?
Diciamo che considero il mio primo libro un esperimento giovanile. Lo era. “Cani randagi” era un lavoro più compiuto. Non era certo privo di difetti e oggi lo scriverei in maniera diversa… Però, in tutta sincerità, non penso più all’uno né all’altro, ormai. Sono passati molti anni.
Ci pensano sicuramente i tuoi lettori però. Scripta manent. Spostandoci sulle tematiche invece: è innegabile che esista una costante che attraversa entrambi i libri, cioè il tema dell’omosessualità che è ben presente e ti sta molto a cuore. Lo descrivi molto bene e con estrema concretezza. Pensi che nei tuoi lavori futuri continuerà ad essere quello che Bukowski definisce “il proprio ragno“? Oppure l’esigenza di parlarne si è esaurita anche quella?

Durante le presentazioni di Cani Randagi a questa domanda rispondevo che il libro rappresentava l’inizio di un percorso. Nella prima parte i personaggi sono omosessuali e i temi profondamente legati all’omosessualità, attraverso i momenti storici del confino e dell’AIDS. Nella seconda parte, invece, i personaggi sono ancora omosessuali ma i temi altri, universali: l’amore, l’ossessione, il rimpianto

L’idea era che il processo si sarebbe concluso nei miei successivi lavori, con quello che nella letteratura americana è conosciuto come “romanzo gay post-moderno”, nel quale i personaggi sono mescolati, indifferentemente etero o omosessuali, e la sessualità non è in alcun modo un tema.

A distanza di alcuni anni, posso dire che nei lavori che sto ultimando ci sono sia personaggi eterosessuali che omosessuali. Per alcuni dei personaggi gay l’omosessualità in sé e per sé non è un tema, per altri invece sì: dipende dal contesto, dal loro vissuto

Il punto è che qualsiasi omosessuale ad un certo punto della vita si trova a fare i conti con la propria sessualità. Con se stesso prima, e poi con gli altri. Lo stesso vale per i personaggi. In entrambi i casi, è decisivo il momento in cui li si incontra.

Ci vorrà ancora qualche secolo affinché ci possano essere persone – e quindi personaggi – omosessuali per i quali la questione della sessualità non sia un punto focale durante la loro crescita, sia essa reale o letteraria. Solo allora potrà esserci il vero “romanzo gay post-moderno”. E allora, grazie a Dio, non sentiremo più il bisogno di chiamarlo in quel modo. Sarà un romanzo e basta. Nel frattempo, però, è importante non fare confusione.

Da noi basta che ci sia un personaggio gay affinché l’omosessualità diventi automaticamente il centro o comunque uno dei cardini di un libro. Ma non è così!

Trovo le tue parole sacrosante. E proprio collegandoci al fatto che sia molto facile di fronte alla questione dell’omossessualità, scadere in un eccesso piuttosto che nell’altro, ti chiedo: c’è stato mai un episodio, durante magari le presentazioni, in cui lucidamente ti sei detto “oh cavoli. questo non ha capito per niente il libro, e adesso che gli rispondo?”
 No, per fortuna, non mi è mai capitato. Non che lo ricordi, almeno…
Ah bene! Sei stato fortunato allora. E allora, che cosa speri che pensi il tuo lettore ideale dopo esser arrivato alla fine di Cani randagi?
Oh caspita! Che cosa spero che pensi? Spero che non pensi: “15 euro buttati”. Mi basta quello.
Anche questa mi sembra una risposta piuttosto sensata, che non tutti avrebbero avuto l’onestà di dare. Dato che hai parlato di un percorso verso l’autentico “romanzo gay post-moderno”, volevo chiederti, se ti va, di dirmi qualcosina di più su quello a cui stai lavorando attualmente:
Sono in dirittura d’arrivo – spero! – con due progetti. Il primo è un romanzo, e tratta del rapporto tra un figlio e un padre molto problematico – un criminale. Il secondo invece è una raccolta di racconti concatenati, po’ sulla falsa riga del Ventiquattrenne più vecchio del mondo: letti tutti dovrebbero formare anch’essi un quasi romanzo. Credo che il filo conduttore tra i due sia l’idea del racconto, inteso come narrazione, confessione, psicoterapia o vera e propria narrativa in quanto strumento per aiutarci a sopravvivere.
Benissimo, direi che promettono entrambi molto bene! Aspettiamo la prossima uscita nelle migliori librerie mondiali! Ed eccoti servita l’ultima domanda, la più pregna di accademismo e che sarà in comune a tutti gli autori che ti seguiranno… Ti piace la pasta col tonno??
La pasta col tonno mi piace molto!Ma che cosa vuol dire “pasta col tonno”? Non lo so se la facciamo tutti uguale. A me ad esempio piace con pochissimo pomodoro, una giusta dose di cipolla, peperoncino e tanto prezzemolo! Tu come la fai?

Roberto,

io la faccio col tonno e il burro, ma solo perché sono un po’ pigra. La tua ricetta mi sta facendo salivare. Roberto Paterlini è sempre garanzia di risposte intelligenti: non ci aspettavamo niente di diverso: solo un amante della pasta col tonno poteva scrivere bene così. Non mi resta che ringraziarlo per averci prestato il suo punto di vista: i libri ve li ho segnalati e mi auguro che abbiate capito di doverli mettere nella vostra lista di libri LEGENDA. So che l’avete, ampliatela!