Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella

Torniamo a darci un tono. A parte le mezze-minchiate che sono solita propinare ogni venerdì che Dio comanda… Ecco che riprende la rubrica del cuore “Leggici perché“. Come meglio iniziare, se non con l’intervista ad Alessandra Minervini?

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Paola Soriga: una donna sarda con tante isole dentro di sé

Paola Soriga ci concede una sarda-intervista.

Paola Soriga Cioè Lei (by me):

paola soriga
tipo Monnalisa (son triste, o sto sorridendo?)

Ho letto i suoi libri, diciamolo. Mi sono piaciuti, diciamo anche questo. Poi mi sono piantata al suo tavolo armata di un bicchiere di vino che non ho retto e le ho detto: cazzo, sei Paola Soriga.

Paola Soriga: che per me significa sedermi vicino a Virginia Woolf.

Lei non ha voluto capire la portata dell’evento. Ragione per cui, come tutte le divinità fanno, ha semplicemente accettato di farsi importunare dalle mie domande.

Cominciamo allora con questo magico incontro con questa autrice che nasce in Sardegna ma poi viene adottata da diverse zone del globo.

Paola Soriga: ti leggiamo perché (?) pronti via.

Allora! Siamo qui per sapere quale dei tuoi libri preferisci, ma, prima, che dici di presentarceli in breve? Hai pubblicato due romanzi, un libro illustrato e dei racconti, giusto?                      

Giusto. In ordine cronologico: per anni ho scritto solo poesie, riuscendo a pubblicarne qualcuna in riviste ma mai in volume (alcune si posso leggere QUI ).

Poi è successo che un giorno un poeta che conoscevo, un grande poeta, Mario Benedetti, mi scrisse per dirmi che stava curando un’antologia di giovani scrittrici. Mi chiese se avevo un racconto da mandargli.

Io dissi di sì.

In realtà non avevo nessun racconto. Mi chiusi in casa per due giorni e ne scrissi uno, glielo mandai e quello è stato il mio esordio in prosa: un racconto per un’antologia Mondadori chiamata Blogirls.

Così un po’ mi convinsi che potevo provare a scrivere in prosa e di lì a poco iniziai il romanzo Dove finisce Roma. Una storia ambientata nel passato, nelle periferie romane che si andavano formando. Una storia di resistenza, di libertà, di emancipazione anche, e una storia d’amore non corrisposto.

Il secondo romanzo, La stagione che verrà, è invece ambientato ai nostri giorni, è la storia di tre amici che hanno passato i 30 anni, delle loro vite ingarbugliate, frammentarie. Anche questa, una storia di resistenza, di libertà, e una storia d’amore non corrisposto.

Ho scritto poi degli altri racconti, una storia per ragazzi (La guerra di Martina, Laterza, con le illustrazioni di Lorenzo Terranera), sempre a tema resistenziale, e alcuni articoli e reportage per internazionale.it

L’aggettivo che mi viene subito in mente è “Prolifica“. Pro-cediamo.

Da sarda che ha lasciato l’isola, condivido il senso di nostalgia che ritrovo molto nei tuoi lavori: pensi di esser riuscita in un libro più di un altro, a rendere questo sentimento contorto?

Ci ho provato in entrambi i romanzi.  Non so se ci sono riuscita.
Spero che ai lettori sia arrivato perlomeno il tentativo perché è, in effetti, un tema centrale. Accomuna noi sardi che viviamo fuori dall’isola e siamo moltissimi, ma non soltanto.

Forse è lo stesso che provano anche i giovani marocchini, bangladesi, etiopi, che lasciano la loro terra per cercarne una dove possano vivere in un modo che sembra migliore.

Forse chi ha fatto questa scelta, spinto più o meno dalla necessità, si porta addosso questo sentimento per sempre, io ho il sospetto che il senso di lacerazione che deriva dall’amare più luoghi non mi abbandorà mai, nemmeno se decidessi di tornare a vivere in Sardegna. 

Ma lo “spazio” che muta, non è la sola cosa su cui insisti.

C’è anche il tempo.

In “Dove finisce Roma” e ne “La stagione che verrà hai descritto due epoche molto distanti e diverse tra loro, cioè la resistenza e gli anni più contemporanei:

come mai questa scelta? Nasce da due esigenze diverse?

L’esigenza è in qualche modo la stessa. Io vedo un filo abbastanza spesso che li tiene uniti e che si può riassumere con l’esergo che ho messo a “La stagione che verrà”, ovvero i versi di Wislawa Szymborska:

Come vivere? – mi ha detto qualcuno, / a cui io intendevo fare la stessa domanda. / Da capo e allo stesso modo di sempre, / come si è visto sopra, / non ci sono domande più pressanti / delle domande ingenue. 

Paola Soriga è eclettica:

ha poi lavorato ad un’opera illustrataLa guerra di Martinapaola soriga

Come ti sei trovata a dover misurarti con questa nuova modalità narrativa? 

È stata un’esperienza del tutto nuova e molto stimolante, mi ha obbligato a concentrarmi su alcuni aspetti della narrazione

(la trama, i colpi di scena, l’avventura)

che non avevo mai affrontato con particolare attenzione e anche a smettere, almeno qui, le sperimentazioni sulla lingua per trovarne una più limpida e lineare, adatta ai ragazzi.

Un’esperienza che mi ha fatto venir voglia di leggere molta letteratura per i ragazzi e le ragazze e anche di provare di nuovo a scrivere una storia pensata per loro.

E che ha portato alla meraviglia degli incontri con questi piccoli lettori e piccole lettrici. 

E ora che ti abbiamo un po’ “inquadrata”, potresti dirci per quale dei tuoi libri, attualmente, vorresti esser ricordata? 

Questa è una domanda che non può avere una risposta, sarebbe come (perdona il paragone azzardato) chiedere a un genitore quale dei tre o quattro figli ama di più.

Amo tutto quello che ho scritto, perché so da dove sono nate quelle scritture, e allo stesso tempo non sono soddisfatta di niente, perché vedo i punti deboli di quelle scritture.

Amo le poesie perché sono il mio primo e più profondo sguardo alla parola, Dove finisce Roma perché è stata la mia prima narrazione lunga, che mi ha permesso di essere letta, di ricevere commenti commoventi;

La stagione che verrà perché rappresenta i miei anni della giovinezza, è un romanzo a cui mi sembra di aver lavorato, dentro di me, da sempre.

Non so scegliere, forse in generale non sono una persona che ama scegliere, tipo: tra Abel e Artur, come si fa a scegliere? Voglio entrambi, voglio tutto, vorrei essere ricordata per tutto (spero si capisca che scherzo, esagero, non mi prendo sul serio). 

Paola Soriga che mi ispira un sacco di domande intelligenti:

Essere una giovane donna, che ha scelto di esprimersi attraverso protagoniste donne, ti ha fatto sentire un po’ “svantaggiata” nel mondo dell’editoria italiana?
Credo che da questo punto di vista per le donne che scrivano la situazione sia migliore rispetto, per esempio, a quella di musiciste e registe.
Ma: sì, scrivere storie con protagoniste donne limita il pubblico.
Un mio amico scrittore, quasi coetaneo, all’uscita di Dove finisce Roma mi disse “è evidentemente un libro per donne”, mentre evidentemente per me era un libro per tutti.
Una volta, all’università, mio cugino, che era un grande lettore, mi disse di non aver mai letto un romanzo scritto da una donna.
Noi siamo cresciute trovando naturale immedesimarci in protagonisti maschili, il contrario è ancora una cosa rara.
Come risarcimento, però, una volta sono stata in un Istituto Tecnico a Palermo. C’erano cinque classi di ragazzi, tutti ragazzi, che avevano letto il libro e sembravano così entusiasti, erano entrati così tanto nei panni di Ida, da farmi sentire con certezza che anche questa cosa cambia e cambierà.
 E siccome non voglio sciupare Paola, ci diamo alle cose leggere: non posso trattenermi dal chiederti, come a tutti gli altri autori di mezza-penna: ti piace la pasta col tonno?
Certo, alla carlofortina. Se intendi svuotare una scatoletta nella pasta scolata ovviamente no, ma non l’ho fatto nemmeno nei peggiori anni della mia vita da studentessa.
Perché Paola Soriga resta una persona di classe, anche sotto esami o consegne da rispettare.
Un grazie di cuore portato dal maestrale.