Finzione o realtà: la domanda del secolo per soli cretini veri con la penna in mano

Dunque ritorno sui grandi schermi -e piccoli da cellulari e tablet- perché mi è capitato ultimamente, di esser stata intervistata con uno dei quesiti più temibili per qualsiasi autore -o semicirca come me-. Ovvero: quello che scrivi è finzione o realtà? 

E la domanda seguente è: quanto ti sei inventata e quanto c’è di vero?

Finzione: la risposta salva culo VS Realtà: risposta paraculo

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La premessa è che perdi sempre e comunque: non esiste la risposta giusta a questa domanda. Per quanto invece sia riproposta non solo nella vita, ma anche in tutti film-serie-soapopera che si rispettino con dentro uno scrittore. Nasce soprattutto dalla curiosità di conoscere i cazzi degli altri: intendiamoci, anch’io se mi dovessi trovar di fronte Paul Auster, come prima cosa vorrei capirlo in quanto persona.

Sapere insomma quanto di quello che ho letto mi aiuterà a farlo innamorare di me, perchè lo conosco mooooolto bene.

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La curiosità verso le esperienze altrui, soprattutto quando sono particolari, credo non sia solo normale ma persino legittima.

Quindi sì: sarà una domanda cretina, ma chiunque la farebbe

Il problema sta nel rispondere, appunto. E quando di fronte a una dei fondatori della rivista Crack  Manuela Barban,-e un pubblico di gente che aspettava la mia grande figura di m– mi è stata posta la fatidica richiesta, non ho saputo dire niente di sensato. 

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Qualcosa del tipo: la verità sta nel mezzo. Ma è davvero così?

O mi faceva semplicemente comodo mantenermi neutrale?  Credo davvero che un buon racconto/romanzo, debba per forza partire da qualcosa che si conosce bene. Altrimenti come fare a tirare cazzotti nello stomaco del lettore?

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Cioè, non sono contro i fantasy e gli horror e pro al realismo a tutti i costi. No, per niente. Dico anzi che, anche ambientando la propria storia nel 3089, con robottoni giganti a dominare il mondo, l’autore ci metterà dentro qualcosa di sè. Probabilmente un sacco di sè.

Pare inevitabile.

E quindi: realtà? Sì, certo, per forza

Ma è solo questo? No. Non posso mica schierarmi totalmente dalla parte del “queste sono persone reali, dentro una storia realmente accaduta“. No. Sarà sempre frutto della fantasia dello scrittore, che interpreta quello che ha visto, sentito, conosciuto.

Cambierà qualcosa, ne sposterà altre, sottolinearà degli aspetti piuttosto che altri. Si inventerà una trama con dettagli che ha vissuto e altri che avrebbe voluto vivere. E ci metterà dentro dei messaggi che prescindono –devono prescindere– dalla sua esperienza individuale, per raggiungere il prossimo.

E dopo questa serie di banalità banalissime…

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Ho cominciato a riflettere per tutti quelli che si ritrovano nelle pagine che scrivo. Ho sempre pensato in maniera superficiale a questo aspetto della scrittura e, ancor più, della pubblicazione. Forse perchè ingenuamente, ho sempre pensato che quello che scrivevo non l’avrebbe mai letto nessuno.

Invece, anche nel più piccolo, qualcuno lo legge. E legge qualcosa che in parte è finzione e in parte è realtà. E, inevitabilmente, si formerà un’idea di quello che viene raccontato, dei personaggi che sono descritti.

Qualcuno potrebbe non voler leggersi. Qualcuno potrebbe offendersi. A qualcuno persino potrebbe ferire quello che sta scritto dentro un racconto-romanzo.

E quindi?

Potrei dire che il fatto che le mie parole abbiano questo tipo di effetto negativo su delle persone reali, mi dispiace. E che quindi mi scuso. Magari pure correggendo il tiro.

Potrei. Oppure no.

Non per cattiveria: ripeto, quando scrivo non è che lo faccia pensando ad uno sfogo in stile diario col lucchetto regalato alla cresima. No. Scrivere è qualcosa che esce fuori, sempre per restare banali, senza che voglia dargli una reale direzione.

Non è qualcosa che nasce per ferire qualcuno. Per parlare di qualcuno. Almeno, non per me. Si tratta solo di parole e personaggi che partono da me e poi vanno. Ed è una cosa talmente sacra e imprescindibile, che non chiederò scusa e non metterò paletti.

Per capirci meglio: è come chiedere a una donna incinta di impegnarsi a farlo nascere con il naso della nonna e gli occhi del cugino, per avere un risultato che piaccia. O che non dispiaccia.

Quello nasce così come deve nascere. 

Con buona pace di chi voleva diversamente.

Virgin non è mica una nuova malattia sessualmente trasmissibile (o è peggio?)

Ieri ho bevuto un Virgin Mojito si scrive così? ste robe aspirate confondono– e l’ho trovato molto buono. Prima che anche quel poco di zucchero e gas mi finisse nello stomaco provocandomi dolore, ho pensato che, esser felici per un analcolico, fosse un problema.

Un problema per me? O un problema per gli altri?

Virgin: la parola che ti segna sin dalla pre-adolescenza

Essere vergine è una tara che qualsiasi ragazz* si porta appresso assieme a brufoli e sbalzi d’umore. Vi ricordate quella sensazione di imbarazzo quando passavano in tv delle scene di sesso e voi sapevate solo che volevate sparire nel terreno?

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Di sesso non sapevamo un tubo –fino a quel momento inaspettato in cui, è successo – tranne che non era una cosa che avevamo ancora fatto. Di sesso io avevo un po’ paura a parlarne, perché, appunto, ero vergine.

Ed era un problema per tutti quelli che mi stavano attorno. Sia per chi aveva già frugato nelle mutande non sue; sia per chi sguazzava nel mio stesso pallido vuoto sessuale.

Come se un po’ si moltiplicasse un difetto.

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Virgin è la versione inglese, ma non fa mica più figo

Crescendo poi, ci siamo liberati di questa benedetta prima volta. L’imene è stato infranto, così come molti altri tabù sotto le lenzuola –si fa per dire, i più tra noi si sono accontentati di un sedile scomodossimo

Mi sono liberata di un brandello di carne che ingombrava la mia esistenza relazionale. Mi sono aperta. In tutti i sensi. Finalmente le scene di sesso, non avevano più potere su di me o su chi mi stava accanto.

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Finchè mi sono imbattuta in un altro tipo di verginità sociale. Ed è quella dell’alcol. Non sono la sola persona astemia al mondo. Spesso, chi non beve, lo fa perchè è costretta da qualcosa.

Ed ecco che i menù degli aperitivi diventano problematici. Anzi, gli stessi aperitivi diventano problematici.

Le persone sentono “Virgin” e pensano: strana forte

Ordinare l’acqua è comunque un’opzione che fa saltare i nervi dei gruppi di bevuta. All’ennesima domanda posta in tono compassionevole -“perché non bevi?– mi sono chiesta: ma a voi, che per altro ve lo state godendo alla facciaccia mia sto Spritz, che cosa cambia?-

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Una volta che mi sono arresa io al fatto di dover bandire l’alcol dalla mia dieta, perchè gli altri si sentono in difficoltà se resto col bicchiere vuoto?

Mi parlano come un mistero da risolvere a tutti i costi. Sperano che io sia un’ex alcolista? E, soprattutto, se rispondessi: sono un’ex alcolista, non sarebbe un disastro per l’interlocutore?

Ancora non sono giunta ad una vera spiegazione

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Questa esigenza del branco di condividere a tutti i costi la quantità alcolica io ancora non l’ho ben compresa appieno. Mi appello agli altri miei compagni astemila ragione a me frega davvero poco– per comprendere questo fenomeno antropologico.

Quello per cui, se non ingurgiti della birra dopo il lavoro, allora sei da compatire e un po’ da guardare con sospetto.

Io ricordo con affetto il tempo in cui potevo godermi un Ugo. Ma, le cose sono cambiate. Possiamo non farne una tragedia?

Virgin è buono uguale. 

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Perché certe cose non cambiano mai e, da qualche parte, un senso esiste

Per una piccola persona come la sottoscritta, che ha passato anni a covare nel proprio cantuccio umili sogni di gloria come

1- pubblicare il proprio romanzo

2- esser considerata scrittrice

3- incontrare gli autori che ho amato

Partecipare agli eventi letterari, fa effetto sveglia dall’automatismo quotidiano. Quella parte di me che ancora non ha mollato, esce dal coma. Il contesto del miracolo è Gogol&Company, una libreria/locale/ritrovo/rifugio che è difficile non amare subito e perdutamente.

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Un euro per i tuoi pensieri (o anche meglio: oltre ai capelli platino, che capita?)

La mia sparizione deve aver turbato parecchi spiriti tra coloro che vivono appresso alla dose settimanale di Simonetta. –peròcredici– Poi, per carità, la pigrizia è sicuramente qualcosa che mi contraddistingue in quanto ibrido tra bradipo e essere umano… però delle cose sono successe. Niente di che, solo che ho scelto altre vie per rompere i coglioni affrontare la comunicazione.

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La iazza boreale, alta infedeltà, i rotoli sulla pancia: la ricetta della (in)felicità

Siamo a Milano. Vengo a conoscenza di un fatto sconcertante (issimo): questi giorni farà un freddo boia. Io mi piazzo su la mia dose quotidiana di altà infedeltà, mentre le ultime crostatine di cioccolato mi si accumulano direttamente sul culo. Il grido interiore del mio cervello che vuole ignorare la iazza boreale che ha predetto quella sciamana del meteo.

Non c’è più religione. A pranzo c’ho pilates. Che scintille. Che faville.

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Sopravvissuti a San Remo e San Valentino. Troppi santi su questa terra

Avete presente quando Romero faceva pronunciare la sua battuta storica “quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla terra“. Ecco più o meno così è come vorrei esordire questo fantastico post, post-apocalittico, post-Sanremo, post- San Valentino.

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Patrick Swayze è il mio mentore assoluto. Nel senso che sono super esperta di fantasmi

Oh grande Patrick Swayze, che la mia migliore amica è profondamente convinta che tu sia comparso in numerosissimi film come Grease e Save the last dance. (mentre ignora che hai recitato davvero in un ruolo poco nobile in donnie Darko)

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Desiderio per l’anno nuovo: money money money (must be funny in a richmen’s world)

Ok. Cominciamo con questa citazione coltissima agli Abba. Voglio parlare di questo mio nuovo desiderio tutto pio che San Francesco mi sta applaudendo da dietro.

No

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Domenica e Natale sto giro, coincidono: sta per esplodere l’universo mondo? (As we know it)

Se la risposta a questa domanda è “Sì, lo avevano predetto i Maya per questo Natale”… Beh, allora, mi auguro che tutti magnino più pandoro possibile.

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La mia incredibile passione per il pelo sintetico (che parta pure l’immaginazione)

Ce lo dice ogni giorno la signorina del meteo a maniche corte. Lo vediamo fuori dalle finestre appena alzati. Lo sentiamo sui polsi scoperti dalle giacche. Fa freddo. Sono famosa per esser freddolosa in maniera patologica. Mi sembra quindi solo una conseguenza, il fatto che io ami trasformarmi in una pelliccia.

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