Tra i propositi dell’anno nuovo, lasciate perdere la palestra. Leggete Gianluca Giraudo

Allora. Autori Riuniti ve li ricordate? Sì che ve li ricordate. Ormai ho anche un po’ stufato a ripetervi quanto mi gustinoche brutto verboi loro autori, la loro iniziativa e bon. Oggi, aggiungo un altro tassello al quadro di superwow, con l’intervista al caro Gianluca Giraudo.

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Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella

Torniamo a darci un tono. A parte le mezze-minchiate che sono solita propinare ogni venerdì che Dio comanda… Ecco che riprende la rubrica del cuore “Leggici perché“. Come meglio iniziare, se non con l’intervista ad Alessandra Minervini?

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Eleonora Caruso, i cavalieri dello zodiaco, rap e letteratura

Questo mese la nostra intervistata è una ragazza che potrebbe essere tranquillamente me. Cioè, io potrei esser tranquillamente lei. Solo che lei è dannatamente più brava e ha già pubblicato un libro. Poi è autrice per quelle di Freeda (non fate finta di non conoscerle) e sono abbastanza certa che sia a lavoro su millemila altre cose. Per dire, una prossima uscita con la Mondadori –ma noi ancora non ne sappiamo niente ufficialmente-. Chi è? Ma è Eleonora Caruso.

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Andrea Malabaila: leggici perché è bravo e bello

Andrea Malabaila è un supereroe. Torinese, di quelli veri, nati lì. Già questo ha dell’incredibile. Di straordinario ha anche il fatto di aver pubblicato il suo primo libro a 23 anni (praticamente ancora in fasce). Poi, siccome non gli piaceva fare il banale, si è aperto pure la casa editrice che ci piace sempre molto moltissimo: Las Vegas edizioni.

Andrea Malabaila, come ogni supereroe, c’ha pure qualcosa di umano

Andrea Malabaila, siccome è magnanimo, non solo si fa intervistare. Ma si fa pure ritrarre. A me ha colpito tantissimo, ad esempio, trovare delle sue foto in cui è felice. Uno scrittore felice, mi son detta, dev’essere sicuramente qualcosa che sfiora la divinità.

andrea malabalia

 

Si parte con Andrea Malabaila

Ho una sana fissazione per gli scrittori bravi. Poi ne ho una malata per gli scrittori bravi che aprono pure case editrici fighe.

Tu, hai la (s)fortuna di rientrare in quest’ultima categoria. Quindi: come diavolo hai fatto, fai, farai?

La passione per i libri è un virus, peccato solo che molti ne siano immuni e ci guardino con distacco se non con pena. Tutto molto bello e anche divertente. Il problema però è sopravvivere perché le soddisfazioni non fanno ingrassare. Non vorrei che questa passione mi trasformasse, un giorno, nel “Poeta povero” del quadro di Spitzweg.

Il mio ragazzo dice che i ciccioni sono immorali. Quindi, tu che sei soddisfatto e con i morsi della fame, sei un esempio egregio di virtù (esticaz)

Distraiamoci.

Andrea Malabaila è composto di: editoria e scrittura

Due creature molto diverse. Non è un po’ conflittuale? Di solito gli autori emergenti se la pigliano con l’editoria. Ti prendi a schiaffi la mattina oppure sei giunto ad un compromesso intelligente?

Passare dall’altra parte della barricata ti rende più comprensivo nei confronti degli editori. Molti autori o aspiranti tali dovrebbero conoscere meglio il lavoro degli editori, prima di lamentarsi. Non è vero che gli editori si arricchiscono alle spalle degli autori (a meno che non siano editori a pagamento).Non è vero che mortificano il loro lavoro ma anzi cercano di renderlo migliore, non è vero che pubblicano solo gli amichetti. Però ci deve essere un rapporto di fiducia, quello è fondamentale. Insieme si può affrontare meglio il mondo là fuori, quello sì abbastanza feroce.

Quindi sei uno scrittore non solo felice, ma pure uno scrittore che simpatizza per gli editori. La mitologia deve aggiornare le sue figure più topiche e infilarci in mezzo il tuo profilo.

Proseguendo col Malabaila.

Su “leggici perchè” cerchiamo di rispondere alla domanda difficilissima “qual è il tuo libro preferito tra quelli che hai scritto”. Tu, da editore oltre che da autore, hai una marcia in più. Oppure è ancora più difficile scegliere?

È molto difficile giudicare i propri scritti, ed è uno dei motivi per cui non pubblico con la mia casa editrice, Las Vegas. Sono affezionato per motivi diversi a tutti i miei libri, ma credo che il migliore che ho scritto sia “L’amore ci farà a pezzi“, che è anche quello in cui ho messo una parte maggiore di me.

Faccio un po’ l’egoista: il mio libro preferito di Andrea Malabaila è “Green Park Serenade“. Un libro di cui parlerò prossimamente.

A te lascio comunque la possibilità di dirmi chi sei dei protagonisti. Il più figo immagino. Ce ne parli un po’?

Green Park Serenade” è un romanzo sulla nostalgia, un tema che ricorre spesso in quello che scrivo.

Nostalgia che ti fa apparire sotto una luce migliore anche i periodi peggiori della vita, così come accade ai protagonisti. Che si ritrovano alla fatidica cena di classe con gli ex compagni, quindici anni dopo la fine del liceo, e capiscono che è arrivato il momento di chiudere i conti con il grande dramma della loro adolescenza: il loro compagno che si era suicidato a Londra dopo essersi accusato dell’omicidio di una ragazzina del posto era veramente colpevole o no?

Di qui il ritorno a Londra e una serie di incontri abbastanza surreali che li condurrà alla verità. Una ricerca che, parallelamente, è anche ricerca dentro se stessi.
Quanto a chi sarei dei protagonisti, beh, quello che mi somiglia di più è il protagonista senza nome, quantomeno per certe sue idiosincrasie… come quella per il tè. Ma non so se sia il più figo. Il più figo in assoluto rimane l’odioso, odiosissimo Cobetti.

Io e Andrea Malabaila apriamo il comitato: Scendine dal trono Cobetti.

Invitati tutti a leggere il libro per capire bene come appoggiare la causa.

A parte questa importante iniziativa contro il Cobetti e chiunque ci somigli. Domandissima.

Chi valuta i tuoi manoscritti per primo?

Di solito mia moglie Carlotta, anche se pure per lei è difficile essere obiettiva. La vicinanza, in queste cose, confonde un po’.

Mi candido. Conosco Carlotta e lei sa che sono pronta a piazzarmi a casa vostra e farvi pure le pulizie di casa. Non sporco. Leggo solamente.

Poi.

Hai anche un blog molto, molto, molto, bello. Parli alla gente come me: gli wannabe scrittori. Qual è il tuo post più riuscito per un aspirante autore? Quello che secondo te dà tutte le risposte.

Ti ringrazio! Mi riaggancio a quello che dicevamo prima sul conflitto tra autori e editori e scelgo “Le motivazioni sbagliate per cui si scrive” (lo trovate qui). Mi sono basato sulle troppe lamentele che leggo ogni giorno su Facebook riguardo al fatto che gli editori sono cattivi, i critici distratti, i lettori assenti. Ma sempre riferendosi ai propri scritti. E ho inventato quella che definirei “la parabola dei giardinetti”.

E per scoprire di che si tratta, il link ve l’ho già segnalato. Non ve la perdetevela.

Andrea Malabaila. Il sacro rito di Bello Figo esige l’ardua questione: ti piace la pasta col tonno?

No. Ma adesso ho paura che ritirerai tutte le cose buone che hai detto su di me…

Non abbiamo letto queste ultime parole, per un’interferenza spazio-temporale avvenuta dentro una galleria in una zona in cui il cellulare non prende e i pc si autodistruggono tipo gli occhiali da sole di Mission Impossibile.

Ma, da questa zona alla triangolo di Bermuda, dove la domanda sulla pasta col tonno non ha trovato risposta. – riprendo fiato-

Ringrazio Andrea, che spero ora con tutto il cuore si trovi FELICE al mare con consorte e libri da leggere. A breve ce lo rileggiamo assieme con una super recensione.

Intanto. Leggetelo perchè.

Paolo Zardi, Zardi Paolo, intervistiamolo appassionatamente

Paolo Zardi è un altro autore che inspiegabilmente ha accettato di essere importunato da me.

Paolo Zardi. Lui, che, se non sapete che faccia abbia, eccovela qua:

paolo zardi

Come potrete notare si tratta di una persona distinta che, personalmente, mi ha un po’ messa in paranoia sul contattarla. Cioè, io sono l’equivalente di una barbona telematica, mentre lui è un adulto tutto d’un pezzo.

Paolo Zardi, poi, ho capito, è sicuramente un gentleman e non solo.

è anche una persona molto alla mano che mi ha messo subito a mio agio. Spero di aver ricambiato il favore, un minino, con questa mARAvigliosa intervista.

E allora… Paolo Zardi, su Leggici perché!!! Il miglior modo di sapere cose interessanti su di lui è… continuare a leggere.

P.s. C’è da dire che io mi appassiono solo a scrittori candidati al Premio strega (chi è l’altro? cliccate qui).

Paolo Zardi, ebbene sì, c’era quasi a vincere con quel suo bellissimo libro che è “XXI secolo” nel 2015.

Ma, quale sarà mai il suo libro preferito?? Facciamo a lui questa domanda:

La retorica mi imporrebbe di dire che “ogni scarrafone è bello a mamma soja“, ma i libri non sono figli, anche se la metafora piace molto un po’ a tutti. Provo ad affrontare la domanda da un punto di vista più ampio: perché si scrive un libro? E siccome le generalizzazioni non mi interessano, specifico meglio: perché scrivo un libro? Cosa mi spinge a farlo, quali obiettivi voglio raggiungere?

Paolo Zardi che ci dice perché scrive un libro? WOW.

Ma, prima di procedere con la risposta, vorrei chiederti se scrivere un libro è qualcosa che ha che fare più con una spinta emotiva o con una logica “di lavoro” (cioè, quello che il mercato editoriale esige)?
Poiché non sono un autore professionista – non vivo di libri – posso permettermi il lusso di non pensare a chi leggerà le mie cose: se saranno tanti, se saranno contenti, se innescheranno il meccanismo del passa parola.
Ho almeno due romanzi inediti, nel cassetto, che non vedranno mai la luce, e non è un problema. La mia attività di “scrittore” – una parola che va messa necessariamente tra virgolette – si esaurisce nel momento in cui sento di aver realizzato quello che avevo immaginato; tutto quello che viene dopo, se e quando viene, la pubblicazione, le presentazioni, le recensioni, i feedback, riguardano un’altra persona, un altro me, che non ha alcun potere sul me che scrive.
C’è una sorta di separazione delle carriere, o una forma lieve di schizofrenia, che mi permette di continuare a divertirmi mentre scrivo: nonostante tutto, sono ancora io il dittatore che comanda sui miei libri.

Paolo Zardi il dittatore schizofrenico. Ti ricorderemo così!

E da dittatore sarai parecchio esigente rispetto ai tuoi lavori. Dev’essere possibile trovare il tuo preferito.
Sì, ma per rispondere è necessario capire, per me,  da cosa nasce  un libro? Per quanto mi riguarda, da una sfida. Scrivere qualcosa che non so scrivere, spingere un po’ più in là il mio sguardo, alzare un po’ l’asticella. Correggere gli errori fatti nel libro precedente, esplorare temi, generi, stili, voci diverse. Retrospettivamente, dunque, i miei libri preferiti sono quelli in cui mi rendo conto di aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posto; e applicando questo criterio, sono soddisfatto soprattutto de “Il signor Bovary“, uscito con Intermezzi nel 2014, e di un romanzo che dovrebbe uscire nel maggio del 2018.

Benissimo, abbiamo due vincitori. Non è uno, ma ci accontentiamo. Ci puoi spiegare un po’ i motivi di questa preferenza?

Il signor Bovaryè arrivato alla fine di un periodo tormentato, pieno di grandi dubbi. Avevo iniziato a scrivere un romanzo che avevo abbandonato, gettato, bruciato, dopo aver superato la metà. Non assomigliava neanche lontanamente alle cose che piacevano a me. Ho smesso di scrivere per mesi.
Non è stato bello, quel periodo, ma sicuramente utile, con il senno di poi: è stato allora che ho capito che stavo semplicemente cambiando pelle, crescendo.
“Il signor Bovary” è stata la risposta – un libricino piccolo, meno di cinquanta pagine, uscito in digitale. E’ stata la prima volta che ho sentito di avere il pieno controllo su quello che facevo; finalmente sono riuscito a liberarmi da certi vizi che mi avevano tormentato fino a quel momento – una certa tendenza a un’introspezione un po’ solipsistica, la macchinosità dei passaggi da una scena all’altra, la lingua troppo controllata.

Paolo Zardi, ti tocca. Cosa ci dici dell’altro tuo figlio?

L’altro mio libro preferito (mi fa sorridere, questa cosa!) è un romanzo non molto lungo che uscirà l’anno prossimo.
Ho voluto scrivere una commedia che non parlasse di niente- che fosse trama, coincidenze, personaggi che interagiscono, sullo sfondo di una grande città.

Dopo “XXI secolo”, dopo il piccolo clamore che l’ha accompagnato – lo Strega, il centinaio di recensioni ricevute, libro del mese di Fahrenheit, la visibilità a livello nazionale -, non era semplice ripartire

Rinunciare anche alla presenza di un tema pieno di suggestioni, bello “cicciotto” come era stata la distopia di quel romanzo, la decadenza dell’occidente, le domande sul nostro futuro…
Cercavo qualcosa che fosse più lieve, e allo stesso tempo più brutale. Che facesse ridere, ma con cattiveria. E che avesse qualcosa dei libri di Dickens – quell’attenzione all’intreccio che era mancata in tutte le mie cose precedenti. Non sono in grado di valutarne la qualità in senso assoluto, ammesso che sia possibile farlo: confronto intenzioni e risultato, e tiro le somme. In questo caso, ho scritto un libro che non sapevo scrivere. Il risultato era ciò che volevo ottenere.E questo mi soddisfa.
E noi che dobbiamo aspettare fino al 2018… moriremo di curiosità nel frattempo. -Intanto consiglierei di fare un aperitivo con l’ultimo libro uscito di recente sempre per la Neo Edizioni- ed è

Paolo Zardi che ci racconta “La passione secondo Matteo

Paolo però non se ne può andare senza aver risposto alla domanda di rito per tutti gli autori che passano di qui: ti piace la pasta col tonno?
Oggi ho pranzato a casa. Non solo: ho cucinato io. Non succede molto spesso – anzi, praticamente mai – ma avevo entrambi i figli a casa, uno con la tosse e la febbre, e l’altro con un mal di pancia strategico, e mia moglie fuori per una visita.
Mi è sempre piaciuto cucinare (mia madre non è mai stata una grande cuoca: non scarsa, ma del tutto disinteressata al problema del mangiare; per cui, raggiunta l’età in cui non avrei preso fuoco davanti ai fornelli, mi sono lanciato);
dopo essermi sposato, però, piano piano mi sono tirato indietro – è il dramma di chi sposa una donna formidable in cucina. Ma oggi toccava a me…. e ho cucinato pasta con il tonno!

Coincidenze? Io non credo, direbbe Giacobbo.

Ne ho fatto una variante di mia invenzione: ho lasciato imbiondire (!) la cipolla, ho aggiunto una ricottina (!) biologica, e quindi del tonno (ogni volta non possono non pensare a quel racconto di Woody Allen in cui diceva che era andato con Hemingway a pescare del tonno, e lui aveva preso due scatolette).
Alla fine, giusto per fare un po’ il figo, ho aggiunto del limone. I miei figli sembravano felici, mentre la mangiavano: io, lo ammetto, mi sono fatto un ovetto all’occhio di bue.
Questo pranzo arriva in un periodo un po’ particolare della mia vita: per la prima volta, infatti, ho visto una serie di MasterChef e ne sono rimasto conquistato.
So che questa ammissione mi fa perdere un sacco di punti, ma in questo momento sono molto più preoccupato dell’idea che Cracco avrebbe avuto vedendomi cucinare la pasta con il tonno in scatola. Come vedi, l’uomo non rinuncia mai a infliggersi inutile sofferenza con le proprie mani.

Paolo Zardi: l’uomo che non ci aveva fatto capire se gli piaceva o meno la pasta col tonno. Oh Pà, ti piace sì o no?

Ops, la risposta è sì, mi piace la pasta con la tonno! 🙂

Paola Soriga: una donna sarda con tante isole dentro di sé

Paola Soriga ci concede una sarda-intervista.

Paola Soriga Cioè Lei (by me):

paola soriga
tipo Monnalisa (son triste, o sto sorridendo?)

Ho letto i suoi libri, diciamolo. Mi sono piaciuti, diciamo anche questo. Poi mi sono piantata al suo tavolo armata di un bicchiere di vino che non ho retto e le ho detto: cazzo, sei Paola Soriga.

Paola Soriga: che per me significa sedermi vicino a Virginia Woolf.

Lei non ha voluto capire la portata dell’evento. Ragione per cui, come tutte le divinità fanno, ha semplicemente accettato di farsi importunare dalle mie domande.

Cominciamo allora con questo magico incontro con questa autrice che nasce in Sardegna ma poi viene adottata da diverse zone del globo.

Paola Soriga: ti leggiamo perché (?) pronti via.

Allora! Siamo qui per sapere quale dei tuoi libri preferisci, ma, prima, che dici di presentarceli in breve? Hai pubblicato due romanzi, un libro illustrato e dei racconti, giusto?                      

Giusto. In ordine cronologico: per anni ho scritto solo poesie, riuscendo a pubblicarne qualcuna in riviste ma mai in volume (alcune si posso leggere QUI ).

Poi è successo che un giorno un poeta che conoscevo, un grande poeta, Mario Benedetti, mi scrisse per dirmi che stava curando un’antologia di giovani scrittrici. Mi chiese se avevo un racconto da mandargli.

Io dissi di sì.

In realtà non avevo nessun racconto. Mi chiusi in casa per due giorni e ne scrissi uno, glielo mandai e quello è stato il mio esordio in prosa: un racconto per un’antologia Mondadori chiamata Blogirls.

Così un po’ mi convinsi che potevo provare a scrivere in prosa e di lì a poco iniziai il romanzo Dove finisce Roma. Una storia ambientata nel passato, nelle periferie romane che si andavano formando. Una storia di resistenza, di libertà, di emancipazione anche, e una storia d’amore non corrisposto.

Il secondo romanzo, La stagione che verrà, è invece ambientato ai nostri giorni, è la storia di tre amici che hanno passato i 30 anni, delle loro vite ingarbugliate, frammentarie. Anche questa, una storia di resistenza, di libertà, e una storia d’amore non corrisposto.

Ho scritto poi degli altri racconti, una storia per ragazzi (La guerra di Martina, Laterza, con le illustrazioni di Lorenzo Terranera), sempre a tema resistenziale, e alcuni articoli e reportage per internazionale.it

L’aggettivo che mi viene subito in mente è “Prolifica“. Pro-cediamo.

Da sarda che ha lasciato l’isola, condivido il senso di nostalgia che ritrovo molto nei tuoi lavori: pensi di esser riuscita in un libro più di un altro, a rendere questo sentimento contorto?

Ci ho provato in entrambi i romanzi.  Non so se ci sono riuscita.
Spero che ai lettori sia arrivato perlomeno il tentativo perché è, in effetti, un tema centrale. Accomuna noi sardi che viviamo fuori dall’isola e siamo moltissimi, ma non soltanto.

Forse è lo stesso che provano anche i giovani marocchini, bangladesi, etiopi, che lasciano la loro terra per cercarne una dove possano vivere in un modo che sembra migliore.

Forse chi ha fatto questa scelta, spinto più o meno dalla necessità, si porta addosso questo sentimento per sempre, io ho il sospetto che il senso di lacerazione che deriva dall’amare più luoghi non mi abbandorà mai, nemmeno se decidessi di tornare a vivere in Sardegna. 

Ma lo “spazio” che muta, non è la sola cosa su cui insisti.

C’è anche il tempo.

In “Dove finisce Roma” e ne “La stagione che verrà hai descritto due epoche molto distanti e diverse tra loro, cioè la resistenza e gli anni più contemporanei:

come mai questa scelta? Nasce da due esigenze diverse?

L’esigenza è in qualche modo la stessa. Io vedo un filo abbastanza spesso che li tiene uniti e che si può riassumere con l’esergo che ho messo a “La stagione che verrà”, ovvero i versi di Wislawa Szymborska:

Come vivere? – mi ha detto qualcuno, / a cui io intendevo fare la stessa domanda. / Da capo e allo stesso modo di sempre, / come si è visto sopra, / non ci sono domande più pressanti / delle domande ingenue. 

Paola Soriga è eclettica:

ha poi lavorato ad un’opera illustrataLa guerra di Martinapaola soriga

Come ti sei trovata a dover misurarti con questa nuova modalità narrativa? 

È stata un’esperienza del tutto nuova e molto stimolante, mi ha obbligato a concentrarmi su alcuni aspetti della narrazione

(la trama, i colpi di scena, l’avventura)

che non avevo mai affrontato con particolare attenzione e anche a smettere, almeno qui, le sperimentazioni sulla lingua per trovarne una più limpida e lineare, adatta ai ragazzi.

Un’esperienza che mi ha fatto venir voglia di leggere molta letteratura per i ragazzi e le ragazze e anche di provare di nuovo a scrivere una storia pensata per loro.

E che ha portato alla meraviglia degli incontri con questi piccoli lettori e piccole lettrici. 

E ora che ti abbiamo un po’ “inquadrata”, potresti dirci per quale dei tuoi libri, attualmente, vorresti esser ricordata? 

Questa è una domanda che non può avere una risposta, sarebbe come (perdona il paragone azzardato) chiedere a un genitore quale dei tre o quattro figli ama di più.

Amo tutto quello che ho scritto, perché so da dove sono nate quelle scritture, e allo stesso tempo non sono soddisfatta di niente, perché vedo i punti deboli di quelle scritture.

Amo le poesie perché sono il mio primo e più profondo sguardo alla parola, Dove finisce Roma perché è stata la mia prima narrazione lunga, che mi ha permesso di essere letta, di ricevere commenti commoventi;

La stagione che verrà perché rappresenta i miei anni della giovinezza, è un romanzo a cui mi sembra di aver lavorato, dentro di me, da sempre.

Non so scegliere, forse in generale non sono una persona che ama scegliere, tipo: tra Abel e Artur, come si fa a scegliere? Voglio entrambi, voglio tutto, vorrei essere ricordata per tutto (spero si capisca che scherzo, esagero, non mi prendo sul serio). 

Paola Soriga che mi ispira un sacco di domande intelligenti:

Essere una giovane donna, che ha scelto di esprimersi attraverso protagoniste donne, ti ha fatto sentire un po’ “svantaggiata” nel mondo dell’editoria italiana?
Credo che da questo punto di vista per le donne che scrivano la situazione sia migliore rispetto, per esempio, a quella di musiciste e registe.
Ma: sì, scrivere storie con protagoniste donne limita il pubblico.
Un mio amico scrittore, quasi coetaneo, all’uscita di Dove finisce Roma mi disse “è evidentemente un libro per donne”, mentre evidentemente per me era un libro per tutti.
Una volta, all’università, mio cugino, che era un grande lettore, mi disse di non aver mai letto un romanzo scritto da una donna.
Noi siamo cresciute trovando naturale immedesimarci in protagonisti maschili, il contrario è ancora una cosa rara.
Come risarcimento, però, una volta sono stata in un Istituto Tecnico a Palermo. C’erano cinque classi di ragazzi, tutti ragazzi, che avevano letto il libro e sembravano così entusiasti, erano entrati così tanto nei panni di Ida, da farmi sentire con certezza che anche questa cosa cambia e cambierà.
 E siccome non voglio sciupare Paola, ci diamo alle cose leggere: non posso trattenermi dal chiederti, come a tutti gli altri autori di mezza-penna: ti piace la pasta col tonno?
Certo, alla carlofortina. Se intendi svuotare una scatoletta nella pasta scolata ovviamente no, ma non l’ho fatto nemmeno nei peggiori anni della mia vita da studentessa.
Perché Paola Soriga resta una persona di classe, anche sotto esami o consegne da rispettare.
Un grazie di cuore portato dal maestrale.

Funne, una lezione di vita che giunge dalla Val Daone

Funne: un libro-film-documentario di Katia Bernardi.

Funne: le ragazze che sognavano il mare, è il titolo di un libro con una copertina fantastica.
cioè questa roba fantastica qua

La nonna addobbata per andare al mare è solo una delle tante che compaiono in questo libro bizzarro –bizzarro nel senso del wow– Questa bella storia, l’ho comprata perché ambientata in un piccolo villaggio inculato nelle montagne trentine. Perché amo le nonne -l’avrete notato già da QUA– e perché l’autrice è una giovanissima con due palle quadrate e… una cuffietta gialla. 

Funne, che vuole dire ragazze

che vuol dire avventura e forza di volontà. Io il libro l’ho divorato e poi ho deciso di fare una cosa: intervistare Katia Bernardi e la sua cuffietta gialla. Katia è lei:

funne

Una persona fantastica, iper attiva, una donna che non solo ha avuto una trovata geniale, ma l’ha pure concretizzata. E ora…
Ma facciamocelo raccontare da lei.

Katia, ci parli un po’ di com’è nata questa storia bellissima delle Funne? 

Ho incontrato le Funne e il circolo Rododendro circa tre anni fa, ma conoscevo già la Val di Daone per averci realizzato diversi lavori, in particolare un documentario del 2011 intitolato “Gli uomini della luce” dedicato alla storia dei grandi impianti idroelettrici costruiti nel dopoguerra. Gli uomini della luce altri non erano che i mariti, ormai quasi tutti scomparsi, delle mie Funne. L’idea era quella di raccontare questa valle al femminile e il destino ha voluto che le incontrassi proprio in occasione del ventennale del circolo. Volevano organizzare una gita speciale, diversa dalle solite… E poi intervistandole ho scoperto che molte di loro non avevano mai visto il mare.
Cosa che per me, sardaccia, è strabiliante. –non aver visto il mare– Già così hai ottenuto tutta la mia attenzione.
Allora, potresti dirci come si è concretizzato il progetto? Tra interviste, libri, film…

Qual è stato il processo che ti ha portato alla realizzazione delle “Funne“?

Dal punto di vista produttivo, il progetto è nato piccolo piccolo e non avevo idea che avrebbe preso le dimensioni attuali. Sono partita io, da sola, con un soggetto scritto in un momento in cui anche per me era importante sognare di inseguire una nuova felicità.
E’ cresciuto poco a poco, fino a ché, grazie al crowdfunding con il quale le Funne sono sbarcate nel mondo dell’Internèt, la storia delle mie nonne è diventata inaspettatamente virale. A quel punto a Daone è arrivato chiunque, dalla Rai a Mediaset, da Radio Vaticana alla BBC. E proprio dopo aver sentito un servizio alla radio in Inghilterra, un editor di Mondadori mi ha chiesto di scrivere il libro delle Funne.

Funne: cavoli. Sembra una bella favola, ma, soprattutto, una crescita pazzesca.

E non solo una cosa esponenziale, ma una cosa trasversale: essendo qualcosa che ha finito per coinvolgere più mezzi (da internet appunto, al cartaceo, alla televisione col film), quale dei lavori ottenuti dall’idea originaria, ti ha soddisfatto maggiormente come “prodotto finale”?
Difficile rispondere: ciascuna delle declinazioni del progetto – film, libro, pagina facebook – è una forma di racconto autonoma e interdipendente al tempo stesso. Dal momento che di lavoro faccio la regista, il film è ovviamente il mio mezzo, anche se si tratta della prima volta che mi dedico al genere commedia. Il libro invece è la mia favola personale: nato per caso, senza che nemmeno sapessi di avere questo desiderio, è stato un luogo di serenità e sperimentazione dove ho potuto giocare con le parole in totale libertà, senza aspettative. Nel libro ho potuto divertirmi a scrivere tutte quelle scene che per motivi produttivi non sono potute finire nel film. E questo per un regista è un regalo davvero prezioso.
Benissimo. Diciamo che per un libro che è stato scritto “senza aspettative”, ti è uscito un ottimo lavoro.

Funne: un film, un libro, una storia DA VEDERE, DA LEGGERE.

Un libro perfettamente allineato con la qualità dell’intero progetto.
Siccome sei stata troppo brava e io, come sempre, sono la scema del villaggio, arriva la domanda del blog: e la pasta col tonno? Ti piace?
Pasta al tonno abbastanza. Diciamo che sono piu da carbonara. O da tortelli con zucca. O canederli.
Beh… effettivamente la pasta col tonno la vedo più come una roba da terroni e isolani. I canederli sono una valida alternativa, per te la faccio passare.
Non mi resta che farti un ringraziamento supersonico, perché sei la prima donna ad esser stata intervistata dalla sottoscritta. Perché sei la prima donna che, nonostante i suoi mille impegni che manco Gesù se ne sarebbe capacitato triplicandosi, mi ha concesso un’intervista bella.
E poi, grazie perché il libro, la sua storia, è innanzitutto una fonte di ispirazione.
Stop alle lacrime su “Leggici perché“, abbiamo letto Katia Bernardi. Seguitela, perché viaggia col suo film.
Che tutti noi possiamo diventare delle funne come lei.

Roberto Gerilli direttamente dall’inferno (dov’è vietato leggere)

Roberto Gerilli, intervistato di gennaio, col suo libro preferito solo su Mezza-penna!

roberto gerilli
Roberto Gerilli acquerello style

Roberto Gerilli, scrittore e ingegnere elettronicouna cosa alla Gadda, tanto per intenderci– che potete tranquillamente trovare QUI nel suo favoloso blog in cui si vede che è uno che ci sa fare con il web design.

E con tanto altro a quanto pare.

Roberto Gerilli, ad esempio,

nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Città Senza Eroi  con UteLibri; poi, nel 2015 Questo non è un romanzo fantasy assieme alla Plesio, e nel 2016 Apocalypse Nerd ( sempre Plesio) e Vietato leggere all’inferno, curato e pubblicato da Speechless Books.

Insomma, uno che scrive con lo stesso ritmo di Stephen King.

Roberto Gerilli: è bravo pure come Stephen King?

Ma lasciamolo parlare, che famo prima.

Ad esempio, ci sapresti dire chi è Roberto Gerilli?

Roberto Gerilli è un anconetano che vive in un fortino di libri e spara a vista a tutti gli invasori che cercano di tirarlo fuori e farlo crescere. Nel fortino c’è il wi-fi, ovviamente.

Sì, ovviamente c’è il wifi, non scherziamo. Il miglior amico per noi so ciop litari.

Continuiamo con le domande.

Ti chiedessero di fare una top list dei libri di Roberto Gerilli, come la faresti?
Domanda difficile, essendo tutti romanzi eccezionali. L’unico modo che ho a disposizione, quindi, è l’ordine cronologico: non di pubblicazione ma di scrittura. Prima c’è Città senza eroi (che ho scritto insieme a Giacomo Bernini), poi Vietato leggere all’inferno, e infine Questo non è un romanzo fantasy e Apocalypse Nerd. Se proprio insisti, però, ammetto che un preferito c’è: Vietato leggere all’inferno.
 
Perfetto, era proprio qui che speravo andassi a parare. Vietato leggere all’inferno è un prodotto bizzarro, perché, hai spazzato via tutti i miei pregiudizi in merito –ne parlerò meglio quando ci scriverò sopra una mezza-recensione-. Bizzarro nel senso che è pure il mio/tuo libro preferito.

Roberto Gerilli preferisce”Vietato leggere all’inferno”,

Roberto, allora, ci vuoi dire la tua versione del libro, prima che io ci dica due parole liberamente?

Secondo me “Vietato leggere all’infernoè un capolavoro, può bastare? Okay, va bene, ritrovo la modestia e rispondo con un pizzico di serietà (ma solo un pizzico). “Vietato leggere all’inferno” è la mia risposta sarcastica diretta agli editori che pubblicano senza mai voler rischiare, la mia pernacchia verso gli autori che si prendono troppo sul serio, e il mio dito medio rivolto a coloro che ritengono Stephen King inadatto a un corso di letteratura.

E perché ti piace così tanto? Cos’ha in più degli altri tuoi lavori?

Mi piace perché rappresenta perfettamente il tipo di romanzo che adoro leggere: scorrevole, coinvolgente e con più livelli di interpretazione. Sono caratteristiche che possiede anche “Questo non è un romanzo fantasy”, che però ha un target di lettori più specifico. “Vietato leggere all’inferno”, invece, è molto più trasversale: qualsiasi lettore può riconoscersi, almeno un po’, nel mondo che ho raccontato. È un thriller distopico, ma prima di questa categorizzazione di comodo è un “semplice” libro sui libri.

Qualsiasi lettore può riconoscersi: è proprio così. Quindi comincio a chiedermi se mi debba preoccupare: il mio personaggio preferito è indubbiamente l’amazzone/bodyguard/prostituta/lesbica, sulla quale non dirò altro per evitare di tradirmi in spoiler.

Il tuo qual è? Così siamo in due a preoccuparci. Ce lo descrivi?

Il mio personaggio preferito è la dissacrante trinità formata da Amleto, Eleonora e Caterina. Non riesco a dividerli perché mi sono divertito troppo a scrivere le loro scene, soprattutto i dialoghi. Amleto è il mio prototipo di protagonista: un antieroe per caso, divertente, sarcastico, che cerca di sopravvivere atteggiandosi da duro. Poi c’è Eleonora, la ragazza che tutti vorrebbero conoscere, perché cita Die Hard, perché spara con due pistole, perché è determinata a realizzare il suo sogno, ma soprattutto perché riesce sempre a ottenere il meglio dalla gente. E infine c’è Caterina, la tua preferita, che però non è una prostituta ma soltanto una camgirl (tutto il resto è esatto). Cate è Cate, c’è poco da descrivere: bisogna conoscerla.

Roberto Gerilli come Dio, o come Ray Bradbury?

Mi tiri fuori la trinità –forse perché ti piace paragonarti a Dio, ma qui tutto è lecito-. Io invece faccio un altro parallelismo, più terra terra.
Sicuramente te l’hanno chiesto in tre milioni o giù di lì: quanto hai pensato a Farheneit 451, quando hai cominciato a scrivere “Vietato leggere all’inferno“? 

In realtà sei la prima a chiedermelo per cui: complimenti, sei un’intervistatrice bravissima!

Fahrenheit 451, comunque, non è stata la mia fonte d’ispirazione iniziale, come nel caso di Breaking Bad, e quando ho capito che il parallelo sarebbe stato inevitabile ho cercato di distanziarmene il più possibile.

Il mio obiettivo era creare un mondo nel quale i romanzi non fossero stati vietati da un governo totalitario, ma al contrario su richiesta della popolazione stessa. Mi sembrava molto più attuale. Mentre scrivevo, però, ho sentito l’esigenza di rileggere Fahrenheit e ho trovato un modo ironico per inserirlo nel mio lavoro: il romanzo di Bradbury, infatti, è una delle principali cause che hanno spinto l’Anti-literature movement a pubblicare e diffondere il loro manifesto programmatico. Nel mio libro Fahrenheit non ha protetto la letteratura, ma ne ha indirettamente causato la messa al bando. Spero che il fantasma di Bradbury non mi perseguiti per questa scelta 😉

E siccome siamo passati alle faccine, possiamo, ufficialmente, allentarci la cravatta e procedere con la super domanda di rito:

Roberto Gerilli: ti piace la pasta col tonno?

Questa domanda mi costringe a confessarti una verità imbarazzante che potrebbe addirittura spingerti a bruciare il mio romanzo e a cancellare questa intervista prima della pubblicazione.

Ho deciso di rivelartela ugualmente perché mi sono divertito tantissimo e ti sei quindi guadagnata il diritto di conoscere questo scoop (potresti venderlo anche a Signorini e farci un po’ di soldi).

Inizio con una premessa: sono nato ad Ancora e ho sempre abitato a non più di cento metri dal mare, ma basta l’odore di pesce per darmi il voltastomaco. Colpa di un trauma infantile.

L’unica eccezione è il tonno in scatola. E ora ecco lo scoop. Ti consiglio di sederti perché sarà sconvolgente. Pronta? Ci siamo. Anzi, aspetta un secondo, forse è il caso di salutarti prima perché non so se vorrai parlarmi ancora. Grazie mille per l’intervista, è stato un vero piacere.

A questo punto okay, è il momento: mi piace la pasta col tonno, ma ci metto il parmigiano per ridurre il sapore di pesce.

Boom!

Addio.

Ma quale addio e addio… Roberto è andato a nascondersi senza motivo. La pasta col tonno ci piace in ogni modo -non siamo dei gourmet, la mangiamo col tonno riomare

Se ancora sei da qualche parte al sicuro dal linciaggio, grazie a te, al tuo libro, alla tua simpatia

e agli amici da casa che hanno votato per noi

Alessio Cuffaro e la sua distrazione preferita.

Alessio Cuffaro, ci troviamo qui oggi riuniti, perché persino Dio si distrae.

Alessio Cuffaro: come sempre, con chi stiamo parlando su “Leggimi perché”? Ma naturalmente con un sorridentissimo autore.

alessio cuffaro
eccocelo qui, più contagioso della mentadent

Palermitano del ’75, rapito come molti noi isolani -terroni atipici- dalla Torino sabauda tutta luci e Scuola Holden. Sì, ha fatto pure quella e poi ha scritto su Pulp, Linea d’ombra e nell’antologia 100 storie per quando è veramente troppo tardi (Feltrinelli 2013).

Ma ci basta così? 

No! Perché Alessio Cuffaro è pure editore, nel senso che ha fondato una casa editrice, la Autoriunitiche non solo ha il pregio di pubblicare bei libri, ma è un’iniziativa per e da e con e (preposizioni articolate ce ne sono rimaste) gli autori. 

Poi si trova su l’internétte il libro di Alessio Cuffaro, uno con un titoletto niente male come “La distrazione di Dio“.

Fatte le dovute presentazioni, come solo le persone educate e civili sanno fare, io passerei all’interviù che gentilmente ci ha concesso questo superuomo.

Alessio Cuffaro, allora, apriamo il nostro mensile “Leggici perchè” con una prima domanda:

1) Hai due “figli” piuttosto importanti: una è la casa editrice Autori riuniti, l’altro è il bellissimo libro “La distrazione di Dio”. Di cosa vorresti parlarci per primo?

Parto dal mio romanzo perché è il primogenito, e come accade sempre, il primogenito ti fa soffrire di più, per poi ripagarti alla fine con un grande orgoglio paterno.
La distrazione di Dio è la storia di Francesco Cassini: figlio di falegnami della Torino di fine Ottocento riesce a farsi adottare da un conte, studia, diventa ingegnere e progetta la prima automobile Fiat. La collauda il 31 dicembre del 1899 e muore.

Si risveglia nel corpo di un ragazzo parigino e da lì in poi attraversa tutto il Novecento tornando ad ogni morte in dei corpi e in delle vite non sue, ma mantenendo memoria delle vite precedenti. Questo pretesto surreale mi ha consentito di sperimentare, di indagare il conflitto tra psiche e corpo.

Mi ha permesso di dare pieno spazio alla necessità del personaggio di mettere in campo la propria individualità in contrasto con le istanze sociali, familiari e amicali. È un romanzo sull’impostura che è poi la stessa impostura della nostra vita quotidiana, ma resa in maniera più vivida.

2) E se ti domandassero: Alessio Cuffaro si sente più rappresentato dal suo essere autore o editore? (se esiste la risposta, naturalmente)

Le due cose si tengono l’una con l’altra e sono entrambe figlie della mia idea di ciò che dovrebbe essere la narrativa oggi. Che poi è un’idea vecchia quanto l’invenzione del fuoco: raccontare una storia, nascondere l’ego del narratore, consentire al lettore di immedesimarsi nei personaggi, consegnargli pagine come se fossero schede di esercizi ginnici nella speranza che la lettura lo faccia esercitare alla vita.

Sia da autore che da editore cerco storie che possano essere lette a più livelli. Non sono minimamente interessato (a dire il vero nemmeno da lettore) allo stile ricercato e alto o alla messa in mostra dell’erudizione.

Trovo aberrante questa ricerca che viene fatta del prossimo “romanzo-mondo”, senza capire che il mondo c’è già, il nostro, e che i modi di interpretarlo e renderlo più vivibile tramite la scrittura non sono affatto esauriti.

Ho scritto un romanzo con il preciso intento che fosse fruibile da una gamma ampia di lettori: dai lettori “deboli”, che si lasciano guidare dai puri e semplici accadimenti, ai lettori forti, che sanno riconoscere nelle pieghe della storia un messaggio più profondo, un indizio della visione del mondo dell’autore. Da editore non faccio che restare in ascolto nella speranza di intercettare storie simili.

3) Hai parlato di “pretesto letterario“: effettivamente il tuo romanzo si serve dell’espediente della reincarnazione per potersi muovere in più storie.
La trama è nata proprio così, oppure inizialmente si trattava di una serie di racconti che poi sei riuscito a ricollegare in un unico romanzo grazie al file rouge dell’immortalità?
Il romanzo è nato proprio così, anche perché sono un pessimo scrittore di racconti.
Le poche volte in cui mi sono cimentato nella scrittura di racconti ne sono nati dei romanzi bonsai: vite schiacciate in 3 pagine con un fattore di compressione 100 a 1.
La principale fonte di ispirazione del romanzo è stato Fabrizio De Andre per la sua capacità di raccontare più volte la stessa struttura di personalità facendola muovere in contesti ed epoche diverse.
Poi c’era l’ambizione di riuscire a scrivere un romanzo su un secolo e di farlo in un esordio.

Alessio Cuffaro ce la fa ed esordisce con un romanzo secolare.

Fin qui ci hai parlato di impostura quotidiana, di conflitto tra psiche e corpo.
Come mai hai deciso di soffermarti su questi due grandi temi? Per caso li hai vissuti in maniera più forte di altri? 
Queste è una di quelle domande la cui risposta non può che essere presuntuosa.
Chi scrive vive tutto in maniera più forte, amplificata: altrimenti non avrebbe nulla da scrivere. Lo scrittore ha l’orecchio buono e con esso riesce a origliare la vita. Poi non resta che riportare agli altri ciò che si è origliato.
Quindi sì, ho vissuto e vivo il conflitto tra psiche e corpo in maniera molto forte per via del mio orecchio buono e per la mia storia familiare che, però, non mi sembra il caso di rendere pubblica.
Riguardo invece all’impostura non credo di avere alcun primato. È la forma più potente di narrazione. Essere impostori significa raccontare con la vita e significa farlo rischiando tutto.
L’impostore scrive le sue storie su carta velina: se ti prendi la briga di guardare in controluce vedi l’inganno e, subito dietro, scorgi la fragilità umana. Non c’è materia narrativamente più deflagrante di questa. E siamo tutti impostori. I
l nostro tentativo di mettere in campo un Io autentico si sgretola alle prime ore del mattino, col primo sorriso che concediamo al barista per urbanità.
E poi è un continuo perdere di integrità:
le opinioni che condividiamo senza esserci fatta una vera opinione,
la gentilezza che elargiamo a chi ci consente di mettere il pane in tavola,
l’interesse con cui a sera fingiamo di ascoltare il resoconto della giornata del nostro partner.
Questa è un’era in cui è possibile sottrarsi a tutti i conflitti, persino a quelli geopolitici, ma nessuno di noi può sottrarsi al conflitto identitario.
Nel mio romanzo questo conflitto è galvanizzato, viene reso in maniera plastica e inconfondibile. Per quanto può sembrare paradossale
La distrazione di Dio è una ricerca dell’integrità che si svolge per mezzo di una continua impostura.
Alessio Cuffaro: l’uomo che si prefiggeva degli obiettivi molto sempliciio al posto suo avrei fallito miseramente a pagina 1
Detto questo, siccome ci sei piaciuto un sacco, adesso ti tocca la domandissima alla mezza-penna.

Ad Alessio Cuffaro, piace la pasta col tonno?

Uno nella vita si prepara alle domande più difficili e cruciali: perché sono qui? Finché sarò qui? Esiste una spiegazione scientifica per il ciuffo di Malgioglio?
Poi però ti trovi a dover rispondere alla pasta col tonno.
E che fai? Ti tiri indietro? Non esiste.
No, solo con il tonno non mi piace.
Con il tonno, le olive nere e dei pezzi di formaggio tagliato a cubetti già si comincia a ragionare. Se poi si ha l’accortezza di aggiungere dei pomodori secchi in tavola, diventa gustosa. Ma è comunque la pasta estrema, quella delle dieci di sera dopo una giornata da dimenticare. Ecco, la pasta col tonno ha bisogno di essere integrata con ingredienti aggiuntivi,ed è come le domande cruciali della vita:
se te ne fai una sola finisci per non rispondere mai, se cominci a sovrapporre domande su domande allora ti viene voglia di sederti a tavola e banchettare con gli altri, al meglio che puoi
Vedo con piacere che la pasta col tonno è una continua fonte di ispirazione per tutti gli autori che passano di qui.
Concludiamo con i dovuti ringraziamenti ad Alessio, che si è subito gettato in pasto con entusiasmo su questa mezza-intervista e, soprattutto mi ha fatto distrarre nelle ore annoiatissime qua nella valle di Tenda.
Il suo libro ve l’ho linkato: non state troppo a tentennare, io l’ho letto prima di sapere che fosse il suo libro preferito.
Adesso tocca a voi, che siamo sotto le feste e di fronte al caminetto, vuoi non leggerti qualcosa su Dio?
Leggici perché” chiude per oggi, ma di compiti a casa ve ne ha lasciato.
Cià

A Gianni Tetti piace la pasta col tonno

Gianni Tetti from Tattari city

Gianni Tetti che è mio concittadino (parole importantissime) e mio intervistato d’onore -nel senso che per me lo è-. Un autore che è stato paragonato ad Aldo nove e Cormac McCarthy –ci siamo spiegati?– e che a me invece piace approssimare a Scerbanenco: non scrive gialli, non scrive di Milano, ma personalmente mi ricorda quello stile là –saranno i cadaveri

Ma, di chi stiamo parlando?

gianni tetti
Innanzitutto di questo bel ragazzo qua.
-Foto fantastica di Giampiero Bazzu-

Gianni Tetti, nato a Sassari, una grande metropoli –si fa per dire– per grandi personaggi e grandi storie. Di entrambi, lui ce ne parla con onestà, di quella bella cruda, la stessa che uno ci metterebbe nel descrivere qualcosa di parecchio personale e vissuto – e non sai se bene o male, ma solo che ti ha lasciato il segno-.

Scrittore di professione, laureato e addottorato, insomma, le carte ce le ha tutte. Tra la stesura di romanzi, racconti e sceneggiature, stiamo parlando con e di un narratore completo.

Fine dell’introduzione: questa è la breve ma intensa intervista a Gianni Tetti, un autore che io ho amato molto per mille motivi e, sapete no, quello che tutti ricordano del Giovane Holden, ovvero la fissa di voler conoscere e di voler parlare con lo scrittore del vostro cuore o giù di lì- bene, io ho avuto il piacere di farmi una chiacchierata per davvero con Gianni.

-Si chiama pure come mio nonno. Coincidenze? Io non credo-

Partiamo alla scoperta di Gianni Tetti!

1) Facciamo subito la domanda che forse in pochi ti hanno fatto: dei tuoi due -e DA POCHISSIMO 3- libri, quale ti piace di più, ti rappresenta meglio e perché? (E non valgono le risposte da genitore “amo i miei figli tutti allo stesso modo“).

Visto che l’hai citato, non posso fare a meno dal dirti che il libro che meglio mi rappresenta in questo momento è il mio ultimo,

Grande Nudo, in uscita questo dicembre.

E credo che questo sia abbastanza naturale. Non ne faccio un discorso di qualità o di livello letterario, semplicemente i miei libri precedenti (I cani là fuori 2010 e Mette Pioggia 2014), hanno rappresentato altre fasi della mia vita di uomo e di scrittore e, anche se li sento ancora attuali, mi bruciano dentro meno di Grande nudo.

2) Sì, effettivamente è come dici tu: può esser naturale ritrovarsi maggiormente negli ultimi lavori. Cresci tu, cresce la tua scrittura.

Dunque, fai finta di esser un lettore qualsiasi che ha preso in mano il libro migliore di Gianni Tetti

in questo caso Grande nudo-.

A questo lettore qualsiasi, possibilmente di fronte a una birretta, chiedono: figo! E di che parla? Sì, la domandona più inquietante di tutte: di cosa parla questo tuo ultimo romanzo che troveremo in libreria da dicembre?

Tutti i miei romanzi parlano di uomini e donne alla ricerca di qualcosa, sia questo

il riscatto,

la rinascita,

la vendetta,

l’amore,

l’avventura,

la fuga,

lo sballo,

la normalità,

un figlio o la morte.

È così per I cani là fuori e Mette pioggia, è così anche per Grande nudo.

Nel caso di Grande Nudo, questa ricerca è narrata attraverso un romanzo di avventura, l’avventura di poveri diavoli, poveri dentro e diavoli fuori, capaci di soffrire, ma anche di far soffrire indicibilmente. Un romanzo di amori, dimenticati, impossibili, sporchi e ciechi come la fame. E anche un romanzo di rivolta.

Una rivolta che vediamo crescere, con ritmo inesorabile e cadenzato. La rivolta dei nostri sensi di colpa, la rivolta dei nostri fantasmi. Più o meno è questo.

3) E tu, GIANNI TETTI, prima di consegnarlo alle fauci di noi lettori egocentrici -che pigliamo i testi altrui e ce li sagomiamo addosso, ignorando spesso la voce dell’autore- che cosa volevi dire? (se lo sai, se non lo sai magari è l’occasione di illuminarci tutti insieme. Puoi barare eh. Non lo sapremo mai).

In Grande nudo volevo parlare di quello che succede al mondo di questi tempi,

tra terrorismi, guerre di religione, guerre di soldi, i bambini persi in queste guerre, le mamme perse in questo caos, l’immigrazione disperata, profughi, razzisti, attentati, altre guerre più sottili, la politica, gli opportunismi, la crisi, crisi economica, crisi di fede, solitudini obbligate, incapacità d’amare, pornografia, violenza, l’esercito che occupa intere parti della Sardegna per fare esercitazioni militari, e poi ci sono quelli che abitano lì vicino e si ammalano di tumore.

Insomma, volevo raccontare una parte del mondo che vivo. E volevo raccontare una storia che mi appassionasse, mi facesse commuovere, che mi tenesse col batticuore.

Qualcosa che a ogni pagina facesse venire la voglia di proseguire, di capire, di vedere come va a finire.

Volevo raccontare un’avventura e, attraverso questa avventura, intendevo parlare del mio tempo, affezionarmi ai personaggi, descrivere situazioni quotidiane, alternate a scene spettacolari e a sviluppi estremi e spiazzanti. Poi, va detto, che una volta che consegni il libro, quello che vuole dire l’autore è davvero secondario.

L’importante è che la tua storia abbia qualcosa da trasmettere. E che catturi chi la legge. A me ha tolto e dato tanto, ora vedremo cosa toglierà e darà a voi.

4) Lo vedremo eccome, dicembre è già qui e pure il natale e i regali tipo il nuovo libro di Gianni Tetti.

A me poi è venuta una gran voglia di avere tra le mani questo libro che, da come ce l’hai raccontato, è un lavoro piuttosto stratificato e, soprattutto, che ti smuove (batticuori annessi).

E, a proposito di reazioni, sicuramente ti sarà capitato di esser sepolto dalle opinioni/recensioni/interpretazioni sul tuo lavoro. Altrettanto certamente alcune di queste ti avranno fatto storcere il naso e altre ti avranno fatto sentire un genio.

5) Qual è stato il commento sull’opera in cui più ti sei ritrovato (e perché no, lusingato) e quale quello in cui sei saltato sulla sedia perché “non c’è scritto affatto questo nel mio libro!”.

Ricordo di una considerazione che mi aveva lasciato soddisfatto: “riesce a farci ridere anche quando racconta situazioni drammatiche” più o meno era questa.

L’avevano scritta riguardo a I cani là fuori (purtroppo non ricordo chi e su che giornale), ed era esattamente una delle cose che cercavo di fare in quel libro, in pieno umorismo nero, e che ora faccio con regolarità: trovare il lato ironico se non comico, delle nostre miserie o tragedie.

Non ricordo un commento particolare che mi abbia fatto incazzare. Forse è perché non sono così legato a un’idea originaria.

Mi spiego: ho consegnato, il libro passa attraverso gli occhi di altri lettori, ognuno la vede a suo modo, tutto è lecito, non posso farci nulla, e mi piace così. Più che essere infastidito, mi incuriosisco, mi chiedo come si sia arrivati a questa o quella interpretazione.

5) Lo so, non vogliamo fare pubblicità, ma so anche che il tuo ultimo lavoro è fresco fresco di stampa e ci chiama dagli scaffali.

Si dà il caso che poi coincida con il “tuo libro preferito di Gianni Tetti” e allora non posso non insistere un pochettino.

Posto che io lo comprerò perché sìe chi ti ama ti segueci fai qualche anticipazione? Solo a noi, amici di mezza-penna. 

Basta anche solo dirci se la copertina è fighissima come quella di “Mette pioggia”. Scegli tu quale curiosità donarci per stuzzicarci l’appetito.

La copertina del mio prossimo libro l’ha fatta Toni Alfano, lo stesso che ha realizzato quella di Mette pioggia.

A me piace molto,

credo sia ancora meglio rispetto a quella di Mette pioggia, ma è un parere personale. Rispecchia a suo modo il titolo del libro.

Riguardo il libro, a quanto ho detto prima potrei aggiungere che sarà un romanzo piuttosto corposo, che ho iniziato a scriverlo prima di finire Mette pioggia, che ci sono alcuni elementi di continuità con i miei primi due libri, ma anche molti elementi di rottura. E poi potrei dire che sono contento di averlo scritto. Felice proprio.

6) E se sei felice tu, allora lo saremo anche noi lettori

Non ti chiedo che cosa consiglieresti ad un giovane autore (un po’ perché te l’hanno già chiesto, un po’ perché io sono una che vorrebbe essere giovane autrice e ho troppa paura della risposta).

Faccio invece una domanda un po’ strana: pensi di aver scritto già il tuo libro migliore, tipo Moravia con gli Indifferenti o la Rowling con Harry Potter, o hai ancora un sacco di paturnie da tradurre in manoscritti? (personalmente spero che tu abbia ancora traumi su traumi che io possa leggere).

Domanda difficilissima, non riesco a giudicarmi a tal punto.

Inoltre, mi spaventa molto l’idea di aver già scritto il meglio, perché se fosse così, dopo soli tre libri, avrei l’angoscia.

Spero sempre di scrivere qualcosa di meglio rispetto a quanto ho già scritto. Ci spero e mi impegno per farlo, cercando di imparare e di maturare. Ed è con questa speranza che arriva Grande nudo.

E poi, cose da scrivere ne ho tante altre, questo è sicuro. Domanda difficile, questa…

7) Per farmi perdonare la domanda difficile, concludo con la nostra domanda di rito, perfettamente stupida: ti piace la pasta col tonno?

Sì. La salvezza di ogni studente universitario,

la salvezza di ogni persona affamata e con poco tempo,

la colonna portante di ogni spaghetto di mezza notte (quelli delle sbronze a birra, non a champagne).

Meglio se mezze penne. Meglio se con un soffritto, qualche cappero e qualche oliva. Poi ho anche un sacco di varianti ma, visto che non siamo su Giallo Zafferano, mi fermo qui.

Era quello che volevamo sapere, perché qui si ama la pasta col tonno – non so se si era capito-.

Gianni Tetti è uno di noi.

Per continuare l’esplorazione in quel mondo intrigante che è la testa di Gianni Tetti, potete trovare alcune interviste che mi sono piaciute e parlano degli altri suoi libri, qui e qui. Sono interviste serie fatte da persone serie ad una persona seria, che vi permettono di placare la vostra dipendenza da Gianni Tetti.

Per saperne di più su quanto scrive bene, vi rimando ai link della Neo.Edizioni, che ha pubblicato gli altri due lavori Mette pioggia e I cani là fuori . Se date retta a me, vi accomodate in poltrona e ve li divorate

-consiglio poi di accompagnarli con delle giornate di pioggia-

Se poi non vi basta ancora, e avete tutta la mia solidarietà, date un’occhiata al documentario che ha scritto e diretto, Un passo dopo l’altro e passate anche a sbirciare la promo del lungometraggio SaGràscia per cui ha scritto la sceneggiatura (stavolta la regia è di Bonifacio Angius).

Di racconti ne trovate sparsi qua e là su Frigidaire, Il Male, Atti Impuri, Prospektiva e in un’antologia del 2008 sempre per la Neo Edizioni E morirono tutti felici e contenti.

Dulcis in fundo due progetti a cui Gianni tiene in particolare, per cui ci mettiamo un occhio di riguardo: Uno sputo di cielo per la Watson edizioni e, direttamente dal Festival letterario più figo che esistanon lo dico perché sono sarda, no– cioè “Sulla terra leggeri“, i Racconti da palco editi da Regina Zabo Edizioni.

Insomma, di materiale ve ne ho dato: dosatelo con cura.

Mi resta solo da ringraziare Gianni, innanzitutto perché ha scritto dei libri che mi piacciono, secondo perché non è solo un bravo scrittore ma è anche un tipo a posto –anche se forse lui non sarà d’accordo con me– cioè uno di quegli scrittori che rispondono ai propri lettori. Anche quelli stalker come me.

AH, ricordatevi una cosa: la vera soluzione per liberarvi dalla dipendenza da Gianni Tetti è solo una. 

Nutrire questa dipendenza. Filate in libreria che Grande nudo va via come il pane –e il cioccolato-.

Amici di ballocci sassaresi,

potete addirittura fargli un occhiolino e ottenere un suo autografo presentandovi alla sua presentazione del primo dicembre nella vostra città preferita, tattari manna.

Le messaggerie le conoscete sì? Certo che sì.

SALA GRANDE ORE 19.00, con il sempre amato Emiliano Longobardi e la bravissima Lalla Careddu à presenter.

Per tutti gli altri sardacci e pure i continentals:dal 7 all’11 dicembre lo trovate a “Più libri più liberi a Roma, il 3/12a Cagliari alla libreria Ubik con Ciro Auriemma, 14/12 ad Alghero, e il 16/12 a Porto Torres con Eugenio Cossu ad intervistare.

Mi raccomandoVi eh.