Pasqua dal cinese senza pipistrelli al Coronavirus

pasqua

La Pasqua più bella della mia vita l’ho passata ad inseguire una cinquecento bianca sulla strada per il mare.

2020 senza testine d’agnello. 2020 senza proprio l’agnello. Questo perché pensare di andare a fare la fila al supermercato con un pezzo di stoffa a caso da 6 euro sulla faccia, mi fa pensare alla morte. Una simpatica associazione di idee che ultimamente mi fa venire capogiro mentre sono in fila per entrare al Lidl. L’ispanica che sta dietro di me a tre cm di distanza se ne fotte, è al telefono lei. Se ne fotte.

Non ce l’ho con gli ispanici, anche se stanno sempre al telefono, persino durante una pandemia e siamo tutti a testa china aspettando il nostro turno e nella mia testa appariamo come personaggi di un romanzo di Orwell.

Ce l’ho però con chi mi sta appiccicato addosso. Questo, sempre, di norma. Se poi la vicinanza altrui significa la possibilità di morte, mi si girano proprio i coglioni.

Pasqua, sì, aspè, torniamo indietro

Ok, questa Pasqua decisamente sarebbe da mandare avanti come facevo con le parti della Biancaneve della Disney in cui compariva la Regina, oppure nella Bella e la Bestia quelle in cui compariva la bestia…insomma, saltando più della metà dei cartoni animati.

Datemi un telecomando e forse non lo userei per mandare avanti alla prossima Pasqua (che, sai, al peggio non c’è mai fine e chissà che quella del 2021 non porti qualche altra evoluzione simil horror a quest’ultima).

E quindi premerei il rewind verso quella Pasqua lì, la migliore, in cui ci siamo messi a inseguire una cinquecento bianca che sembrava aver in corpo un motore da formula 1. E ci distanziava, impossibile a crederci, ma la vedevamo allontanarsi sempre di più, con la velocità di un Beep Beep dopato di Red Bull.

Eravamo in tre: io, mia sorella e il mio migliore amico

La macchina era sua, com’era sua la patente. Cercavamo di fuggire la solita Pasqua a casa di parenti a sfondarsi di cibo senza goderselo neppure troppo. E così ci siam detti: dove si fa una Pasqua alternativa, senza che nessuno, fondamentalmente, rovini il nostro stato di adolescenti infelici/incazzati in modo romantico?

A Pasqua dal cinese

In un periodo in cui quel ristorante era diventata la nostra seconda casa, con tanto di scambi di informazioni su bambini rispediti in Cina dai nonni e foto di calendari di pupi truccati da zucca, non potevamo certo mancare la santa ricorrenza.

Sarà aperto? Ci siamo chiesti per un secondo. No, meno.

Certo che erano aperti: che cos’è la Pasqua se non l’apostrofo rosa tra la parola “involtino” e “primavera”?

Ci siamo seduti, siamo stati accolti meglio di quanto non avrebbero fatto a casa nostra e hanno preso le nostre ordinazioni. Antipasto, primo, contorno, secondo e… gelato fritto.

Chiariamo subito: non è cinese senza il gelato fritto.

Quello era il tempo in cui né io né mia sorella ci mettevamo problemi di linea e si mangiava allegramente e con gusto. Non abbiamo lasciato testimoni e la doggy bag non era qualcosa di lontanamente esistente: il solo pensarlo era un attacco alla nostra giovinezza. Piatti vuoti, pance piene. La domanda al cassiere che il mio amico gli ha rivolto con l’ingenuità di chi non ha ancora mai sudato uno stipendio:

Mi scusi, ma voi non chiudete almeno per Pasqua?

E la risposta di quell’uomo tondo con gli occhi sottili che mai abbiamo potuto decifrare, come fosse un messaggio lanciato dal fantasma di un Confucio sbronzo. Irripetibile. Eravamo in tre ad ascoltare: mai capita.

Su via a continuare la Pasqua su 4 ruote in una strada senza lampioni e la sola luce dei nostri fari e dei fari di quella cinquecento bianca che era ancora più lontana più diventava buio.

E io mi ricordo di noi tre che ridevamo solamente, perché ci sembrava incredibile che ci ritrovassimo insieme in un’auto, ancora non adulti ma abbastanza grandi per non stare seduti a tavola e da cambiare marcia su una strada verso il mare durante una festa che non ci importava veramente se non per il fatto che non facevamo scuola e potevamo mangiare cioccolato e prenderci la sorpresa.

E io mi ricordo di noi tre che avevamo le lacrime agli occhi, perché il cioccolato e la sorpresa non ce li eravamo presi ma eravamo diventati custodi di una perla cinese che non avremmo mai capito neppure anni dopo. Ed eravamo come sbronzi senza aver bevuto e inseguivamo quella piccola cinquecento bianca che non si sapeva dove stava andando e neppure noi, con lei davanti, sapevamo nient’altro che quella giornata era solo nostra, nostra soltanto.

Lontani dal 2020, niente testina d’agnello, niente agnello del tutto. Più avanti mi ricorderò di aver avuto paura di andare a buttare la mondezza al piano terra perché continuavo a vederci la macchia di sangue del ragazzo che si è buttato di sotto e poi cominciare a starnutire e pensare che muoio, sì muoio, perché è così che succede quando ti azzardi anche solo ad aprire la finestra.

 

Mezza-penna

Autore: Mezza-penna

Simonetta Spissu -in arte Mezza-penna- L'età non la diciamo, Il peso -davvero? volete morire?- Prostituisco ogni giorno la mia scrittura: hai bisogno di un contenuto superyeah (oh megaserious) per essere "leader del settore"? Vuoi che Google butti un occhio su di te come faccio io sul sushi all you can eat? Se mi dai spicci mi metto a scrivere. Scrivo di melanzane, di imballaggi per merci pericolose, Scrivo con tutti i semafori verdi di SEO YOAST. Faccio tutto con estrema pass-novabè- Aspetto che l'Einaudi si accorga finalmente che sono un best seller. Aspetto anche lo stipendio. Come si aspetta la chiamata di Dio. Ma nel frattempo, salto i pasti, ho il culo piatto e i lividi sui gomiti perché sto troppo al pc. Se mi somigliate, poveri voi. Siamo amici. -non troppo, che l'intimità mi spaventa- Fisicamente mi trovo a Milano. Sulla testa non saprei dire con esattezza. GUGLATE e scoprirete chi sono in tutte le mie forme, anche narrativa.

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