Effetti collaterali

Stamattina sono andata in Piazza Duomo, a Milano. Ci son passata dallo schermo, seguendo l’occhio della telecamera del giornalista che, da settimane, passeggia per le strade in caccia del silenzio, del vuoto, dell’assenza. Anche oggi poche tracce di esseri umani. Ci fossero gli zombie, gli metteremmo la mascherina e chiederemmo l’autocertificazione.

A me la calca di quei posti non è mai piaciuta.

Guardando la tv, nei primi giorni che ci siamo “goduti” in Lombardia più che altrove (prima che nel resto d’Italia), mi è sembrato di esser piombata in uno di quei film di Italia 1 in cui la protagonista desidera in un momento di difficoltà che il mondo scompaia/di cambiare vita/di aver scelto di salire su quell’aereo/di cambiar sesso…ed ecco qua.

Ti svegli con Piazza Duomo deserta. Con i navigli il sabato sera, sgombri.

E poi sono cazzi tuoi. Devi passare il resto del film in caccia della strega/fatina/babbo Natale che ti ha lanciato l’incantesimo. Per il momento, sono condannata ad aprire i siti online di qualsiasi brand d’abbigliamento, mettere nel carrello una spesa minima di 100 euro e poi chiudere tutto.

Per ricominciare compulsivamente un’ora dopo.

E se per caso starnutisco, penso di esser morta.

Stamattina il giornalista ha beccato il solito silenzio che gira da settimane. Nulla di nuovo. Cosa ci vuole trovare, il Coronovirus che pascola alla ricerca di qualcuno da influenzare?

Coronavirus l’influencer del 2020

La gente si dà appuntamento sui terrazzi a suonare, a cantare, a guardarsi. Riprende tutto sui social. A me non interessa molto la questione di questa ritrovata socievolezza, figlia di una solidarietà temporanea che tra qualche mese, tornerà a vederci più diffidenti e intolleranti di prima.

per inciso, le stesse persone che hanno scoperto la Patria sul bancone, se poi uno gli frega l’ultimo sacchetto di Nutella Biscuits al supermercato, sclera e alza la voce

No, a me interessa la donna (o uomo, non riesco ancora a capirlo dal terzo piano) che da qualche sera ha iniziato a fare avanti e indietro sotto casa. Dove stanno i garage, chiusi, una decina di minuti passeggia dentro questo piccolo cortile interno. Come se dovesse raggiungere la soglia minima accettata dal contapassi nel telefono.

Porta una sciarpa fino al mento e indossa una busta della spesa vuota, a mo di borsetta, infilata nella spalla. Nella mano una sigaretta che ogni tanto scrolla e ogni tanto porta alla bocca. Non c’è nessuno alle finestre di tutto il condominio, tranne me, che riprendo questo strano rito serale di una persona che, fondamentalmente, ha bisogno di stare fuori.

Stare a casa non è una tragedia, ovvio

Ma sarebbe più bello se tutti possedessimo un loft al quarto piano con terrazzo a vista e vetrate al posto di piccole finestre, come quelli che abitano nella via accanto alla mia e che illuminano la notte a 300 metri dal mio naso.

Sarebbe più bello se tutti avessimo la sala fitness a disposizione 24h su 24 dietro la camera da letto come Fedez. Saebbe più bello se tutti avessimo a disposizione la casa al mare che se ti affacci respiri lo iodio e non il contagio.

E invece

Siamo solo quelli che si sporgono da un rettangolo sulle pareti di edifici altrettanto squadrati. O appiccicati ai rettangoli col digitale terrestre. Con la vista limitata da quello che siamo riusciti a costruire fino a prima che un virus fermasse tutto. Dicono che ora è il momento di scoprire tutto quello che avevamo e che ci era concesso. A me sembra invece di accorgermi di tutto quello che mi è mancato sino ad oggi. Di quel poco che avevo e di quello che mi rimarrà dopo che anche questa sarà passato.

E se starnutisco, penso di esser morta.

A noi che non ci siamo inventati ieri la solitudine e l’introversione, resta la sensazione alla Gattopardo: e tutto resta uguale e tutto è cambiato. Questo gioco di prestigio lo diranno gli altri, che cosa ci ha lasciato. Senza sapere però di quella persona che alle 20.30 trovava rifugio in 4 passi fatti da sola, il tempo di una stecca, e non esser visto quasi da nessuno.

Non raccontate quello che posso vedere, ma quello che non volete che gli altri vedano dietro le finestre. Quello che fate quando c’è solo la luce elettrica e buio. Delle docce che avete dimenticato di fare per giorni, del cibo spazzatura che avete ingurgitato per far andare più veloce il tempo, della puzza di sudore dei vostri pigiami, della pila di piatti ad ammollo con rimasugli a galleggiare nell’acqua.

Di tutti i libri che in realtà non avete letto perché la scusa del tempo che non avevate non è mai stata vera. Di tutti i libri che ordinate su Amazon o nelle piccole librerie indipendenti, per stare meglio e occupare un pezzettino in più del vostro spazio.

Perché siamo ancora gli stessi (stronzi, solitari, festaioli, misogeni, misantropi, iperattivi, ottimisti, depressi, razzisti, illuminati, poveracci, ricconi, perfezionisti, pigroni, stakanovisti, ansiosi, easy peasy) di gennaio.

Solo che se starnutisco, penso di esser morta.

E questo ci spaventa o ci consola?

Mezza-penna

Autore: Mezza-penna

Simonetta Spissu -in arte Mezza-penna- L'età non la diciamo, Il peso -davvero? volete morire?- Prostituisco ogni giorno la mia scrittura: hai bisogno di un contenuto superyeah (oh megaserious) per essere "leader del settore"? Vuoi che Google butti un occhio su di te come faccio io sul sushi all you can eat? Se mi dai spicci mi metto a scrivere. Scrivo di melanzane, di imballaggi per merci pericolose, Scrivo con tutti i semafori verdi di SEO YOAST. Faccio tutto con estrema pass-novabè- Aspetto che l'Einaudi si accorga finalmente che sono un best seller. Aspetto anche lo stipendio. Come si aspetta la chiamata di Dio. Ma nel frattempo, salto i pasti, ho il culo piatto e i lividi sui gomiti perché sto troppo al pc. Se mi somigliate, poveri voi. Siamo amici. -non troppo, che l'intimità mi spaventa- Fisicamente mi trovo a Milano. Sulla testa non saprei dire con esattezza. GUGLATE e scoprirete chi sono in tutte le mie forme, anche narrativa.

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