Alessandra Minervini, Overlove, tanta roba bbella

alessandra minervini

Torniamo a darci un tono. A parte le mezze-minchiate che sono solita propinare ogni venerdì che Dio comanda… Ecco che riprende la rubrica del cuore “Leggici perché“. Come meglio iniziare, se non con l’intervista ad Alessandra Minervini?

Alessandra Minervini???? Ovvero?

Innanzittutto è una Scrittrice con la frangetta corta e a V.

alessandra minervini

Ma io non sono così brava a scrivere quanto lei –infatti è lei che ha pubblicato e viene intervistata

Ergo.

La parola ad Alessandra Minervini

Partendo da quello che possiamo sapere di te dal tuo magico blog (CLICCATE CLICCATE a questo LINK), credo di poter intuire che, a parte Overlove, il notissimo “cassetto“; dove
restano chiusi i romanzi debba esser pieno zeppo di scritture.

Quali, tra queste, pensi ti sia più riuscita e perché?

Non proprio. I miei comodini non hanno cassetti e per anni non ho avuto, accanto al letto, nemmeno i comodini.

Non amo conservare,
riporre, predestinare al futuro.

Anche le mie scrivanie sono tutte prive di
cassetti. La mia attività creativa assomiglia di più a un open space!

Sono una persona molto presente e concreta almeno quando devo scrivere. Nella vita poi è tutta un’altra storia.

Per cui: no, non ho cassetti.

Non ho mai avuto roba conservata da tirare fuori nelle diverse
occasioni. Scrivo sempre, certo. Quasi ogni giorno e da quanti anni è meglio non specificarlo. Ma un conto è la scrittura come strumento personale per stare al mondo, un conto sono le scritture compiute.

Ho scritto quattro/cinque racconti che sono stati pubblicati da alcune riviste letterarie tipo: Colla, Effe, Cadillac.

Quello a cui sono più affezionata si intitola “Dove chi entra urla”, pubblicato diversi anni fa su Colla. Il personaggio si chiama Priso, è un tipetto buono a tutto ma incapace di
saper prendere in mano la sua vita fino a quando non fa i conti con le sue paure e, finalmente, realizza se stesso.

E dato che sei così affezionata, ti tocca.

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Ci parleresti allora di “Dove chi entra urla”? Cosa ti sembra particolarmente
efficace in questo racconto?

La verità è che io non lo so cosa funziona tecnicamente dentro una storia. Posso vederlo nelle storie degli altri ma nelle
mie no.

Ho imparato a guardarmi dall’esterno ma fino a un certo punto. Di recente ho notato che la differenza, o meglio lo scambio, tra me e gli autori che seguo.

Loro hanno difficoltà ad accettare che la realtà in un romanzo non esiste e che possono spingersi quanto vogliono perché nella cornice romanzesca tutto è concesso;

io ho esattamente la difficoltà opposta.

La realtà per me non dico che non esiste ma è totalmente filtrata dalla narrazione, dall’immaginazione; dalle infinite strade che la creatività consente.

Per cui quello che funziona, potrebbe essere questo: la mia
immaginazione ha creato qualcosa di surreale ma credibile. Ed è questo proprio quello che cerco di fare quando aiuto gli autori a far venire fuori, bene, le loro storie.

Qualcosa di falso ma straordinariamente vero. La verità nella
vita non serve a nulla, nella scrittura è tutto.

Se riesci a dire la verità mentendo hai vinto, anzi stravinto. Non importa che contratto editoriale avrai; ma se crei una roba così e la gente la adora, hai fatto il tuo dovere di scrittore.

E con Priso, il nome del personaggio di questo racconto, io credo di aver fatto questo: ho detto una serie di verità che vedo negli uomini, nelle donne, nelle persone che mi circondano.

Poi la storia è del tutto inventata ma è onesta. Questo conta, così vorrei riuscire a scrivere sempre.

Poi a quel racconto devo tutto dall’incontro con l’attuale agente ( Francesco Sparacino di Pastrengo) alla visibilità (nella mia città) e poi mi ha dato anche una gran lezione di stile.

Ho aspettato un anno esatto che mi dicessero di pubblicarlo,
senza mai chiedere notizie. Mi sono scoperta una scrittrice paziente. Gran dote. La consiglio a tutte le persone in attesa di pubblicazione.

Ma anche tu hai un passato e io ti ho scoperta: sei una frequentatrice della Scuola Holden

Un po’ il mito di qualsiasi wannabe scrittore. Che cosa ti ha insegnato, se è possibile insegnare a scrivere? 

Intanto grazie alla Scuola Holden ho incontrato alcune delle persone più importanti della mia vita. (Certo, molte altre avrei fatto a meno di incontrarle ma si deve pur rinunciare a qualcosa per ottenerne un’altra.)

Poi mi ha insegnato a fare il mio lavoro. Che non è la scrittrice. Ma l’editor e l’accompagnatrice narrativa. Invento questo termine giusto per non dover ripetere un altro termine in inglese che sarebbe: writing coach/scouting
letterario.

Mi ha insegnato intanto a condividere lo spazio mentale e fisico
con altri, tanti, aspiranti e non scrittori e scrittrici. Sembra una sciocchezza e invece poi mi è servito nella vita professionale.

Poi mi ha insegnato a leggere libri ma anche film, a prendere dalle visioni proposte quello che in quel momento mi serviva e poi a trasferirlo adesso nei corsi di scrittura che
faccio.

Quando l’ho frequentata io aveva ancora l’aspetto di bottega
artigianale. Dove potevi pranzare con un premio Strega come seguire la lezione di uno chef. Tutto per allenare se stessi al proprio sguardo.

La scrittura si può insegnare se per scrittura si intende: metodo, sguardo, consapevolezza, coerenza. Certo il talento non si insegna e nemmeno lo stile che è soprattutto un fatto di empatia e sensibilità individuali.

Anche per questo esistono i buoni libri e i libri meno buoni. Ed è giusto che ci siano entrambi.

E, a proposito di stile. Se dovessero chiederti:

Qual è la cifra stilistica alla “Alessandra Minervini”,
tu che cosa risponderesti?

Appunto quella che dicevo: dire la verità mentendo. Scrivere e inventare storie non è solo un modo di vivere nuove vite ma di essere nuovi occhi.

Io amo i miei personaggi ma non vorrei incontrarne uno neanche pagata. Nella vita, intendo.

Il mio unico scopo nello scrivere è raccontare quello che io stesso non avrei il coraggio di fare e di essere; prendere la mia vita e ribaltare le scelte che ho fatto.

Io sono il contrario di Anna, se fossi innamorata di un uomo disposto a lasciare tutto per me non esiterei un attimo per accoglierlo.

Lei invece spara fulmini, è rigorosa. La mia scrittura pure è così: molto rigorosa, poco fluida, netta. Mi piace essere spietata quando scrivo. Hoprovato a cambiare ma non riesco. Come se non avessi scelta.

Ce la selezioni una frase di Overlove che, quando l’hai partorita, ti sei detta  “è proprio una figata”?

Questa è una frase che mi ha salvato in qualche modo. Nel senso che, scrivendola, ho imparato una cosa di me, della mia vita: «Scrivere è partorire una dea dal cranio: non un miracolo ma la procrastinazione naturale di un
guaio.»
Poi questa che non mi sono sentita figa a scrivere ma, in qualche modo, mi sento fortunata a non provare direttamente; pur osservando questo atteggiamento in alcune persone:

La felicità arriva da una mancanza. Se non
ti manca mai niente, non sei mai felice.

Ma Alessandra Minervini non è tutta qui…

Da frequentatrice e poi da insegnante di corsi di scrittura creativa, mi fai un esempio della tua lezione ideale? Tu entri in classe, dici buongiorno ragazzi… e poi…?

Le lezioni sono piuttosto diverse a seconda del gruppo che si forma e anche del tipo di narrazione che tratteremo. Una delle prime cose che faccio è capire i motivi che hanno spinto i corsisti a seguire un laboratorio di scrittura.

Mi piace condividere con loro letture e scritture; farli accomodare prima nelle parole dei grandi autori e poi pian piano avvicinarli alle loro di parole.

Adesso sembra una cosa parecchio shanti. Ma non è affatto così. Lo scopo dei miei laboratori è più vicino alla distruzione che all’istruzione. Si imparare a non imparare.

Perché solo quando si riesce a seppellire quello che si scrive, ad abbandonarlo, si può davvero dire di aver scritto qualcosa di buono.

Finirai per uccidere tua madre”, scrive Charles Bukowski in una nota poesia in cui racconta cosa significa scrivere per lui. Ecco, una cosa così.

“Una cosa così”. ‘Na robetta, dice lei. Stica.

Siccome ho esaurito la mia dose quotidiana di brillantezza, ecco lo spazio per la domanda di sempre.

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Ad Alessandra Minervini, piace la pasta col tonno?

suspence

Allora io e la pasta al tonno: a me piace, ma solo se me la cucinano perché è una cosa che proprio non so fare. 

 

Non la so fare bene, mi viene o grassissima o ospedaliera. Invece molte persone la sanno dosare bene.
Scientifica anche con la pasta col tonno. Ci piaci. Ed è la prima volta che qualcuno mi parla della sua versione ospedaliera.
Ho materiale su cui riflettere. Se vi è piaciuta -difficile il contrario- andate alla ricerca di Overlove. Garantito che non è un libro “ospedaliero”.
Mezza-penna

Autore: Mezza-penna

Simonetta Spissu -in arte Mezza-penna- L'età non la diciamo, Il peso -davvero? volete morire?- Prostituisco ogni giorno la mia scrittura: hai bisogno di un contenuto superyeah (oh megaserious) per essere "leader del settore"? Vuoi che Google butti un occhio su di te come faccio io sul sushi all you can eat? Se mi dai spicci mi metto a scrivere. Scrivo di melanzane, di imballaggi per merci pericolose, Scrivo con tutti i semafori verdi di SEO YOAST. Faccio tutto con estrema pass-novabè- Aspetto che l'Einaudi si accorga finalmente che sono un best seller. Aspetto anche lo stipendio. Come si aspetta la chiamata di Dio. Ma nel frattempo, salto i pasti, ho il culo piatto e i lividi sui gomiti perché sto troppo al pc. Se mi somigliate, poveri voi. Siamo amici. -non troppo, che l'intimità mi spaventa- Fisicamente mi trovo a Milano. Sulla testa non saprei dire con esattezza. GUGLATE e scoprirete chi sono in tutte le mie forme, anche narrativa.

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