Blue whale: è dal giovane Werther che non ci si diverte così

Blue Whale, la nuova Moby Dick inseguita dagli adolescenti depressi?

blue whale
ciao. sono una balena (blu)

Sul fenomeno “Blue Whale” arrivo probabilmente un po’ in ritardo –come sempre e per sempre

L’argomento è già bello che scoppiato da giorni, più o meno da quando è uscita questa puntata delle iene che ha fatto impazzire tutti sul creato. Ma io ci ho messo un pochino per digerire bene la cosa.

Cioè, che sia una cosa da “fora di gabbu” (google translate=fuori di testa), mi pare sia evidente. C’è poco da metabolizzare.

Blue Whale: è una cosa che mi fa riflettere?

La cosa mostruosa del Blue Whale è che, sostanzialmente, non ne sono colpita. Le reazioni ovviamente si sprecano. Voglio dire, chi è la persona disumana che non si scandalizza di fronte al suicidio di massa tra adolescenti?

IO.

Sono io la persona disumana. 

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Forse perché il suicidioil suicidio degli adolescenti poi– è una roba con cui per un motivo o per l’altro, abbiamo a che fare tutti i giorni.

Ad esempio, a casa mia giusto una settimana fa, circolava un video (che non cercherò e non posterò) di questa giovane mamma che si buttava da un ponte. C’era gente che la filmava mentre precipitava.

Per dirvi.

Blue Whale: cos’è che vi fa impazzire così tanto?

Ecco, di fronte alla mia indifferenza, chiedo a tutti quelli che urlano alla fine del mondo: cos’è che vi disturba di più di tutta la faccenda?

Che siano giovani?(ma i giovani si suicidano da tempi immemori).

Che ci sia un gioco dietro, con delle regole?(ma fa davvero differenza?)

Che si parli di lavaggio del cervello? (ma, perdonatemi, allora spegnamo la tv? rompiamo tutti i pc? annulliamo le connessioni internet?)

Forse non ho ancora capito cosa mi susciti sto Blue Whale.

Sarà solo l’ennesima occasione per capire che mi manca una parte sensibile verso l’umanità. Forse.

O forse non lo so. Per me se uno si butta da un grattacielo, o, se a farlo, sono più di uno, non fa differenza. Per me se uno si butta da un grattacielo dopo aver fatto altre 50 cazzate, invece che nessuna, non fa differenza.

Sostanzialmente, un po’ mi spiace che si arrivi a quel punto.

Ma come mi spiace leggerlo sul giornale. Nessuno scandalo.

 

Essere gemelli: com’è?

Essere gemelli e gli stereotipi.

Essere gemelli è qualcosa che scatena nel prossimo  una serie di domande standard che neppure un form per iscriverti la newsletter.

Non fate finta di non esservi mai imbattuti in un gemello e averlo affondato con un paio di questi quesiti intelligentissimi.

Essere gemelli: vi vestivano uguali da piccole?

Può darsi. 

Sì, ho un set intero di fotografie che testimoniano questo abominio -che bisognava tipo denunciare i miei per abuso di minori-.

Sì. Io e mia sorella, come credo qualsiasi altro gemello preso in esame, ha conosciuto almeno una volta, la gioia di non avere uno stile proprio. Qualcosa che io e lei ci siamo trascinate dietro per anni, con una guerra civile eterna sul guardaroba.

essere gemelli
felicità. soltanto felicità.

Grazie mamma. 

Essere gemelli: è vero che chi è nato per primo è il più piccolo?

Maaaaaaaa, secondo quale logica? Io questa leggenda metropolitana non l’ho mai capita appieno –nonostante tutti i tentativi SCIENTIFICISSIMI del mio interlocutore di spiegarmi il meccanismo per cui, se esci fuori dall’utero di tua madre per prima… sei la più piccola

-piccola poi in che senso. cioè? perché? boh

In realtà, per esperienze raccolte tra i miei colleghi gemelli, chiunque sia “uscito prima” in questo bel mondo, ha tutto… più grande.

Essere gemelli: vi siete mai scambiati di identità?

Quest’ultima credo che sia una grande responsabilità della televisione e di queste due signorine qua e i loro filmoni da mediaset:

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Che grande truffa quella di scambiarti con tua sorella gemella. Davvero eh. Siamo delle mattacchione… ma NO.

Essere gemelli: se una si fa male, l’altra sente dolore?

Facciamola breve: non sono mai riuscita a pensare che, una persona sana di mente, potesse davvero credere a una cosa così.

Quindi mi stai prendendo per il culo. 

Ho sempre risposto che sentivo dolore per empatia. Non significa che se lei ha mal di testa pure io mi prendo il brufen.

Poi però ci siamo ammalate entrambe della stessa identica cosa. Inspiegabilmente. Contro ogni previsione statistica e lo stupore dei medici. Forse, la genetica, ci sta prendendo per il culo pure lei. Forse sta storia del dolore è vera.

Essere gemelli: ma sei sicura di essere tu, proprio tu?

La domanda esistenziale più inquietante di tutte. La crisi di identità che ti colpisce a tradimento. Cioè: ma se eravate così identiche, probabile che tu non sia tu, ma sia tua sorella.

Materiale di seghe mentali per un’intera esistenza. Fidatevi. 

Essere gemelli: ci sarebbe da scrivere un libro.

Effettivamente di domande standard che i semi sconosciuti ti pongono quando scoprono che hai un gemello, ce ne sono tante -TROPPE-. Ad esempio quelle fastidiose sul peso: ma è vero che c’è sempre il gemello magro e quello grasso? 

sì. vaffanculo. sì.

O quelle sulla tua vita sentimentale/sessuale: ma i ragazzi hanno mai preferito una rispetto all’altra?

sì. vaffanculo. sì

Ma la realtà unica e vera che riguarda tutti noi gemelli, tutti… La riassumo così:

essere gemelli

inviare curriculum (o inviare curriculA se vuoi fare il latinista frustrato)

Inviare curriculum è uno sport mondiale praticato da persone sulla via della depressione.

Inviare curriculum ti accompagna giorno dopo giorno, senza che tu te l’aspetti, nella depressa valle del silenzio. Silenzio perché? Perché nessuno ti risponde.

Peggio di non esser assunti c’è quel momento lì, di assoluta indifferenza. Dove sarà mai finito il tuo cv? Su quale montagna di carte impaginate con InDesign si troverà in questo momento?

in basso? al centro? spiegazzato con gli angoli segnati?

Si sente sola la tua foto, in mezzo alle tante immagini di bella presenza di altre 500 ragazze?

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Inviare curriculum è una questione quotidiana di resistenza.

Prima ti convinci che si tratti di questione di statistica

“se ne mando due milioni, vuoi che uno non mi pigli?”

Poi però si fa largo la vera disperazione, quella che il telegiornale dell’una e mezza rimpinza ogni santo giorno con percentuali inquietanti sulla disoccupazione giovanileche, anche quando pare stia migliorando, ti fa sentire solo più inetta

Oh meno male che ci sta l’esperto pissicologo su studio aperto e ce lo dice lui come fare –con annessa musichetta strappacoglionilacrime

Inviare curriculum: perché tutti pare che prima o poi un impiego lo trovino e io invece…

Io invece che ho fatto? Il mio cv puzza? Eppure l’ho mandato in formato europeo. 

Poi giunge puntuale l’amico strafigo che ti dice: formato europeo? Ma scherzi? Ci vuole un po’ di personalità.

inviare curriculum

Allora ti fai in quattromila per impostare un cv “da creativo”. Ma poi creativo cosa significa? E tanto non va bene uguale.

Senza dubbio il mio cv puzza. Questa è la sola e vera spiegazione.

assieme alla NON bella presenza

Inviare curriculum ti mette di fronte ai fallimenti di tutta una vita passata a studiare.

Sì, bravo eh, che c’hai il pezzettin di carta… ma… che cosa sai fare nell’atto pratico? 

MMM…schifo?

Quando invii curriculum ti viene solo voglia di avere un saccaccio di soldi ereditati in maniera del tutto casuale da un parente morto a random e pagarti un master che ti aprirà finalmente le porte per essere schiavizzato.

Qualsiasi cosa pur di andarsene dalla grande valle del silenzio.

Soluzioni? 

Mi viene in mente solo quello di inventare un deodorante per cv. 

Il cosmo secondo Agnetha: ecco il libro di aprile (anche se è il primo maggio)

Il cosmo secondo Agnetha, scritto da Daniele Vecchiotti, il quale vorrei assolutamente invitare al cinema (perchè il cinema?? se leggete

Il cosmo secondo Agnetha, allora lo scoprirete. E vi farete pure una risata).

Non ci giro troppo attorno come faccio di solito. Basta coi misteri. Mi è piaciuto questo libro? 

Sì.

Quanto?

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grazie mille alla Crudelia Demon versione Real Time

Il cosmo d’Agnetha è un libro che ti tira dentro già dalla copertina, in un mondo bellissimo.

Camere abitate da gay in jeggins con la proboscide dell’aspirapolvere tra le mani.

il cosmo secondo agnetha
cioè, per intenderci, something like that

Ok. Non vogliamo giudicare un libro dalla copertina. Ci stiamo. Fingiamo di non essere attirati dalla tappezzeria pacchiana.

Il cosmo secondo Agnetha ha una serie di assi nella manica che, quando ho iniziato a leggere, ho gridato al miracolo.

Cosa ci ho trovato dentro? 

  • Gli Abba.
  • Uno scrittore frustrato.
  • Pornografia gay.
  • Romanzetti rosa.

Il tutto tenuto su da una spietata ironia che a me, lo dico chiaramente, fa sempre battere il cuore. Daniele Vecchiottia discapito del suo cognome– è un autore fresco, non solo emergente.

Questa seconda ristampa del suo libro per Las Vegas edizioni dateci un’occhiata e seguitela, perché è una casa editrice che fa solo libri belli, fatti da gente bellissima– non è solo scritta con uno stile implacabilecosa intendo per implacabile? Che non ha i peli sulla lingua– ma ha anche una trama convincente che ti tiene attaccato ai capitoli, uno dopo l’altro.

Il cosmo secondo Agnetha bisogna esplorarlo assieme al protagonista.

Tipo astronauti, camminiamo piano piano in mezzo ad ammucchiate tra i cespugli, serate a tema su cantati idolo dei gay. Se scaviamo bene vediamo che si parla di sessualitàche cos’è? Esiste? Ci mettiamo troppe etichette sulla questione?-. Si parla dell’essere artistaè possibile o è solo una grande truffa?-. Si parla dell’incapacità di instaurare relazioni sensatene sapete qualcosa? Faccio coming out: io sono stata colpita e affondata

Il cosmo d’Agnetha, insomma, non è fatto solo di paillettes e Aids. Vi aspettavate l’ennesimo libro sui gay con lacrime e pregiudizi morali? 

No. Grazie a Dio. 

Il cosmo secondo Agnetha: da far leggere agli omofobi.

Magari imparano qualcosa. Impossibile infatti non caderci dentro con tutte le scarpe e pensare di sperimentare “the dark side of the moon”.

Questo libro è per te, che ascolti cento volte “The winner takes it all” di nascosto con le cuffieche manco Clay Jensen di 13 reasons why– e però ti piacciono le donne.

Per te –per me– che scrivi sul tuo pc ogni santo giorno articoli sulle melanzane per lavoro e invece vorresti vincere il Premio Calvino.

Un libro che è per te, lettore di cose divertenti dalla mentalità aperta. 

Non c’avete la scusa che costa troppo, perché non costa troppo. Poi mi andate a comprare l’ultimo di Moccia.

Cioè, fatelo. Ma comprate pure Il cosmo secondo Agnetha. Perché, ok la capatina al Mc Donald, ma anche una bella mangiata al ristorante ogni tanto…

 

Come misurare una storia d’amore.

Come misurare una storia d’amore (?). Una domanda che prima o poi ci poniamo tutti.

Come misurare una storia d’amore, come capire se sta funzionando, se siamo in direzione abito bianco osceno o se siamo più verso un “ci si vede e se ci si vede, probabilmente non ti saluto”.

Insomma, certamente, dopo un po’ di tempo che si è esaurita quella pregevole fase che chiamerò “celofan“, durante la quale si viene avvolti stretti stretti in un involucro di plastica e cuoricini senza neppure bisogno di ossigeno… beh, finita quella, ricordandoci di avere polmoni da nutrire…

Come misurare una storia d’amore diventa una sorta di filastrocca autistica.

Come fare per scoprire la risposta alla domanda cult “cosa siamo io e te?”. Marziani? Fidanzati? Scopaamici? La reincarnazione di due bradipi?-io opto sempre per quest’ultima opzione

Eccomi qui per soccorrere chiunque si stia ponendo il problema. Innanzitutto: mai affrontare un tema del genere senza alcol e cioccolato. Filate a munirvi del materiale, non facciamo gli approssimativi.

Ho pensato e ripensato a quale possa essere il metro di misura per capirci qualcosa.

Come misurare una storia d’amore? In troddi.

Per chi non è sassarese e hinterland, dovrò fare una piccola premessa etimologica. Cos’è un troddio? 

Troddio è una scoreggia. 

State già impazzendo al pensiero che la vostra storia d’amore, fatta di fiori, di api, di primavere… possa esser valutata in puzzette?

Aprite le orecchie (e gli sfinteri).

Sì, dopo un’esperienza quasi decennale di relazione fissa, posso dire che un buon metro sta proprio nelle puzze. Siete abbastanza in confidenza da farne una nella stessa stanza? Siamo ad un buon punto ragazzi e ragazze. Ma soprattutto, diciamocelo, ragazze: noi che siamo così impegnate a svegliarci già truccate e depilate nei primi tempi e ridiamo quando loro ruttano –e vorremmo unirci a loro, ma non lo facciamo perché siamo ancora principesse delicate

Il troddio: fate attenzione alla quantità.

Come misurare la vostra storia d’amore in semplici mosse: onestamente, se potete puzzettare sotto le coperte o mentre guardate un film, senza che lui fugga a gambe levate verso una fabbrica di barbie e spray per l’ambiente, allora è amore. 

MA!

Fate attenzione. Il troddio è un’arma a doppio taglio. Non potete fare troddi? Probabile che lui non sia il tipo per una storia a lungo termine. Pensateci: un conto è trattenersi per un anno, evitando di incontrarsi nelle ore in cui l’intestino pare più “gasato”. Ma credete davvero possibile passare 50 anni con un uomo, dopo aver mangiato lenticchie e favette, e non scoreggiare MAI?

Manco Tom Cruise riuscirebbe, donne. Neppure lui.

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Come misurare una storia d’amore… ma che dico, LA Storia d’Amore.

Dicevo, però, fate attenzione. Pochi troddi sono allarmanti, ma anche troppi troddi sono sintomo malsano. Se sono troppe:

1- cercatevi un buon nutrizionista.

2- potrebbe denunciarvi per danni morali.

3- forse è più tuo fratello che il tuo fidanzato.

E sì. Troppo cameratismo, lui che non si lamenta neppure più e tu che lasci la via libera ai gas e magari manco ti fai più i baffi…

ALLARME.

Troppi troddi vanno a braccetto con Gianna Nannini:

Questo amore è una camera a gas!!! 

Equilibrio ci vuole, persino nei troddi. Provate a capire in che punto vi collocate del troddiometro: da un “amore sei sempre perfetta” (=0) a un massimo di “cazz ti sei crepata, hai mangiato topi morti?” (=10)

Se vi collocate nel magico mezzo del “hai scoreggiato?” seguito da un bacetto tenero… potete fantasticare su come litigare con la suocera per la cerimonia di nozze.

 

Paolo Zardi, Zardi Paolo, intervistiamolo appassionatamente

Paolo Zardi è un altro autore che inspiegabilmente ha accettato di essere importunato da me.

Paolo Zardi. Lui, che, se non sapete che faccia abbia, eccovela qua:

paolo zardi

Come potrete notare si tratta di una persona distinta che, personalmente, mi ha un po’ messa in paranoia sul contattarla. Cioè, io sono l’equivalente di una barbona telematica, mentre lui è un adulto tutto d’un pezzo.

Paolo Zardi, poi, ho capito, è sicuramente un gentleman e non solo.

è anche una persona molto alla mano che mi ha messo subito a mio agio. Spero di aver ricambiato il favore, un minino, con questa mARAvigliosa intervista.

E allora… Paolo Zardi, su Leggici perché!!! Il miglior modo di sapere cose interessanti su di lui è… continuare a leggere.

P.s. C’è da dire che io mi appassiono solo a scrittori candidati al Premio strega (chi è l’altro? cliccate qui).

Paolo Zardi, ebbene sì, c’era quasi a vincere con quel suo bellissimo libro che è “XXI secolo” nel 2015.

Ma, quale sarà mai il suo libro preferito?? Facciamo a lui questa domanda:

La retorica mi imporrebbe di dire che “ogni scarrafone è bello a mamma soja“, ma i libri non sono figli, anche se la metafora piace molto un po’ a tutti. Provo ad affrontare la domanda da un punto di vista più ampio: perché si scrive un libro? E siccome le generalizzazioni non mi interessano, specifico meglio: perché scrivo un libro? Cosa mi spinge a farlo, quali obiettivi voglio raggiungere?

Paolo Zardi che ci dice perché scrive un libro? WOW.

Ma, prima di procedere con la risposta, vorrei chiederti se scrivere un libro è qualcosa che ha che fare più con una spinta emotiva o con una logica “di lavoro” (cioè, quello che il mercato editoriale esige)?
Poiché non sono un autore professionista – non vivo di libri – posso permettermi il lusso di non pensare a chi leggerà le mie cose: se saranno tanti, se saranno contenti, se innescheranno il meccanismo del passa parola.
Ho almeno due romanzi inediti, nel cassetto, che non vedranno mai la luce, e non è un problema. La mia attività di “scrittore” – una parola che va messa necessariamente tra virgolette – si esaurisce nel momento in cui sento di aver realizzato quello che avevo immaginato; tutto quello che viene dopo, se e quando viene, la pubblicazione, le presentazioni, le recensioni, i feedback, riguardano un’altra persona, un altro me, che non ha alcun potere sul me che scrive.
C’è una sorta di separazione delle carriere, o una forma lieve di schizofrenia, che mi permette di continuare a divertirmi mentre scrivo: nonostante tutto, sono ancora io il dittatore che comanda sui miei libri.

Paolo Zardi il dittatore schizofrenico. Ti ricorderemo così!

E da dittatore sarai parecchio esigente rispetto ai tuoi lavori. Dev’essere possibile trovare il tuo preferito.
Sì, ma per rispondere è necessario capire, per me,  da cosa nasce  un libro? Per quanto mi riguarda, da una sfida. Scrivere qualcosa che non so scrivere, spingere un po’ più in là il mio sguardo, alzare un po’ l’asticella. Correggere gli errori fatti nel libro precedente, esplorare temi, generi, stili, voci diverse. Retrospettivamente, dunque, i miei libri preferiti sono quelli in cui mi rendo conto di aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posto; e applicando questo criterio, sono soddisfatto soprattutto de “Il signor Bovary“, uscito con Intermezzi nel 2014, e di un romanzo che dovrebbe uscire nel maggio del 2018.

Benissimo, abbiamo due vincitori. Non è uno, ma ci accontentiamo. Ci puoi spiegare un po’ i motivi di questa preferenza?

Il signor Bovaryè arrivato alla fine di un periodo tormentato, pieno di grandi dubbi. Avevo iniziato a scrivere un romanzo che avevo abbandonato, gettato, bruciato, dopo aver superato la metà. Non assomigliava neanche lontanamente alle cose che piacevano a me. Ho smesso di scrivere per mesi.
Non è stato bello, quel periodo, ma sicuramente utile, con il senno di poi: è stato allora che ho capito che stavo semplicemente cambiando pelle, crescendo.
“Il signor Bovary” è stata la risposta – un libricino piccolo, meno di cinquanta pagine, uscito in digitale. E’ stata la prima volta che ho sentito di avere il pieno controllo su quello che facevo; finalmente sono riuscito a liberarmi da certi vizi che mi avevano tormentato fino a quel momento – una certa tendenza a un’introspezione un po’ solipsistica, la macchinosità dei passaggi da una scena all’altra, la lingua troppo controllata.

Paolo Zardi, ti tocca. Cosa ci dici dell’altro tuo figlio?

L’altro mio libro preferito (mi fa sorridere, questa cosa!) è un romanzo non molto lungo che uscirà l’anno prossimo.
Ho voluto scrivere una commedia che non parlasse di niente- che fosse trama, coincidenze, personaggi che interagiscono, sullo sfondo di una grande città.

Dopo “XXI secolo”, dopo il piccolo clamore che l’ha accompagnato – lo Strega, il centinaio di recensioni ricevute, libro del mese di Fahrenheit, la visibilità a livello nazionale -, non era semplice ripartire

Rinunciare anche alla presenza di un tema pieno di suggestioni, bello “cicciotto” come era stata la distopia di quel romanzo, la decadenza dell’occidente, le domande sul nostro futuro…
Cercavo qualcosa che fosse più lieve, e allo stesso tempo più brutale. Che facesse ridere, ma con cattiveria. E che avesse qualcosa dei libri di Dickens – quell’attenzione all’intreccio che era mancata in tutte le mie cose precedenti. Non sono in grado di valutarne la qualità in senso assoluto, ammesso che sia possibile farlo: confronto intenzioni e risultato, e tiro le somme. In questo caso, ho scritto un libro che non sapevo scrivere. Il risultato era ciò che volevo ottenere.E questo mi soddisfa.
E noi che dobbiamo aspettare fino al 2018… moriremo di curiosità nel frattempo. -Intanto consiglierei di fare un aperitivo con l’ultimo libro uscito di recente sempre per la Neo Edizioni- ed è

Paolo Zardi che ci racconta “La passione secondo Matteo

Paolo però non se ne può andare senza aver risposto alla domanda di rito per tutti gli autori che passano di qui: ti piace la pasta col tonno?
Oggi ho pranzato a casa. Non solo: ho cucinato io. Non succede molto spesso – anzi, praticamente mai – ma avevo entrambi i figli a casa, uno con la tosse e la febbre, e l’altro con un mal di pancia strategico, e mia moglie fuori per una visita.
Mi è sempre piaciuto cucinare (mia madre non è mai stata una grande cuoca: non scarsa, ma del tutto disinteressata al problema del mangiare; per cui, raggiunta l’età in cui non avrei preso fuoco davanti ai fornelli, mi sono lanciato);
dopo essermi sposato, però, piano piano mi sono tirato indietro – è il dramma di chi sposa una donna formidable in cucina. Ma oggi toccava a me…. e ho cucinato pasta con il tonno!

Coincidenze? Io non credo, direbbe Giacobbo.

Ne ho fatto una variante di mia invenzione: ho lasciato imbiondire (!) la cipolla, ho aggiunto una ricottina (!) biologica, e quindi del tonno (ogni volta non possono non pensare a quel racconto di Woody Allen in cui diceva che era andato con Hemingway a pescare del tonno, e lui aveva preso due scatolette).
Alla fine, giusto per fare un po’ il figo, ho aggiunto del limone. I miei figli sembravano felici, mentre la mangiavano: io, lo ammetto, mi sono fatto un ovetto all’occhio di bue.
Questo pranzo arriva in un periodo un po’ particolare della mia vita: per la prima volta, infatti, ho visto una serie di MasterChef e ne sono rimasto conquistato.
So che questa ammissione mi fa perdere un sacco di punti, ma in questo momento sono molto più preoccupato dell’idea che Cracco avrebbe avuto vedendomi cucinare la pasta con il tonno in scatola. Come vedi, l’uomo non rinuncia mai a infliggersi inutile sofferenza con le proprie mani.

Paolo Zardi: l’uomo che non ci aveva fatto capire se gli piaceva o meno la pasta col tonno. Oh Pà, ti piace sì o no?

Ops, la risposta è sì, mi piace la pasta con la tonno! 🙂

Londra: che cosa vuoi di più dalla vita?

Londra la conosciamo un po’ tutti con i suoi Peter Pan e Tower bridge.

Londra con 007 e la regina Elisabetta.

Londra
Oh Darling

Quella Londra con gli annunci da lavapiatti che ti saltano addosso appena scendi dall’aereo. Londra, quella città che la mia insegnante delle medie mi ha ficcato in testa fosse un melting pot e da lì non ne sono più uscita dall’associazione di idee con un minestrone.

Londra è quella cosa che tutti dicono “fa freddo, ma si vive bene”

Effettivamente, io credevo di avere un paio di pregiudizi in questione. Li ho sfatati tutti. Tranne per il freddo. C’è un freddo da pisciarsi addosso e su questo non ci piove (cioè, ci piove, pure molto a Londra).

Fa freddo e si vive bene? Penso di sì. Così, di passaggio, direi che mi sono fatta un’idea abbastanza buona del posto.

Londra: che cosa c’è di buono.

Di buono c’è la gente. Non so quanti british ci siano in città –very pochy, I guess– ma chi ho incontrato è sempre stato gentile (fosse londinese doc, spagnolo, italiano o chi vi pare).

Sono simpatici: quell’umorismo alla Monty Python che sempre sia lodato.

Il receptionist del nostro albergo si chiama Sebastian. Quando gli ho detto che era proprio un bel nome, lui in scioltezza ha risposto:

Yes. My mum gave it to me. 

Non vi fa ridere? Non avete visto la faccia di Sebastian. 

E poi ti danno sempre una mano: per dire, una roba pazzesca che ci è successa è stata quella di perderci alla ricerca del museo di Sherlock Holmesoh, c’è gente a cui piace pure questo-.

In Italia e, mi sento di dirlo, anche in Francia, difficilmente avremo trovato un’anima pia che ci avrebbe aiutato volontariamente.

A Londra si è avverato l’improbabile: una signora che voleva rubare la santità a Maria Teresa di Calcutta, senza che la importunassimo, si è avvicinata e ci ha chiesto se volevamo una mano.

E fu così che arrivarono al museo- chiuso– con una rinnovata speranza nel genere umano.

Londra: c’ha i quartieri con i palazzi da cui escono le scarpe da tennis.

Di che sto parlando? Ma di Camden ovviamente, il luogo dove puoi uscire in pigiama coi capelli sporchi e… essere perfettamente inserito nel contesto.

Parlo di questo posto qui:

Cioè di una figata. Cioè dove ho lasciato una collana con un ciondolo di plastica a forma di stop. Ah sì, poi pure il cuore.

Insomma, io ci ho passato solo 5 giorni a Londra e da vedere mi sono rimaste tipo un miliardo di cose –tra cui NON la National Gallery, per una sorta di ribellione a mio nonno

Però, da assoluta turista profana che dice cagate.

Londra, io ti amo, tornatene in Europa.

Non mi importa se ci hai lasciati, sono pronta a perdonarti e ad installarmi in uno starbucks qualsiasi a servire mocaccini.