Ansia o anche detta “sono una persona previdente”

Ansia: è una cosa che esiste veramente o è uno stato normale di grazia?

Ansia, paturnie, angoscia. La tachicardia e il respiro corto. Tutte cose formidabili che ti attraversano tutta –proprio tutta, dall’alluce valgo alla forfora sui capelli

Ho sempre pensato di essere una persona ansiosa. Perché ogni tre per due comincio a farmi paranoie eccessive. E tutti lì a dire: ma, tipo?

Tipo che, se sono in vacanza due settimane, all’inizio della seconda mi sto già flagellando perché devo tornare a lavoro.

ansia

Tipo che, se uno mi dà un consiglio, 1 su 10, la prendo come la critica personale PER ECCELLENZA –magari mi avevano detto solo di usare un altro font sul cv creato con InDesign

ma, per me equivale ad un “non sei buona a fare un cazzo nella vita”

e allora…

ANSIA: sarà poi così vero che siamo in pochi?

Boh. Nel mio egocentrismo al contrario, pensavo di esser tra i pochi eletti di questa malattia mentale che mi colpisce stomaco e polmoni peggio di una canna girata male.

Un po’ come quando ero convinta di esser l’unica guasta ad aver la depressione domenicale prelunedì.

E invece.

Così, ogni tanto mi capita di vedere persone che ho passato magari mesi a pensare fossero equilibrate, crollarmi così. Dal niente. Allora mi viene da pensare che siamo un po’ tutti delle persone ansiose, solo che non lo facciamo vedere molto

alcuni, altri minacciano di buttarsi dalla finestra indossando un giubino catarifrangente, dopo aver telefonato ai pompieri, la croce rossa, la polizia, l’esercito, la zia di terzo grado pettegola

L’ansia probabilmente è un massimo comune divisore (non so cosa abbia detto e mi scuso). Cioè, qualcosa tipo l’andare a cagare: chi più, chi meno, lo facciamo tutti , no?

-a proposito, la stitichezza mi mette l’ansia-

Perché scrivo tutto questo?

Perché sono in preda all’ansia, ovvio. Questo venerdì preannuncia il mio rientro nel mondo della scuola, con i piccoli di Tenda che mi aspettano. Aspettano che io insegni loro qualcosa. Si aspettano che io infonda loro la sacra lingua di Dante Alighieri.

Io.

Me.

Stiamo scherzando?

Soprattutto perché, quello che realmente ci si aspetta da me è cantare sta roba qua, con tanto di gesti:

No. Non sto scherzando. Proprio no. 

Ansia: vedersi fuori dal proprio corpo e dire “ma che cazzo è diventata la mia vita?”

è diventata questo: me che dico BEEE BEEEE dentro una classe di 20 marmocchietti adorabili che davvero, davvero ci tengono, a dire “capra” con l’accento giusto.

La mia vita è fare due milioni di flashcard (che sono dei cazzo di disegni, ma nessuno li chiama col proprio nome) che poi non userò.

La mia vita è sentirmi una specie di truffatrice che va ogni giorno tra la gente che fa il suo mestiere e fa finta di fare cose.

Intramontabile Nanni.

Intramontabile ansia.

Se c’è qualcuno che legge ed è in preda a qualche paturnia:

  • Il lavoro portato a casa che devi finire.
  • Le faccende di casa che si sono accumulate in una settimana e non ne hai proprio voglia di far partire la lavatrice neppure stasera.
  • Il commento poco zelante e troppo personale che il tuo capo ti ha lasciato il minuto prima di staccare.
  • Una scadenza che sai non potrai rispettare.
  • Dei soldi che non potrai mai avere ma che devi trovare.

Insomma. Se sei lì, con braccia e gambe tutte mollicce e il sudore freddo.

Io, sono con te.

Amici di ansia, non siamo mai soli. Che le ulcere allo stomaco siano sempre con noi.

 

Vietato leggere all’inferno: promesse di recensioni importanti

Vietato leggere all’inferno: droga, sesso e 15rock’n roll…e…LIBRI.

Vietato leggere all’inferno è…

No. Premessa.

Avete presente quando cominci a leggere un libro col terrore che ti farà cagare?

Ecco.

Si chiama razzismo. Perché, io sono tra i peggiori lettori esistenti. Quelli pregiudiziali. Quelli che

“mi piacciono gli emergenti MA…”

  1. Se non hanno pubblicato con la Neo, non me li filo di striscio.
  2. Se me li propongono delle riviste, storco già il naso.
  3. Se escono solo in ebook, è sicuro che sono dei falliti. Si-cu-ro.

Ecco. Questo si chiama razzismo. Quello bello, quello tra intellettuali. E perché tutta questa premessona?

Vietato leggere all’inferno: Roberto Gerilli prende a calci gli intellettuali razzisti.

Tipo me, che mi sono messa buona buona, seduta col suo libro nel Kindle e…

CIAO MONDO.

Dialoghi pazzeschi, personaggi da serie tv americane (quelle uscite bene bene bene). Una distopia che però non ti martella la coscienza con messaggi morali pesanti quanto la pizza 4 formaggi e patateè possibile? sì, scrittori di distopie di tutto il mondo, è possibile

Nessun “occhio che, se continui a smanettare su internet, il mondo andrà a puttane OCCHIOH”

Vietato leggere all’inferno: perché non lo trovo in libreria?

Ma di che cosa parla?

Vietato leggere all’inferno racconta di un futuro che è il sogno di tutti gli studenti delle medie che devono esser interrogati su Pascoli: un mondo in cui è illegale leggere.

Promessi sposi? Al rogo! – sento le urla di orgasmo

E quindi chi legge? Drogato. Che idea eh?

vietato leggere all'inferno
spacciatori di libri che se li clicchi si ingrandiscono

Poi aggiungici milionarie idealiste col pallino di aprire case editrici e rivoluzioni.

Poi mettici un paio di tette assassine che stanno sul corpo di una killer lesbica.

Poi mischia tutto con un “libromane” svogliato, dal fascino inspiegabile -uno sfigato di quelli che ti fanno innamorare delle cause perse-.

Una trama che è piena di colpi di scena che incredibilmente funzionano senza farti dire: ok, questa l’avevo fiutata da pagina uno e l’hanno già fatto in millemilioni di libri. Insomma…

Vietato leggere all’inferno: una ricetta SFIZIOSA.

Uno di quei piatti strambi, che non avresti detto mai che poteva piacerti, pure un sacco, come quando mi hanno fatto assaggiare -UDITE UDITE- gli spaghetti burro e ketchup e…

mi sono piaciuti TANTO.

Poi però la finisco che, secondo me, da qualche parte, in una stanzetta piccolina col wi-fi, c’è Roberto –il nostro super autore ceh abbiamo già incontrato QUI– con la testa che sta esplodendo dall’ego. Fa bene, perché fare un libro intelligente e pure spiritoso è un’operazione che non sempre riesce.

MA.

Non nutriamolo troppo questo autore, che sennò poi… BOOM. Vi ho convinti? E se vi dicessi che è pure gratis, ci credereste? Trovate tutto su Speechless magazine che è pure una rivista proprio figa -GRAZIE Alessandra Zengo, GRAZIE-. Cioè, guardate anche solo le illustrazioni cazzo. Così, giusto per dirne una.

Ceeeeo.

Funne, una lezione di vita che giunge dalla Val Daone

Funne: un libro-film-documentario di Katia Bernardi.

Funne: le ragazze che sognavano il mare, è il titolo di un libro con una copertina fantastica.
cioè questa roba fantastica qua

La nonna addobbata per andare al mare è solo una delle tante che compaiono in questo libro bizzarro –bizzarro nel senso del wow– Questa bella storia, l’ho comprata perché ambientata in un piccolo villaggio inculato nelle montagne trentine. Perché amo le nonne -l’avrete notato già da QUA– e perché l’autrice è una giovanissima con due palle quadrate e… una cuffietta gialla. 

Funne, che vuole dire ragazze

che vuol dire avventura e forza di volontà. Io il libro l’ho divorato e poi ho deciso di fare una cosa: intervistare Katia Bernardi e la sua cuffietta gialla. Katia è lei:

funne

Una persona fantastica, iper attiva, una donna che non solo ha avuto una trovata geniale, ma l’ha pure concretizzata. E ora…
Ma facciamocelo raccontare da lei.

Katia, ci parli un po’ di com’è nata questa storia bellissima delle Funne? 

Ho incontrato le Funne e il circolo Rododendro circa tre anni fa, ma conoscevo già la Val di Daone per averci realizzato diversi lavori, in particolare un documentario del 2011 intitolato “Gli uomini della luce” dedicato alla storia dei grandi impianti idroelettrici costruiti nel dopoguerra. Gli uomini della luce altri non erano che i mariti, ormai quasi tutti scomparsi, delle mie Funne. L’idea era quella di raccontare questa valle al femminile e il destino ha voluto che le incontrassi proprio in occasione del ventennale del circolo. Volevano organizzare una gita speciale, diversa dalle solite… E poi intervistandole ho scoperto che molte di loro non avevano mai visto il mare.
Cosa che per me, sardaccia, è strabiliante. –non aver visto il mare– Già così hai ottenuto tutta la mia attenzione.
Allora, potresti dirci come si è concretizzato il progetto? Tra interviste, libri, film…

Qual è stato il processo che ti ha portato alla realizzazione delle “Funne“?

Dal punto di vista produttivo, il progetto è nato piccolo piccolo e non avevo idea che avrebbe preso le dimensioni attuali. Sono partita io, da sola, con un soggetto scritto in un momento in cui anche per me era importante sognare di inseguire una nuova felicità.
E’ cresciuto poco a poco, fino a ché, grazie al crowdfunding con il quale le Funne sono sbarcate nel mondo dell’Internèt, la storia delle mie nonne è diventata inaspettatamente virale. A quel punto a Daone è arrivato chiunque, dalla Rai a Mediaset, da Radio Vaticana alla BBC. E proprio dopo aver sentito un servizio alla radio in Inghilterra, un editor di Mondadori mi ha chiesto di scrivere il libro delle Funne.

Funne: cavoli. Sembra una bella favola, ma, soprattutto, una crescita pazzesca.

E non solo una cosa esponenziale, ma una cosa trasversale: essendo qualcosa che ha finito per coinvolgere più mezzi (da internet appunto, al cartaceo, alla televisione col film), quale dei lavori ottenuti dall’idea originaria, ti ha soddisfatto maggiormente come “prodotto finale”?
Difficile rispondere: ciascuna delle declinazioni del progetto – film, libro, pagina facebook – è una forma di racconto autonoma e interdipendente al tempo stesso. Dal momento che di lavoro faccio la regista, il film è ovviamente il mio mezzo, anche se si tratta della prima volta che mi dedico al genere commedia. Il libro invece è la mia favola personale: nato per caso, senza che nemmeno sapessi di avere questo desiderio, è stato un luogo di serenità e sperimentazione dove ho potuto giocare con le parole in totale libertà, senza aspettative. Nel libro ho potuto divertirmi a scrivere tutte quelle scene che per motivi produttivi non sono potute finire nel film. E questo per un regista è un regalo davvero prezioso.
Benissimo. Diciamo che per un libro che è stato scritto “senza aspettative”, ti è uscito un ottimo lavoro.

Funne: un film, un libro, una storia DA VEDERE, DA LEGGERE.

Un libro perfettamente allineato con la qualità dell’intero progetto.
Siccome sei stata troppo brava e io, come sempre, sono la scema del villaggio, arriva la domanda del blog: e la pasta col tonno? Ti piace?
Pasta al tonno abbastanza. Diciamo che sono piu da carbonara. O da tortelli con zucca. O canederli.
Beh… effettivamente la pasta col tonno la vedo più come una roba da terroni e isolani. I canederli sono una valida alternativa, per te la faccio passare.
Non mi resta che farti un ringraziamento supersonico, perché sei la prima donna ad esser stata intervistata dalla sottoscritta. Perché sei la prima donna che, nonostante i suoi mille impegni che manco Gesù se ne sarebbe capacitato triplicandosi, mi ha concesso un’intervista bella.
E poi, grazie perché il libro, la sua storia, è innanzitutto una fonte di ispirazione.
Stop alle lacrime su “Leggici perché“, abbiamo letto Katia Bernardi. Seguitela, perché viaggia col suo film.
Che tutti noi possiamo diventare delle funne come lei.

San Valentino alternativo, perché non lo è nessuno, mai.

San Valentino e le cose tra innamorati.

san valentino
SEMPRE IN AMICIZIA

San Valentino che c’ha tirato addosso sta croce/maledizione per vendicarsi che l’abbiamo ucciso. Un personaggio che porta rancore –molto poco cristiano da parte sua-

San Valentino e le sue calorie esplicitamente servite su un piatto a forma di cuore. San Valentino e il cioccolatino. San Valentino e le cene al ristorante che le devi prenotare dieci giorni prima e pure chiedendolo in ginocchio.

E, a proposito di ginocchia: qualcuna si aspetta pure la propostona.

san valentino

San Valentino: io un articoletto ce l’avevo già bello pronto il 14.

E lo trovate subitissimo a sto link.

Siccome io di San Valentino sono un po’ stufa -di vederlo, di parlarne, di scriverne, di leggerne, di VIVERLO– vi vorrei parlare di qualcosa di alternativo.

Tipo che cosa fosse San Valentino prima che – per citare la mia zietta burlona– MI SPUNTASSERO LE TETTINE.

Per me, San Valentino è stata da sempre una festicciola piacevole quanto il succo di arancia finito sotto l‘unghia ferita.

AAAARGH

Come mai questo infinito idillio tra me e questa giornatona?

No. Non erano i piccoli problemi di cuore a frantumarmi i c————

Mia sorella si chiama Valentina. Non c’è stato mai un parente che non le abbia fatto gli auguri per l’onomastico. Eh vabeh, fin qua me medesima poteva ancora esser comprensiva. San Valentino è una data che difficilmente si scorda… è una bambina, facciamole tanti auguri.

SAN VALENTINO: poi però lei si beccava pure i regali.

E IO NO.

Il mio nome non gode di baci perugina e cuori di Raffaello. Per cui, spiegatelo voi a una bambina che, sua sorella, stessa età, stessa faccia, stessi doveri e diritti… riceve auguri e bamboline.

MENTRE

il 28 ottobre, San Simone, povero sfigato di sempre come la sottoscritta, non mi porta altro che SILENZIO.

E i miei regali? E i miei auguri?

Fine della breve storia triste di Mezzi-Valentini.

SAN VALENTINO: una guerra perenne.

Cambiano i motivi, ma sempre una giornata di cazzo rimane.

N’est pas? 

Sanremo 2017: fiori canzoni limoni lotte femministe

Sanremo 2017: potevo risparmiarci questo post? Sì. Ma, siccome

Sanremo è Sanremo e io ho questo prurito, dietro la testa, che mi dice: ma che, sei scema che non fai la patriottica in questo momento importante?

Mica vorremmo parlare solo di terremoti e disgrazie mandate giù dal cielo?

CIELO, GIAMMAI.

Sanremo 2017: non lo sto seguendo se non sul pc.

E qui mi sento di ringraziare tutto il famigerato popolo del web che si sente di tenermi aggiornatissima sugli eventi. Qua a Tenda non sanno manco cosa sia il festival di Sanremo –vorrà dire qualcosa?-

Poi mi ripiglio e penso che, qualsiasi nazione ha il suo Sanremo. é che non l’ho ancora rintracciato.

I’m working on it. 

Sanremo 2017: cosa ho capito fino ad adesso.

Maria De Filippi ha preso i suoi soldi e li ha dati a quelli più sfortunati. Una specie di Robin Wood, ma lei è la De Filippi: maestra della mia adolescenza, mi ha insegnato l’umiltà nell’accettare le proprie debolezze.

Cioè: sì, mi piaceva guardare Uomini e Donne.

Facciatevene una ragione.

De Filippi e umanità: che bel binomio per iniziare.

Poi che si è pure limonata Robbie Williams, realizzando il mio sogno segreto delle medie quando, da dentro una vasca in una fattoria mi cantava… I just wanna feel

Che c’avrà la De Filippi più di me, Robbie. Vengo a Sanremo a cavallo?

Altra cosa che mi ha punto gli occhi.

Questa signorina qui:

sanremo 2017
Diletta Leotta che, ammetto, SConoscevo

E il suo vestito. E la sua scollatura. E il fatto che noi donne proprio siamo delle troione invidiose.

Sanremo 2017: confermone scooppissimo. Noi donne siamo le peggiori nemiche di noi donne.

Perché almeno un uomo, scommetto, quando ha visto questo bel pezzo di gnocca strizzata in pochi metri di stoffa ha pensato ad una sana scopata. Ok. Forse non la cosa migliore del mondo, va bene, ok. ok. ok.

MA.

Io le cose da troglodita me le aspetto da un uomo in erezione. E che problema c’è?

Ma poi arriva la Miss Caterina Balivo, con la sua faccina acqua e sapone che conturberebbe più della metà della popolazione giapponese e che fa?

Ci infila tutti dentro una macchina del tempo farlocca dritti verso gli anni ’50.

Sanremo 2017: vi piacciono i grembiulini e servire la cena calda?

Spero di sì. Perché,- se hai le curve tutte al punto giusto e ti va di mostrarle in tv –sai com’è, noi ci infighettiamo per andare in osteria col moroso, cosa fareste voi se doveste andare in tv?

ve lo dico io: il primo istinto sarebbe di somigliare a lei-

-e pure il secondo-

Dicevo. Se hai due poppe come Dio comanda e il vitino da vespa e la chiomazza bionda da Re Leone… beh… sappiate che non avete più alcun diritto di dire cose intelligenti.

Che poi, intelligenti.

Diciamo di dire cose che vadano contro  il pregiudizio tu sia solo gnocca.

Sanremo 2017: CAZZO C’ERA PURE KEANU REEVES

E, sappiatelo, lo amo anche e soprattutto per film osceni che trovereste solo nelle rare sopravvissute sale a noleggio di film in dvd.

Provare per credere, un titolo per tutti: Hardball

E, sappiatelo, lo amo al punto che forse sono stata l’unica adolescente al mondo a farsi scaricare l’intera discografia del suo imperdibile gruppo musicale, in cui, suonava il basso.

come mai ero una sfigata al liceo? Ascoltavo gruppi di tendenza come i Dogstar

sanremo 2017
cioè loro. cioè lui. che si è messo pure dietro.

Tutto ciò mi fa affermare solo una cosa: 

Mi manca esser in contatto diretto con la televisione italiana. Molto. 

Forse sarà che sono bionda e ormai la ricrescita mi sta tradendo.

Sanremo 2017 i miss u.

Netflix dà. Netflix toglie. (ma, soprattutto toglie)

Netflix, o il nuovo modo di uccidere la vita reale.

Netflix, lo diranno in molti, è la soluzione di questi anni duemila alla solitudine. Tu ti piazzi col tuo bel pc, o il tuo bel tablet, o il tuo telefono grandezza tv e ciao.

Il mondo delle serie ti si apre magicamente sotto gli occhi e poi te li fa sciogliere brutalmente dopo ore e ore di visione ininterrotta.

se non esistono ancora, dovrebbero brevettare delle poltrene dal design hipster-retrò-vintage-gnegne con un bel buco direttamente collegato alle fogne

Cioè insomma fai la vita del koala.

netflix
ooooh sì.

L’eucalipto è la nuova stagione consigliatissimissima. Puoi cagare comodamente stando seduto.

se qualcuno della Netflix mi dà retta eh

sennò, sapete cosa fanno i koala? mica si alzano per andare in bagno-

Immagina. Puoi.

Netflix: ci ha resuscitato persino il Muciaccia.

Eh sì, perché, come molti smanettoni avranno già visualizzato, abbiamo pure una fantastica pubblicità della Netflix che, brillantemente, ricicla uno dei personaggi chiave della nostra infanzia.

Con la sua abbondante colla vinilica.

Il Conte Olaf può celarsi dietro la persona più insospettabile. #ASOUE

Pubblicato da Netflix su Mercoledì 1 febbraio 2017

E allora di che cosa mi lamento? 

No. Non ho nessuna intenzione di essere quella che si assume l’ennesima crociata contro questi nuovi modi di alienazione dei giovani, che non sono più attaccati alla televisione solo perché hanno cambiato il tipo di dipendenza.

No. Non voglio in alcun modo essere quella che non ci sono più i valori di una volta, i ragazzi non giocano più a pallone all’aria aperta, la socializzazione e i rapporti umano stanno andando in vacca.

Cioè nessun allarmismo moralista tipo:

Netflix distruggerà il mondo.

Può darsi pure eh. Tutte cose vere verissime. 

E STI CAZZI?

Io sono tra quelle che –lo so che ci siete, anime in pena con difficoltà di connessione– vorrebbero che l’apocalisse fosse più stabile sul proprio divano.

Netflix, nuovo metodo di rincoglionimento e sociopatia.

PRENDIMI. SONO TUA.

 Io sono tra quelle che, persino in un mondo iperconnesso in cui tutti sono preoccupati per la demenza giovanile…

HA PROBLEMI DI CONNESSIONE.

Netflix: la storia d’amore non corrisposta.

Come tutti i fuori sede con zero lire in tasca (perché poi, quella che ho è pure bucata), non mi posso permettere netflix.

Una mia adoratissima amica, che è sempre la linguista di cui ogni tanto sento le voci nella testa -vedi qui– mi ha fatto il dono più prezioso di tutti: condividere con me il suo account.

MA.

Netflix mi ha friendzonato.

E funziona di merda quando sono in mezzo alle montagnole innevate, o, alternativamente, in monolocali dotati di tirchissime chiavette internet che manco se fai la danza dei giga ti aiutano a drogarti.

Vorrei, vorrei davvero con tutte le mie forze, avere la lingua in terra e una pozza di bava sotto le scarpe, perché non riesco a staccarmi dall’ultima puntata di Modern Family.

Vorrei con tutta me stessa lobotomizzarmi e far parte di quel gruppo di gente cool che scrive su fb “non leggo più molto da quando ho netflix“.

Invece no.

Manco nel gruppo dei netflixiani posso mettermi. 

Vado a farmi una passeggiata.

Sotto la pioggia.

Senza l’ombrello.

Come i veri vecchi fanno.