Pasqua dal cinese senza pipistrelli al Coronavirus

La Pasqua più bella della mia vita l’ho passata ad inseguire una cinquecento bianca sulla strada per il mare.

2020 senza testine d’agnello. 2020 senza proprio l’agnello. Questo perché pensare di andare a fare la fila al supermercato con un pezzo di stoffa a caso da 6 euro sulla faccia, mi fa pensare alla morte. Una simpatica associazione di idee che ultimamente mi fa venire capogiro mentre sono in fila per entrare al Lidl. L’ispanica che sta dietro di me a tre cm di distanza se ne fotte, è al telefono lei. Se ne fotte.

Non ce l’ho con gli ispanici, anche se stanno sempre al telefono, persino durante una pandemia e siamo tutti a testa china aspettando il nostro turno e nella mia testa appariamo come personaggi di un romanzo di Orwell.

Ce l’ho però con chi mi sta appiccicato addosso. Questo, sempre, di norma. Se poi la vicinanza altrui significa la possibilità di morte, mi si girano proprio i coglioni.

Pasqua, sì, aspè, torniamo indietro

Ok, questa Pasqua decisamente sarebbe da mandare avanti come facevo con le parti della Biancaneve della Disney in cui compariva la Regina, oppure nella Bella e la Bestia quelle in cui compariva la bestia…insomma, saltando più della metà dei cartoni animati.

Datemi un telecomando e forse non lo userei per mandare avanti alla prossima Pasqua (che, sai, al peggio non c’è mai fine e chissà che quella del 2021 non porti qualche altra evoluzione simil horror a quest’ultima).

E quindi premerei il rewind verso quella Pasqua lì, la migliore, in cui ci siamo messi a inseguire una cinquecento bianca che sembrava aver in corpo un motore da formula 1. E ci distanziava, impossibile a crederci, ma la vedevamo allontanarsi sempre di più, con la velocità di un Beep Beep dopato di Red Bull.

Eravamo in tre: io, mia sorella e il mio migliore amico

La macchina era sua, com’era sua la patente. Cercavamo di fuggire la solita Pasqua a casa di parenti a sfondarsi di cibo senza goderselo neppure troppo. E così ci siam detti: dove si fa una Pasqua alternativa, senza che nessuno, fondamentalmente, rovini il nostro stato di adolescenti infelici/incazzati in modo romantico?

A Pasqua dal cinese

In un periodo in cui quel ristorante era diventata la nostra seconda casa, con tanto di scambi di informazioni su bambini rispediti in Cina dai nonni e foto di calendari di pupi truccati da zucca, non potevamo certo mancare la santa ricorrenza.

Sarà aperto? Ci siamo chiesti per un secondo. No, meno.

Certo che erano aperti: che cos’è la Pasqua se non l’apostrofo rosa tra la parola “involtino” e “primavera”?

Ci siamo seduti, siamo stati accolti meglio di quanto non avrebbero fatto a casa nostra e hanno preso le nostre ordinazioni. Antipasto, primo, contorno, secondo e… gelato fritto.

Chiariamo subito: non è cinese senza il gelato fritto.

Quello era il tempo in cui né io né mia sorella ci mettevamo problemi di linea e si mangiava allegramente e con gusto. Non abbiamo lasciato testimoni e la doggy bag non era qualcosa di lontanamente esistente: il solo pensarlo era un attacco alla nostra giovinezza. Piatti vuoti, pance piene. La domanda al cassiere che il mio amico gli ha rivolto con l’ingenuità di chi non ha ancora mai sudato uno stipendio:

Mi scusi, ma voi non chiudete almeno per Pasqua?

E la risposta di quell’uomo tondo con gli occhi sottili che mai abbiamo potuto decifrare, come fosse un messaggio lanciato dal fantasma di un Confucio sbronzo. Irripetibile. Eravamo in tre ad ascoltare: mai capita.

Su via a continuare la Pasqua su 4 ruote in una strada senza lampioni e la sola luce dei nostri fari e dei fari di quella cinquecento bianca che era ancora più lontana più diventava buio.

E io mi ricordo di noi tre che ridevamo solamente, perché ci sembrava incredibile che ci ritrovassimo insieme in un’auto, ancora non adulti ma abbastanza grandi per non stare seduti a tavola e da cambiare marcia su una strada verso il mare durante una festa che non ci importava veramente se non per il fatto che non facevamo scuola e potevamo mangiare cioccolato e prenderci la sorpresa.

E io mi ricordo di noi tre che avevamo le lacrime agli occhi, perché il cioccolato e la sorpresa non ce li eravamo presi ma eravamo diventati custodi di una perla cinese che non avremmo mai capito neppure anni dopo. Ed eravamo come sbronzi senza aver bevuto e inseguivamo quella piccola cinquecento bianca che non si sapeva dove stava andando e neppure noi, con lei davanti, sapevamo nient’altro che quella giornata era solo nostra, nostra soltanto.

Lontani dal 2020, niente testina d’agnello, niente agnello del tutto. Più avanti mi ricorderò di aver avuto paura di andare a buttare la mondezza al piano terra perché continuavo a vederci la macchia di sangue del ragazzo che si è buttato di sotto e poi cominciare a starnutire e pensare che muoio, sì muoio, perché è così che succede quando ti azzardi anche solo ad aprire la finestra.

 

Effetti collaterali

Stamattina sono andata in Piazza Duomo, a Milano. Ci son passata dallo schermo, seguendo l’occhio della telecamera del giornalista che, da settimane, passeggia per le strade in caccia del silenzio, del vuoto, dell’assenza. Anche oggi poche tracce di esseri umani. Ci fossero gli zombie, gli metteremmo la mascherina e chiederemmo l’autocertificazione.

A me la calca di quei posti non è mai piaciuta.

Guardando la tv, nei primi giorni che ci siamo “goduti” in Lombardia più che altrove (prima che nel resto d’Italia), mi è sembrato di esser piombata in uno di quei film di Italia 1 in cui la protagonista desidera in un momento di difficoltà che il mondo scompaia/di cambiare vita/di aver scelto di salire su quell’aereo/di cambiar sesso…ed ecco qua.

Ti svegli con Piazza Duomo deserta. Con i navigli il sabato sera, sgombri.

E poi sono cazzi tuoi. Devi passare il resto del film in caccia della strega/fatina/babbo Natale che ti ha lanciato l’incantesimo. Per il momento, sono condannata ad aprire i siti online di qualsiasi brand d’abbigliamento, mettere nel carrello una spesa minima di 100 euro e poi chiudere tutto.

Per ricominciare compulsivamente un’ora dopo.

E se per caso starnutisco, penso di esser morta.

Stamattina il giornalista ha beccato il solito silenzio che gira da settimane. Nulla di nuovo. Cosa ci vuole trovare, il Coronovirus che pascola alla ricerca di qualcuno da influenzare?

Coronavirus l’influencer del 2020

La gente si dà appuntamento sui terrazzi a suonare, a cantare, a guardarsi. Riprende tutto sui social. A me non interessa molto la questione di questa ritrovata socievolezza, figlia di una solidarietà temporanea che tra qualche mese, tornerà a vederci più diffidenti e intolleranti di prima.

per inciso, le stesse persone che hanno scoperto la Patria sul bancone, se poi uno gli frega l’ultimo sacchetto di Nutella Biscuits al supermercato, sclera e alza la voce

No, a me interessa la donna (o uomo, non riesco ancora a capirlo dal terzo piano) che da qualche sera ha iniziato a fare avanti e indietro sotto casa. Dove stanno i garage, chiusi, una decina di minuti passeggia dentro questo piccolo cortile interno. Come se dovesse raggiungere la soglia minima accettata dal contapassi nel telefono.

Porta una sciarpa fino al mento e indossa una busta della spesa vuota, a mo di borsetta, infilata nella spalla. Nella mano una sigaretta che ogni tanto scrolla e ogni tanto porta alla bocca. Non c’è nessuno alle finestre di tutto il condominio, tranne me, che riprendo questo strano rito serale di una persona che, fondamentalmente, ha bisogno di stare fuori.

Stare a casa non è una tragedia, ovvio

Ma sarebbe più bello se tutti possedessimo un loft al quarto piano con terrazzo a vista e vetrate al posto di piccole finestre, come quelli che abitano nella via accanto alla mia e che illuminano la notte a 300 metri dal mio naso.

Sarebbe più bello se tutti avessimo la sala fitness a disposizione 24h su 24 dietro la camera da letto come Fedez. Saebbe più bello se tutti avessimo a disposizione la casa al mare che se ti affacci respiri lo iodio e non il contagio.

E invece

Siamo solo quelli che si sporgono da un rettangolo sulle pareti di edifici altrettanto squadrati. O appiccicati ai rettangoli col digitale terrestre. Con la vista limitata da quello che siamo riusciti a costruire fino a prima che un virus fermasse tutto. Dicono che ora è il momento di scoprire tutto quello che avevamo e che ci era concesso. A me sembra invece di accorgermi di tutto quello che mi è mancato sino ad oggi. Di quel poco che avevo e di quello che mi rimarrà dopo che anche questa sarà passato.

E se starnutisco, penso di esser morta.

A noi che non ci siamo inventati ieri la solitudine e l’introversione, resta la sensazione alla Gattopardo: e tutto resta uguale e tutto è cambiato. Questo gioco di prestigio lo diranno gli altri, che cosa ci ha lasciato. Senza sapere però di quella persona che alle 20.30 trovava rifugio in 4 passi fatti da sola, il tempo di una stecca, e non esser visto quasi da nessuno.

Non raccontate quello che posso vedere, ma quello che non volete che gli altri vedano dietro le finestre. Quello che fate quando c’è solo la luce elettrica e buio. Delle docce che avete dimenticato di fare per giorni, del cibo spazzatura che avete ingurgitato per far andare più veloce il tempo, della puzza di sudore dei vostri pigiami, della pila di piatti ad ammollo con rimasugli a galleggiare nell’acqua.

Di tutti i libri che in realtà non avete letto perché la scusa del tempo che non avevate non è mai stata vera. Di tutti i libri che ordinate su Amazon o nelle piccole librerie indipendenti, per stare meglio e occupare un pezzettino in più del vostro spazio.

Perché siamo ancora gli stessi (stronzi, solitari, festaioli, misogeni, misantropi, iperattivi, ottimisti, depressi, razzisti, illuminati, poveracci, ricconi, perfezionisti, pigroni, stakanovisti, ansiosi, easy peasy) di gennaio.

Solo che se starnutisco, penso di esser morta.

E questo ci spaventa o ci consola?

Paolo Pecere, Risorgere: come viaggiare senza Ryan Air

Siccome si parla molto della questione delle bookblogger e di quanto siano carine e di quanto siano carine le tazzine, le tovagliette, la mise en place, le copertine –tutto carino, bellino, a modo– allora diciamolo subito. Non possiedo cose carine, non sono carina e non renderò la copertina di “Risorgere” di Paolo Pecere più instagrammabile per strizzare l’occhio a qualcuno.

Scusami Paolo. Lo so che magari a te interessa esser messo in mezzo a cose carine: non è che non te lo meriti. Ma mettiamola così: Giggly puff non potrà mai avere la faccia quadrata.

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Paolo Pecere: Risorgere, che c’è da dire?

Innanzitutto questo è un libro per tutti coloro che hanno intenzione di farsi un praticissimo viaggionel tempo, nello spazio, nelle culture-. Facciamo un bel salto da Roma a Berlino, dal Tibet alla Cina, passando in mezzo all’Africa –non ci facciamo mancar niente -.

Insomma se, come me, siete cresciuti a Kinder cereali e Jules Verne, questo è il vostro sbocco naturale.

Marco e Gloria che si amano, ma non si amano

Si toccano, ma non si toccano. Si spostano ma restano fermi, finiscono a mangiar cracker dentro un dirupo, leggono libri a voce alta la sera invece di guardar Netflix, suonano il violino, non pagano l’affitto, convivono, deperiscono, si abbuffano di alcol e riso, giocano d’azzardo, conoscono il freddo assoluto dell’Himalaya e il caldo terribile romano.

Non tutto nell’ordine che ho esposto.

Paolo Pecere sa tutto e non ho capito come

Inizialmente, leggendo il sunto del libro, mi son detta: oh Signore, ma come fa uno a parlarmi della Cina di piazza Tienanmen senza averlo vissuto? In realtà, come fa uno a raccontarmi una storia così sparsa nel mondo, in maniera convincente?

La risposta è che non lo so. Anzi, la risposta è che avevo già messo una croce sopra a Paolo Pecere, relegandolo nell’angolino degli autori che ci hanno provato e non ci sono riusciti del tutto.

Invece Paolo Pecere mi fa ricredere

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E l’unica spiegazione che mi son saputa dare è che, quando uno è bravo, sa portarmi anche a familiarizzare con un padre cinese, Chen, rivoluzionario, poi imprenditore, poi giocatore d’azzardo e infine, guru tibetano. Mi fa avvicinare a una ragazza ibrido tra Italia, Germania e Cina. Mi fa voler bene a un Marco che ha come unica colpa quella di essersi irrimediabilmente innamorato di una straniera.

E, alla fine, mi fa pure dispiacere -ma non vi dirò perché, non posso fare il lavoro sporco, leggete-.

Risorgere, con Paolo Pecere, è possibile

Più che altro perchè, il bello di un libro come il suo, è che alla fine la trama è solo una scusa per sapere molto altro. Per entrare in connessione con tempi e mentalità davvero lontane, che un lettore medio ignora. E che, un lettore medio, vorrà approfondire.

Il libro di Paolo Pecere è tipo le ciliege: cominci con uno e poi ne vuoi leggere altri cento. Cosa che, probabilmente, avrà fatto lui ben prima di darlo in pasto a una non bookblogger come la sottoscritta. Che tra un po’ prendeva appunti su un taccuino per andare poi a cercare manualoni sulla storia della Cina e fare la brava studentessa tra i banchi di scuola.

Insomma, volete avventura? La troverete.

Volete amore? Non manca all’appello.

Desiderate conflitto tra generazioni? Presenti.

Mollate tutto e andate a comprare il libro con cui iniziare il nuovo anno.

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Di Michele Vaccari, Un marito, Milano, l’anarchia e il trauma post-traumatico

La fatidica-mortale-asfittica-inevitabile lista de “le letture migliori dell’estate“, per fortuna è passata. Un po’ meno piacevole pensare che le vacanze siano finite –per chi le ha avute-, ma adesso mi sento libera di scrivere di un libro senza che la gente si precipiti a comprarlo per mostrare la copertina sotto l’ombrellone –poi magari non arriva manco a pagina 8– . Di che cosa sto parlando? Un marito, Michele Vaccari.

Che, per altro anche volendo fare gli splendidi, non è proprio il libro che consiglierei di portarsi a 40 gradi all’ombra con la sabbia tra le chiappe.

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Un marito allora, è brutto?

E no cari. Non è quello che volevo dire. Per me esistono i libri che non valgono un cazzo, quelli che sono bellini e passano e poi quelli che ti hanno detto qualcosa per davvero.

In quest’ultima categoria non possono starci i libri che porterei dentro la sacca per il mare a prendere sale e umidità. Che sono pure letture sacrosante –non si può sempre vivere di robe intelligenti, sennò ci si fonde qualche circuito– ma non hanno niente a che vedere con Un marito.

Non so che cosa dica di me, ma la storia di Un marito è una delle storie d’amore più belle di sempre

Ora: chi ha già letto il libro starà spedendo un’ambulanza a casa mia con i documenti per il trattamento sanitario obbligatorio. Chi non l’ha letto, ha un motivo in più per andare in libreria o ordinarlo su Amazon e controllare quale tipo di disturbo io abbia.

Michele Vaccari invece starà sputando sul suo pc, nella speranza che la sua saliva mi arrivi in qualche modo alla Black Mirror direttamente nel mio occhio.

Come scusa? Starà dicendo: una storia d’amore?

Ma io mi faccio il culo per descrivere un male cronico sociale e tu mi tiri fuori la storia d’amore?

Provo a spegnere le ovaie. 

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Un marito è una bomba

Anche qui non voglio spoilerare niente, se c’è qualcosa da spoilerare. Ma io ci ho messo un po’ a digerire lo switch nella trama. Mi ero già preparata e accoccolata nel racconto di due abitudinari, facendomi crescere i peli sotto le ascelle in serenità. Pensavo: ok, mi vuole far vivere un po’ di mediocrità umana. La conosciamo tutti, è confortante. Affezioniamoci.

BOOM

Poi Michele Vaccari mi ha fatto il secondo scherzetto. Dopo la prima botta infatti, ho commesso lo stesso errore da ragazzetta che legge piccoli brividi alle elementari: bella questa svolta più cupa, con il personaggio che fa una caduta degradante a metà tra Breaking bad e Trainspotting.

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Ci piace questo nuovo Ferdinando, con qualche rotella fuori posto che punta i piedi per terra per restare ancorato alla realtà. Sono un po’ pazza anch’io e sarei disposta a credere agli alieni pur di non dire addio a nessuno… ci sto. Ferdinando, un marito, ti seguo fino al in fondo.

E invece, Un marito diventa un altro libro ancora

Senza neppure il tempo di buttarmi nell’anarchia, arrendendomi al terrorismo che colpisce piccioni, turisti giapponesi e rosticceri genovesi democraticamente,  sono già alla fine del libro.

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Una fine che. Cazzo.

Tre volte. Non capita spesso di esser spiazzati tre volte mentre si legge un libro. Non a trentanni suonati e qualche lettura alle spalle.

Aprite i portafogli, comprate, leggete.

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w l’anarchia.

 

Chilografia: il peso delle parole di Domitilla Pirro, mette fame

Grazie a Dio ci sono quei libri che divori in pochissimo tempo. Lo stesso che manca ogni giorno di più appresso alla vita da adulti –sveglia, lavoro, spesa, bolletta, sveglia, lavoro, spesa, bolletta – e che per fortuna lascia degli spazi per leggere. Leggere davvero, qualcosa di significativo, tipo il libro di Domitilla Pirro –che da ora mi piacerebbe chiamare solo Domitilla, perché la sento vicina Chilografia.

Un libro che già mi aveva colpito per il titolo, essendo io, una delle tante che misurano la propria vita in base ai numerichili, calorie, taglia XS -. Un libro che è stato esattamente quello che mi aspettavo che fosse: il racconto di una fame che nessuna pizza wustel e patatine potrebbe risolvere.

Chilografia: per i forti di stomaco

Quando l’esistenza di una persona gira attorno al frigo e alla bilancia puoi smettere ufficialmente di essere un essere umano. E’ il percorso di ingrandimento di Palma, protagonista rotondissima di Chilografia. La quale, etto dopo etto guadagnato a fatica per far star zitte le storture che porta più in fondo del suo apparato digerente, diventa Palla.

Così la chiamano tutti.

Così la leggiamo anche noi. Una sfera perfetta di ragazza che sa affrontare le cose in una maniera sola:

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Ma quando guardiamo i ciccioni di Real Time, ci chiediamo: come cazzo ci sono finiti così?

Personalmente è una domanda che rivolgo a me stessa ogni giorno. Ma questo è meno interessante –fun fact: il mio cognome SPISSU mi ha sempre attirato contro frasi profetiche tipo: nel senso che sei SPESSA? E il passaggio a GRASSA è stato brevissimo

La cosa davvero figa è che Domitilla – ciao amica– è stata precisissima nel farci vedere come una bambina perfettamente normale –può esser tua sorella, può essere tua figlia, puoi essere tu tra qualche anno – è capace di perdersi dentro una dispensa.

Può decidere di annullarsi sotto tonnellate di ciccia. Chilo su chilo. E farsi una bella corazza naturale.

Chilografia: perché se devo morire lo farò con le mie mani

E non per il vuoto cosmico che a un certo punto qualcun altro ha aperto dentro di me. Non certo perché altri lo hanno deciso per me. Tanto meno, MAI, morirò per amore.

Io i sentimenti non li provo. Li mangio.

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La cosa che più mi ha colpito di questo libro –a parte il riferimento agli scout, uno dei periodi più terrificanti della mia esistenza – è che Palla, per quanto insista a diventare una macchia gigantesca individuabile dallo spazio… nessuno la vede per davvero.

Non sua madre, non suo padre, non sua sorella nè, tanto meno, il suo compagno. E’ come se fosse il contenitore degli sguardi degli altri. Palla è piena dello schifo degli altri.

Chi è Palma?

Forse lo capiamo solo alla fine, quando sbrana il suo intero universo, pur di non esser più ingozzata dalle proiezioni altrui. 

Sai che c’è? Saremo pure frigo-dipendenti con la cellulite sui mignoli dei piedi. Ma voi non avete capito un cazzo. 

Per tutti quelli che non riescono a vedere, a conoscere, le Palme di tutto il mondo, perché ci colgono solo i contorni di una Palla con cui giocare: attenzione. La fame fa fare brutte cose. 

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La gente non esiste: ma Paolo Zardi sì e noi ne saremo sempre grati

Stavo andando al supermercato. No, aspetta, ricominciamo. Mi stavo trascinando verso il supermercato, per comprare del sale fino. Caldo anche alle 8 di sera e stanchezza a millemila. Il solo compromesso che ho trovato per non soffrire troppo, è stato quello di andarci in ciabatte e –udite uditesenza reggiseno. Ecco il contesto. Nel mio lungo cammino verso il Lidl, un simpaticissimo signore mi fa: ehi bella signorina, bella fresca! –blink blink– Mentre, in fila alla cassa, due giovanissime chiaramente ridevano di me. Ecco. Il mio odio per la gente ha cominciato a scorrere potente quanto il sangue il primo giorno di ciclo.

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Poi è sopraggiunto l’effetto “Zardi“. Quella sorta di panacea che spegne ogni istinto omicida verso il prossimo, recuperando le parole di un autore che, la gente, non solo la sopporta. Ma la ama.  Una morfina che ti mette in contatto con le briciole di innocenza rimaste dentro di te.

Le stesse che i blink blink di uomini simpaticissimi, abbattono ogni giorno.

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La gente non esiste, perché esistono le persone

Ecco una sottile differenza che Paolo Zardi mi ha insegnato bene nella sua ultima raccolta di racconti che, se non si era ancora capito, porta proprio il titolo “La gente non esiste” -virgolettato è chiaro chiarissimo-.

Pagina dopo pagina è stato come se io fossi stata sottoposta a un’operazione chirurgica agli occhi, alla fine della quale avevo recuperato totalmente la vista. Ho iniziato a vedere quello che, prima di avere tette mosce senza reggiseno, notavo per la strada: gli uomini e le loro vite.

Quei particolari di cui nessuno si interessa mai tipo: ma quando rientrano a casa loro, c’è qualcuno ad aspettarli? Dovranno anche loro trascinarsi a comprare il sale fino? Ordinano schifezze su Justeat, porzioni per tre persone da consumare in solitudine?

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In definitiva, sono come me?

Sarà Facebook, ma tutti sembrano ormai eccezionali, frizzanti

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Per questo i gesti quotidiani che prima mi affascinavano, hanno finito per nausearmi: niente di romantico nell’ennesima stories sulla riunione di famiglia attorno a tavole piene di cibo. Solo foto instagrammabili.

Il mondo, la gente, io ormai li vivo così: fuori dai social, qualcuno che vuole solo insultarmi o aprofittare di me in qualche modo. Dentro la rete: esibizionismo, filtri bellezza e panini che non sono più panini, ma status simbol.

La gente esiste talmente tanto che, alla fine, non esiste proprio

Nel senso che non so più quando cominci a vivere. Con i racconti di Zardi invece, il recupero di quello sguardo nostalgico verso le abitudini familiari, le situazioni più comuni, è totale. –bello come ha descritto un panorama estivo al mare che, personalmente, conosco proprio bene e quella sonnolenza al caldo, con il sale sulle braccia

Commuove.

Soprattutto, accende una speranza

Perché, dopo aver ricevuto le occhiate del simpaticissimo signore, dopo aver fatto ridere le due giovanissime… ho chiuso la porta di casa e mi sono riletta uno dei racconti meglio riusciti. Dove un osservatore, dentro una delle tante catene di hambuger e compagnia cantante, si affeziona a una famigliola seduta al tavolo vicino.

Io voglio pensare che quell’uomo, così capace di voler bene a degli sconosciuti soprattutto in quanto sconosciuti ma, fondamentalmente umani come tutti, io prima o poi lo incontrerò.

E non starà a pensare che ho il reggiseno o meno: vorrà abbracciarmi semplicemente perché ha capito che sono Simonetta. Qualsiasi cosa questo possa significare.

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La bambina ovunque: Indiana Jones alla ricerca dell’istinto paterno perduto

Siamo a Milano. Stefano Sgambati mi offre un bicchiere di acqua frizzante perché non posso bere vino. Lui sì. Sta per uscire La bambina ovunque. Mi promette di mandarmelo prima che esca, così. Uno di quei privilegi che esistono tra autori e quasi scrittori-che sarei io-. Mi parla della copertina, una cosa che gli piace tanto davvero. Mi parla di come ha partorito tutto questo.

Partorito. Che è un po’ la parola chiave di tutto.

La bambina ovunque è ovunque, tranne che sul mio comodino

Aspetto e poi aspetto e –indovinate-aspetto ancora. Ma questo benedetto file non giunge mai. Poi ci si mette in mezzo la vita, l’appendicite, l’estate, le cose da fare e le cose da scrivere. Il libro esce per Mondadori e fa il giro dell’Italia, tra presentazioni e recensioni. Una specie di bomba.

E a me arrivano solo i pezzi addosso di un libro che devo leggere. Lo so, lo leggerò. Deve solo arrivare quel momento in cui tutte le congiunture astrali si mettono in linea e dicono: passa la carta nel bancomat e portatelo a casa.

Come vedrete dal mirabile autoritratto, La bambina ovunque ha invaso anche casa mia

Finalmente, aggiungo. Per tirar dritto diciamo subito che mi è piaciuto molto. Un inizio di recensione un po’ superficiale, ma è anche la cosa più importante da cui partire.

E, a seguire: perché mi è piaciuto? Perché mi ha fatto sentire a disagio dalla pagina numero uno sino all’ultima. 

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Innanzitutto vorrei fare un applauso alla Signora Sgambati

Per aver raccolto questo derelitto di scrittore, di marito, di padre, che in molti frangenti si è dimostrato esser un buon allenamento per fare i genitori -il primo bambino durante la gravidanza, è stato proprio l’autore-

Per non averlo ucciso arrivata a pagina 16

Perché io lo avrei fatto. E sono rimasta talmente urtata da una frase, da averla persino immortalata:

andiamo, donne di tutto il mondo, diciamolo. Vogliamo essere noi, solo noi. Ed esser immortalate in un’opera d’arte come le più fighe della storia.

Detto questo: la maggioranza applaude perché si parla di figliare dal punto di vista di un padre

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Che è una cosa tecnicamente esatta ed anche apprezzabile, senza dubbio. Ma io voglio dire una cosa in più: non è che questo libro mi sia piaciuto perché, per principio, era ora che qualcuno parlasse del diventare padre in prima persona. Non è una tacca da appuntare nell’agenda del movimento dei babbi di tutto il mondo.

No. E’ che, si può dire, io mi sento come Sgambati. Al punto da poterci creare un hashtag apposito: #iosonostefanosgambati

Straordinario: una donna che ha il terrore di avere figli

Esistiamo. Ci muoviamo senza dire una parola di fronte alle vetrine di carrozzine. Compriamo vestitini solo per i bambini degli altri e controlliamo ogni mese di esser puntuali puntalissime.

Quando ho letto Stefano Sgambati –perché, più che leggere La bambina ovunque, io ho letto, inevitabilmente, della sua storiail mio utero ha iniziato ad applaudire. A fare il tifo per un’improvvisa fuga in Papuasia del protagonista –scusami, Signora Sgambati, scusami davvero, mi propongo per tenervi la bimba nei giorni dispari del mese

Perché, c’è stato un terribile periodo in cui ho creduto di esser incinta in un momento sbagliatissimo. In cui ero senza soldi, senza lavoro, senza prospettive ed ero persino radioattiva-i falsi positivi esistono? Tutti dicono di no, ma io sono sempre la prova evidente che le statistiche sono spiritose– E quello che più mi è stato proposto nei numerosi incontri con ambulatori e compagnia era un sensibilissimo messaggio implicito: ma da donna, davvero vuoi perderti questa fantastica occasione di maternità?

Sì. 

Ed è una cosa che si replica in tante tantissime occasioni in cui chiedono: ma figli? Ma perché no? Ma cambierai idea. 

Oppure no?

Ecco, leggendo La bambina ovunque in qualche modo, mi sono sentita finalmente compresa. Sgambati lo dice bene: non è che un essere umano –a sto punto, uomo o donna che sia- in quanto dotato di un organo riproduttivo, desideri effettivamente riprodursi. Un essere umano -che sia uomo o donna- ha anche la possibilità di ragionarci sopra e pensare che non ci sia poi così tutta sta naturalezza. Insomma, fare un bambino non è come pisciare.

E poi, la parte migliore di tutte: lui ce la fa

Perché, per quanto ci abbia provato a convincermi di esser un inetto, io ho capito tutta un’altra cosa: anche gli ipercritici, ipocondriaci, cinico-egocentrici, possono essere genitori.

La paura, i timori, la razionalità e lo straniamento sono cose che fanno parte dello stesso processo. E la sincerità con cui affronta i limiti di una persona che cerca disperatamente l’interruttore “superpadredell’anno” è disarmante.

E per questo, è possibile che la bambina, la bambina ovunque, che ovunque non è ma si trova banalmente in una casa, protetta da due genitori come tanti, sia felice. Siano tutti felici, ragionevolmente.

Almeno credo. Almeno voglio crederci. Perché, come ha scritto meglio lui, lo stare insieme è una questione di scelte. Di impegno. E qualcosa del genere dovrà esser anche crescere un altro esser umano.

Chapeaux.

Sgambati, anti-eroe delle mamme pancine.

#iosonostefanosgambati.

Finzione o realtà: la domanda del secolo per soli cretini veri con la penna in mano

Dunque ritorno sui grandi schermi -e piccoli da cellulari e tablet- perché mi è capitato ultimamente, di esser stata intervistata con uno dei quesiti più temibili per qualsiasi autore -o semicirca come me-. Ovvero: quello che scrivi è finzione o realtà? 

E la domanda seguente è: quanto ti sei inventata e quanto c’è di vero?

Finzione: la risposta salva culo VS Realtà: risposta paraculo

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La premessa è che perdi sempre e comunque: non esiste la risposta giusta a questa domanda. Per quanto invece sia riproposta non solo nella vita, ma anche in tutti film-serie-soapopera che si rispettino con dentro uno scrittore. Nasce soprattutto dalla curiosità di conoscere i cazzi degli altri: intendiamoci, anch’io se mi dovessi trovar di fronte Paul Auster, come prima cosa vorrei capirlo in quanto persona.

Sapere insomma quanto di quello che ho letto mi aiuterà a farlo innamorare di me, perchè lo conosco mooooolto bene.

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La curiosità verso le esperienze altrui, soprattutto quando sono particolari, credo non sia solo normale ma persino legittima.

Quindi sì: sarà una domanda cretina, ma chiunque la farebbe

Il problema sta nel rispondere, appunto. E quando di fronte a una dei fondatori della rivista Crack  Manuela Barban,-e un pubblico di gente che aspettava la mia grande figura di m– mi è stata posta la fatidica richiesta, non ho saputo dire niente di sensato. 

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Qualcosa del tipo: la verità sta nel mezzo. Ma è davvero così?

O mi faceva semplicemente comodo mantenermi neutrale?  Credo davvero che un buon racconto/romanzo, debba per forza partire da qualcosa che si conosce bene. Altrimenti come fare a tirare cazzotti nello stomaco del lettore?

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Cioè, non sono contro i fantasy e gli horror e pro al realismo a tutti i costi. No, per niente. Dico anzi che, anche ambientando la propria storia nel 3089, con robottoni giganti a dominare il mondo, l’autore ci metterà dentro qualcosa di sè. Probabilmente un sacco di sè.

Pare inevitabile.

E quindi: realtà? Sì, certo, per forza

Ma è solo questo? No. Non posso mica schierarmi totalmente dalla parte del “queste sono persone reali, dentro una storia realmente accaduta“. No. Sarà sempre frutto della fantasia dello scrittore, che interpreta quello che ha visto, sentito, conosciuto.

Cambierà qualcosa, ne sposterà altre, sottolinearà degli aspetti piuttosto che altri. Si inventerà una trama con dettagli che ha vissuto e altri che avrebbe voluto vivere. E ci metterà dentro dei messaggi che prescindono –devono prescindere– dalla sua esperienza individuale, per raggiungere il prossimo.

E dopo questa serie di banalità banalissime…

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Ho cominciato a riflettere per tutti quelli che si ritrovano nelle pagine che scrivo. Ho sempre pensato in maniera superficiale a questo aspetto della scrittura e, ancor più, della pubblicazione. Forse perchè ingenuamente, ho sempre pensato che quello che scrivevo non l’avrebbe mai letto nessuno.

Invece, anche nel più piccolo, qualcuno lo legge. E legge qualcosa che in parte è finzione e in parte è realtà. E, inevitabilmente, si formerà un’idea di quello che viene raccontato, dei personaggi che sono descritti.

Qualcuno potrebbe non voler leggersi. Qualcuno potrebbe offendersi. A qualcuno persino potrebbe ferire quello che sta scritto dentro un racconto-romanzo.

E quindi?

Potrei dire che il fatto che le mie parole abbiano questo tipo di effetto negativo su delle persone reali, mi dispiace. E che quindi mi scuso. Magari pure correggendo il tiro.

Potrei. Oppure no.

Non per cattiveria: ripeto, quando scrivo non è che lo faccia pensando ad uno sfogo in stile diario col lucchetto regalato alla cresima. No. Scrivere è qualcosa che esce fuori, sempre per restare banali, senza che voglia dargli una reale direzione.

Non è qualcosa che nasce per ferire qualcuno. Per parlare di qualcuno. Almeno, non per me. Si tratta solo di parole e personaggi che partono da me e poi vanno. Ed è una cosa talmente sacra e imprescindibile, che non chiederò scusa e non metterò paletti.

Per capirci meglio: è come chiedere a una donna incinta di impegnarsi a farlo nascere con il naso della nonna e gli occhi del cugino, per avere un risultato che piaccia. O che non dispiaccia.

Quello nasce così come deve nascere. 

Con buona pace di chi voleva diversamente.

Vivere dal fondo di un pozzo non è un lusso per pochi, si sta quasi stretti

Molti pensano di esser soli a esser inghiottiti dal divano e le luci spente. E’ automatico pensarsi unici quando le parole non escono e non entrano. Con la testa poggiata su un cuscino stropicciato e la bava che cade dall’angolo della bocca. Perché nessuno sta a guardare. Soprattutto tu.

Che non ci sei.

Il cervello è sottovuoto, in un pacchetto pure difettoso, che col tempo tu dai per scontato sia conservato per bene e invece sta marcendo peggio di come non sarebbe stato se solo avessi fatto un attimo attenzione. Magari avresti organizzato una cena tra colleghi -perché gli amici a una certa, non ci sono neppure più- per consumarlo più in fretta.

In tempo.

In tempo perché non marcisca.

Invece il cervello è sottovuoto in un sacchetto mezzo aperto, con l’aria che entra e guasta quello che c’è dentro. Fa finta di esser a posto. Tutto appostissimo, giuro.

La vita, almeno quella della sottoscritta, somiglia un po’ a questa finissima metafora

Ci sono dei momenti in cui la materia prima sembra abbia speranza di avere un gusto per lo meno decente -come quei formaggi che compri al Ldl e hanno un aspetto così tedesco da convincerti che siano stati prodotti dal nonno di Heidi con l’ausilio/sfruttamento minorile di Peter-

Ci sono quei secondi che ti pigliano alla sprovvista e in cui, mentre la zucca cucina sott’acqua in una padella deformata, ti sembra che tutto stia procedendo normalmente.

E invece no

Invece sei finito dentro un pozzo. Caduto in pieno, mentre tiravi fuori le posate per la cena. Non ti sei accorto, cazzo, ma ci hai infilato prima il piede e poi giù. Pulito.

Avete mai letto un libro di Murakami Haruki? Occhio, perché o lo si odia o lo si ama.

In ogni caso, il mio preferito si intitola “L’uccello che girava le viti del mondo”. E c’è una gran parte del romanzo in cui il protagonista si intrufola e poi rimane intrappolato nel fondo di un pozzo. E da lì, quando è fortunato, riesce a vedere solo un cerchio di cielo.

Il buio. Il silenzio

Il cervello che intanto parte e ci cresce il muschio sopra.

E da là sotto come si esce?

Forse non se ne esce. O forse sì. Non saprei. So di per certo che, dopo il primo viaggio, ci si ritorna spesso e volentieri e da là in fondo, è difficile sentire tutto il resto. Come quando nei film un amico grida il nome del disperso che è ovviamente a un passo, nascosto, e vorrebbe davvero chiedere aiuto ma è paralizzato oppure sta per morire e cose così -una storia a caso Netflix per dire-

Dal fondo del pozzo si vive un po’ così, con le orecchie che funzionano ma non portano il messaggio al mittente

Ogni cosa è ovattata e niente importa per davvero. Neppure uscire da quel pozzo. Che, alla fin fine, fa pure la sua bella figura con l’umido che ti calza a pennello come un modello sartoriale. Finché la zucca magicamente non è pronta e qualcosa ti trascina nuovamente nelle faccende più banali come apparecchiare, muovere le mandibole prima di andare al cesso e poi dormire.

E mentre ti lavi i denti, mentre infili il pigiama che puzza di sudore, mentre incasini le coperte, in realtà sei ancora lì. Lo sai dal fatto che ancora non senti niente. Che il Colgate non ha sapore, che l’acqua non è fredda nè calda, che ti sbatti ai mobili senza provare dolore. E neppure ti incazzi con il nemico di sempre: lo spigolo del comodino.

Dentro al pozzo. Dove niente, per fortuna niente davvero, può arrivare a pigliarti. Neppure Real Time

O il bene, il male.

Perchè quando piove merda e tu sei in mezzo alla merda, è preferibile spegnersi dentro un cilindro profondo.

Poi, qualcuno ti tende la mano e ti tocca afferrarla. Passa anche quel soggiorno in fondo al pozzo. Breve, costante. Ma passa.

Passa come un treno sui denti.

Tutto male finché dura: Zardi ce l’ha fatta di nuovo a strapparmi alla mia giornata

Vi ricordate quando sono stata a quella serata dove scrittori bravissimi leggevano cose bellissime? –qui, per dirvi-. Un episodio in cui avevo comprato il libro per la Feltrinelli, di Paolo Zardi: Tutto male finché dura.

Benissimo. Quel giorno l’ho preso, me lo sono fatta autografare con dedica. Mi sono fermata lì? No. L’ho letto. Nel giro di pochissimo tempo.

Tutto male finchè dura: appena comprato, ero già a pagina 26

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Un fenomeno strano a pensarci: com’è possibile che, cinque secondi dopo aver ritirato lo scontrino, fossi già arrivata così avanti? E’ l’effetto Paolo Zardi. Impossibile resistere.

E’ tipo quando ti trovi di fronte a un all you can eat: non sai come, non sai quando, ma hai già accumulato venti giri di primo-secondo-dolce in due secondi.

Sei pieno. Ma non ti fermerai. 

Una famiglia particolare

Mi sono trovata dentro una casa con due sorelle, un’artista e una geniale, con una mamma normalmente incasinata. Alla ricerca di una relazione che la possa liberare dal fantasma del primo marito.

Primo marito di cui nessuna donna può davvero liberarsi, perché è adorabilmente un casino. Anche questo uomo di Zardi, come spesso mi è già accaduto leggendo i suoi romanzi, è formalmente un disastro.

Non gli affiderei un cactus in mezzo al deserto.

Però gli regalarei senz’appello il mio cuore.

Finendo misera come Marta

La moglie che cresce su due figliole davvero eccezionali. Perché, una normale adolescente e una normale ragazzina, non potevano nascere da un padre che aiuta a fabbricare bombe e si inserisce con scioltezza nelle chat erotiche.

Ho seminato abbastanza indizzi per stimolare la noia quotidiana?

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Tutto male finché dura mi dà speranza

Perché è una di quelle storie in cui sai che può solo finire male –forse anche peggio di come stai pensando– ma, in fondo, tutti ce la fanno. Sono tutti in gamba, anche quando toccano il fondo.

Quindi, se la cavano. Senza soldi, ricercati, con la minaccia di morte e della galera. Se la cavano anche quando un padre è disposto a rubare i soldi di sua figlia.

Cioè: la cosa incredibile è che non ce la fai proprio a giudicare. Non ce la fai a incazzarti. Non riesci neppure ad avere paura.

Perché, non sai come, non sai perché, ma sai che non può essere una sconfitta reale. Ma ci si rialza. 

Anche senza gambe.

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Quindi: Zardi, grazie

Insomma, c’è sempre bisogno di quel libro che ti mette davanti situazioni sempre più impossibili, e che poi te ne tirano fuori. Sembra così che, quando ti alzi il lunedì mattina, le pratiche da sbrigare, la routine, qualsiasi cosa… si possa prendere col sorriso.

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